Ogni punto di partenza ha bisogno di un ritorno. Per riconciliarsi con il mondo, dopo una storia d'amore finita, Adelaide torna nel paese in cui è nata, un pugno di case in pietra tra le montagne aspre della Val Germanasca: una terra resistente dove si parla una lingua antica e poetica. È lì per rifugiarsi nel respiro lungo della sua infanzia, negli odori familiari di bosco e legna che arde, dipanare le matasse dei giorni e ricucirsi alla sua terra: ‘fare la muta al cuore', come scrive nelle lettere al figlio. Ad aspettarla – insieme a una bufera di neve – c'è Nanà, ultima custode di casa, novant'anni portati con tenacia. Levì, l'altro anziano che ancora vive lassù, è stato ricoverato in clinica dopo una brutta caduta. Isolate dal mondo per quattordici giorni, nel solo spazio di quel piccolo orizzonte, le due donne si prendono cura l'una dell'altra. Mentre Adelaide si adopera per essere utile a Nanà e riportare a casa Levì, l'anziana si confida senza riserva, permettendole di entrare nelle case vuote da tempo, e consegnandole la chiave di una stanza intima e segreta che trabocca di scatole, libri ricuciti, contenitori e valigie, in cui la donna ha stipato i ricordi di molte vite, tra uomini, fiori, alberi e animali, acqua e tempo. Una biblioteca di esistenze, di linguaggi, gesti e voci, dove ogni personaggio è sentimento, un modo di amare. Fotografie, lettere, oggetti che sanno raccontare e cantare il tempo: di guerra e povertà, amori coltivati in silenzio, regole e speranza, fatica e fantasia. Un testamento corale che illumina le ombre e le rimette in equilibrio. La bellezza intensa che respira oltre la vita e rimane in attesa di parole. Tuffarsi nella memoria significa avere il coraggio di inventare un altro finale e vivere oltre il tempo che ci è stato concesso, per ritrovare il luogo intimo di ognuno. La casa.
Provata da una relazione al capolinea, la seconda che pensava fosse importante della sua vita, Adelaide si rifugia nel paese della Val Germanasca in cui è cresciuta. Accudirà la vecchia Adriana, detta Nanà, si occuperà del vecchio Levì, finito all’ospedale mentre raccoglieva fascine, e conoscerà Daniele, infermiere dal cuore d’oro. Avevo aspettative abbastanza alte per questo libro, dopo averne letto meraviglie in diverse recensioni. Purtroppo devo constatare che evidentemente io ho il cuore di pietra, perché sarò una voce fuori dal coro. La scrittura di Valeria Tron è sicuramente molto poetica ed evocativa: troppo poetica ed evocativa per i miei gusti, purtroppo. L’ho già detto altre volte: non sono una persona romantica, non amo indugiare sui particolari, sono donna d’azione e se nei romanzi succede poco, purtroppo, mi annoio. Con questo L’equilibrio delle lucciole mi sono annoiata. Ho avuto l’impressione che l’autrice, nel tentativo di infondere nelle pagine la poesia che vede nella sua terra, abbia perso in naturalezza e in genuinità, creando qualcosa di artificioso e, sempre per i miei gusti, un po’ pesante. Quello che salvo sono i dialoghi in patois, lingua della Val Germanasca e non solo, un incrocio tra piemontese e francese che mi sono divertita a tradurre prima che lo facesse l’autrice, e che mi ha tenuta sveglia. Mi vergogno un po’ di scrivere queste parole, mi sembra di fare la figura della persona di città che non coglie e non capisce la ricchezza della montagna e di chi ci abita (un’altra cosa che mi ha dato fastidio è stata proprio la dicotomia tra chi in montagna ci è nato, ci vive e l’apprezza, e chi vive in città con il “macchinone” ed è superficiale e prosaico), ma mi è mancata proprio la partecipazione in questa storia, ho sentito che mi respingeva, pronta ad accogliere soltanto chi fosse simile, per trascorsi e nascita, ai protagonisti. Evidentemente sono una squallida cittadina senz’anima, troppo abituata alle comodità per apprezzare una storia come questa. Ne prendo atto e “vado a piangere nel mio angolino”, come dice un influencer di Instagram.
