una premessa estremamente interessante e assai rara nella letteratura italiana, con una dramatis personae ricca di personaggi variegati e ancorati nella realtà del panorama queer di Roma, ma che fallisce quasi del tutto nella maggior parte dei suoi intenti, primo fra tutti quello di raccontare una storia coerente con sé stessa e autoconclusiva.
il romanzo, a metà fra una narrativa convenzionale e una raccolta di storie brevi, soffre disperatamente la sua stessa lunghezza: le 150 pagine sono gonfie di intermezzi che vorrebbero caratterizzare i personaggi e le loro vite ma ci restituiscono uno sguardo poco più che superficiale alla loro interiorità, praticamente per nulla sviluppata se non per il personaggio di Acab, principale io narrante della storia.
troppi temi vengono chiamati in causa e nessuno risolto a fondo, né la premessa trova un suo svolgimento soddisfacente o tantomeno una conclusione: il risultato è dissonante e dissestato, e certo non aiuta il colpo di scena delle ultime pagine, trattato con una leggerezza quasi grottesca nonostante la situazione raffigurata.
parlare di "rottura della quarta parete", al singolare, non è esatto per questo libro: la voce narrante interrompe continuamente la narrazione per precisazioni talvolta utili ma perlopiù superflue, e il monologo interiore dei personaggi è costantemente occupato da una serie di pseudo-riflessioni estranee al momento narrativo ma volte solo a chiarire la vicenda al lettore. i dialoghi sono spesso irrealistici, non nei contenuti ma nelle modalità espressive più immediatamente riconoscibili come scritte che orali; corollario di ciò è un utilizzo spropositato dei tempi e modi verbali, ulteriormente confusi dal mescolarsi della voce autoriale con quella dell'io narrante e dei pensieri dei personaggi, e che avrebbero dovuto essere immediatamente notati e sistemati da un editor.