Filiberto, Fili per gli altri, Berto per se stesso, è/era/sarà un ardente odiatore di ogni tipo di macchina e aspirante professore. Una macchia sul viso lo rende poco adatto a ergersi in cattedra, ma la malattia sembra reagire alla conoscenza, e Berto conosce una lingua scomparsa, l'italiano antico appreso sui libri. Le parole vere dicono cose vere che in pochi sanno ascoltare, ma lui è incapace di tacere e questo lo rende un pericoloso sobillatore di anime. Berto ripara libri antichi, crea sculture e scarica cassette della frutta. Berto suona anche, suona per coprire le urla dei bambini e dei maiali, suona mentre sono portati verso il loro futuro e trasformati in un qualcosa di migliore: pregiato culatello, avvocato, medico, ingegnere. Ma non si fa la rivoluzione da soli e quindi Berto esiste negli sguardi di chi lo incontra. Nicla la ladra trascorre nuda lunghe giornate nella stalla, distrugge e crea, scopre e inventa. Sara Pinto, sorella di Berto, disseziona la sua vita per riuscire a capire la scintilla di bellezza e genialità che vede splendere nel fratello. E poi il nonno Piergaddo, santo benefattore e porcaro da generazioni, il triumvirato degli italianisti, gli studenti, Bologna. Come in un quadro caravaggesco la luce colpisce tutti con dirompente concretezza e crea contrasti solo apparentemente inconciliabili: vita e morte, bellezza e violenza, eternità e caducità. Tutto è reso nella splendida prosa di Tito Pioli come il resoconto di un sogno, di un viaggio fantastico, di una rivoluzione riuscita: ci porta a esplorare le contraddizioni che ci fanno sentire sicuri. Attraverso una sagace ironia ci smaschera, mette a tacere la musica che copre le grida, ci disturba, ci chiama in causa e così facendo ci offre la possibilità di affacciarci su quella bellezza così intrinseca in ogni cosa da essere l'unica vera testimone della realtà.