"L' equilibrio delle lucciole.." di Valeria Tron Sono entrata tra le pagine di questo libro attraverso la magia del titolo, immaginavo la metafora che potesse nascondere e volevo cercarla nella storia. E poi ho trovato uno spettacolo meraviglioso, nella pioggia di lucciole dagli alberi e un'umanità degna di nota. Una donna che vive un rapporto deludente, incompleto, vuoto in cerca di un equilibrio che ritrova tornando nella sua terra tra gli affetti del passato, in un inverno che scalda coi profumi dei cibi, dei muri di case vuote di persone che mancano. Quattro donne importanti nella vita di questa donna. Nanà è una di loro. La dolcezza con cui Adelaide le si dedica fa parte di quell'umanità a cui accennavo prima. Sente forte la mancanza del padre. Scrive lettere al figlio e non solo. Ogni lettera è un rifugio di emozioni. Sarà Nanà a donarle la "perla" , la gioia del rivederla, che farà del suo ritorno la sua casa. L'autrice descrive magistralmente il paesaggio montano, la neve, il cielo e i monti, le sensazioni che raggiungono l'anima che trova la quiete. Quattro donne del suo passato familiare Nanà,Memè, Lena e Irma. Adelaide troverà i ricordi più toccanti, gli amori perduti, non rivelati, sopravvissuti malgrado tutto. C'è Levì, grande amore di Lena, lui vivrà del suo ricordo, lui che guarda in direzione del bosco, anelando il ritorno alla sua casa. C'è la potenza descrittiva e narrativa della natura altrettanto protagonista. Ho amato le lettere, i luoghi, l'aria di montagna, i profumi, la neve e le case. Sono entrata con lei nella storia e ne ho seguito le impronte. E poi l'amore inaspettato insieme alla libertà, con l'amore che dona, che non è egoismo, che rispetta i tempi nella consapevolezza di essersi liberata di un rapporto compromesso. Vi perderete negli spazi innevati, in quelli che "gocciolano" dai tetti, nelle orme sulla neve e alle finestre da cui si vede il cielo i monti e tutto il resto. MAGICO COME IL TITOLO
Adelaide è una donna con una storia sentimentale agli sgoccioli, che torna al paese d’origine (in Val Germanasca, poco sopra Torino) alla riscoperta delle proprie radici, in cerca di una riconciliazione con se stessa. Qui incontra l’anziana Nanà, custode simbolica della casa delle memorie, che si prenderà cura di lei. Tra le due si crea un contatto di fiducia, che porta Nanà a consegnare le chiavi di una stanza in che custodisce ogni genere di oggetti. Ognuno di essi racconta storie di vite passate e Adelaide si tuffa in una memoria corale e generativa fatta di esistenze, voci, guerre e amori, per ritrovare la bellezza e l’equilibrio nella propria vita. A lei il compito di rianimare la fiamma imprescindibile del ricordo.
Le lucciole. L’equilibrio delle lucciole parla di una trasformazione dell’interiorità che ricorda la metamorfosi della lucciola. Che vive per anni nel suo bozzolo e infine esce con la luce. Per l’autrice Valeria Tron, a volte, ci si sente bloccati e non si riesce a mostrare la propria luminosità, ma compiere una metamorfosi interiore permette di illuminare la propria vita e quella degli altri. Di ritrovare il proprio centro. Seguendo poi una visione pasoliniana, esistono persone vicine alla terra che sono già lucciole, ma non hanno la possibilità di brillare in un mondo assuefatto al bombardamento mediatico. Compito della società odierna sarebbe anche quello di dare loro un luogo in un cui esprimersi e la possibilità di farlo. Brillare, appunto.
Frammenti. La narrazione è costituita da una trama principale e numerose sottotrame, frammenti e immagini del passato, storie evocate dagli oggetti ritrovati e dai racconti di Nanà.
Stile e lingua. Un elemento caratteristico della narrazione è il patois, la lingua parlata in questa valle, a metà strada tra il francese e il piemontese, usata dai personaggi, Nanà su tutti. Questa lingua colloca geograficamente il racconto e lo caratterizza in maniera singolare, dato anche il suo andamento melodico e la dolcezza del suono. Lo stile linguistico è forse la caratteristica di maggior impatto del romanzo. Una scrittura evocativa e poetica, che deriva forse anche dall’attività cantautoriale di Valeria Tron, in cui spicca l’amore per l’immagine poetica, per la metafora, per l’accostamento ardito tra sostantivo e aggettivo e verbo, e per il portamento musicale della frase.
"Così non posso che perdermi e ritrovarmi in ogni segno che, seppur piccolo, diventa direzione e ritorno. "
Le uniche perplessità, forse, potrebbero scaturire proprio da questo. Dallo stile che, alla costante ricerca di immagini evocative e di gusto poetico, non sempre pone la prosa al servizio della trama. A volte, come può capitare a un cavallo che avanza al trotto – a un’andatura sostenuta ma estremamente elegante – che “rompe” e scatta al galoppo, l’autrice si perde in evoluzioni stilistiche un po’ fini a se stesse. Elucubrazioni intimistiche e osservazioni personali che irrompono nella storia e risultano eccessive. Si veda questo accenno alla colazione.
"Livello il burro su una galletta e poi composta di lamponi. È la colazione di ogni giorno anche a valle; più che un rito è un moto nostalgico verso casa, serve a direzionare i sensi al risveglio. Si torna alla propria radice come si può. La mia è questa e la porto entro confini del mio corpo: il cuore dell’uomo è ciò che ci è dato in custodia, la forma del corpo è l’area del giardino."
La narrazione di Tron, che per sua conformazione non è mai veloce, in questi momenti si dilata a dismisura e rallenta ulteriormente fino quasi a fermarsi; il lettore può rimanerne spiazzato. Così come non sempre sono comprensibili le motivazioni per i cambi di registro linguistico, che finiscono per stonare, per creare dissonanze con il resto del testo. Si passa da frasi di registro alto, aulico, lirico, di questo tipo:
"Serve un moto di felicità che lo riporti nella sua tregua neutrale, dove le guerre non servono più a fare della strada di casa un sogno potente".
Oppure:
"La condensa di Dio che avverto in questo spazio mediano di superficie e che intride ogni cosa."
Ad altre frasi, poco dopo, decisamente di altro taglio.
"Che bar Tricot aspettasse le sue vittime sui tre scalini e l’orario fosse quello del primo pomeriggio, dopo il riposino o il caffè corretto Stravecchia, lo sapevano anche i muri."
L’equilibrio delle lucciole è certamente un libro interessante, un viaggio tra memorie e atmosfere, di ricerca nel passato per ricostruire il presente e ritrovare, con speranza e rispetto, la bellezza. Adatto a persone sensibili e gelose dei propri ricordi, che cercano una via nuova o di sistemare la vecchia.
⭐⭐⭐⭐, 5 Adelaide fa ritorno nel suo piccolo paese d’origine, per ritrovare se stessa, perché sente forte il richiamo della sua terra, ma soprattutto per potersi rifugiare nei ricordi della sua infanzia.
Torna così tra le braccia dell’anziana Nanà, una donna meravigliosa e saggia che la farà entrare in una sorta di stanza magica dove ogni oggetto racconta una sua storia e scandisce l’inesorabile scorrere del tempo.
🖋️Un romanzo particolare che narra frammenti di vita passata assolutamente realistici, una lettura profonda scritta in un modo insolito, un linguaggio antico della provincia di Torino. Un libro per certi versi commovente, soprattutto per la preziosa presenza dei nonni, patrimonio familiare inestimabile.
Un racconto oserei dire poetico, che parla di radici, di vita, di cose passate e ricoperte, di grandi storie d’amore. Un viaggio nell’anima.
Ho avuto l'intuizione di ascoltare questo libro letto dall'autrice stessa. È stata un'intuizione felice. Il patois parlato da Nanà altrimenti l'avrei mandato visivamente avanti. Ascoltandolo invece ho avuto modo di goderne, di ritrovarne l'origine della lingua parlata dai miei nonni (il milanese), di sentirlo mio in maniera ancestrale. Anche il testo in italiano è godibilissimo, le parole e i concetti sono filati sottili e magnifici. La storia racconta quasi di niente, ma dentro ha tutto: origini, luoghi, personaggi, amore, radici ... Resterà uno dei libri del cuore.
Avete mai sentito, in maniera forte, il richiamo della terra di origine? Penso che se si sta bene con se stessi, qualunque posto è casa, basta condividere la quotidianità con chi si ama. Ma quando qualcosa si rompe – nella vita di tutti i giorni – si segue il richiamo di quel vissuto che ci manca e che un tempo ci ha fatto stare bene. È così, soprattutto quando finisce una storia. Adelaide ha due uomini nella sua vita: Gioele, il figlio che ama più della sua vita, ed Edoardo, il compagno diventato poco di “compagnia”; un ghiacciolo fuori dal freezer o il peluche che amavate tanto quando lo avete preso, ma oltre alla bella presenza…
«Seou countёnto que tu sie a meizoun»
«Sono contenta anche io di essere tornata a casa».
Adelaide, quindi, torna nel suo paesello di origine, tra le montagne della Val Germanasca, dove tutto è rimasto come quando era piccina, dal modo di scaldarsi, di fare la spesa – non pensate di trovare un supermercato! – al dialetto, il Patois. Nanà è il suo punto fermo, la solidità delle tradizioni e dei veri sentimenti. Nanà ha quasi novant’anni e, come dice Daniele, ne dimostra almeno dieci di meno; è una donna che ha vissuto tutto, ha visto gli affetti partire per la guerra, ha perso i propri cari… non elargisce paroloni d’affetto ma trasmette l’amore a quella nipote attraverso i gesti e la saggezza, con i ricordi che elargisce in piccoli e sofferti racconti quotidiani.
Nanà è la nonna di tutti i lettori, perché impossibile non ritrovarci la nostra, gli errori verso la seconda mamma o il vuoto che questa ci ha lasciato. Nonna Marì, la mia bisnonna, mi trasmise la fede e i valori; mi disse di come si diventa una vera donna anche scendendo a compromessi… rimasi sbalordita quando mi disse che nel letto con lei e suo marito c’era un’altra donna; si premurò di dirmi “non facevano niente, sa’!”, ma quella era la devozione per l’uomo che amava. Oggi è normale avere l’amante o fuggire da casa dopo solo un sospetto. Non c’è un metro di misura, tutto è esaltato e veloce, troppo. Allora, o ci si amava andando contro tutti o si stava zitti, assoggettandosi.
Nanà ha vissuto la storia d’amore di Levì, e ha conosciuto la passione attraverso gli occhi di lui e della sua amata. Questa storia è strappalacrime, strappatutto… Levì e la voglia di imparare a leggere e scrivere, è pazienza, è… amore! Aprire una scatolina di latta è come violare l’intimità di tutti i bei personaggi di questo romanzo. Valeria Tron ha aperto tutte le “scatoline” dei ricordi con delicatezza e poeticità; ha intessuto tradizioni e sentimenti, e ha colmato con l’amore un divario generazionale. L’equilibrio delle lucciole, però, regala ad Adelaide anche una seconda possibilità; perde tanto, in quel piccolo paese, ma ritrova molto altro che si condensa in un solo nome: Daniele. Be’, termino aprendo la mia scatolina: nonna Nuna diceva che le sue “monelle” – le figlie – non avrebbero dovuto tribolare per guardarla, da “vecchia”; che la morte doveva arrivare senza farla soffrire. Un brutto pomeriggio, mio nonno la riprese con sé quando lei era andata a trovarlo al cimitero, a portargli i fiori. Si accasciò a terra e si riunirono. Io la mattina stessa seppi che avrei perso mia nonna, c’era un legame unico… e sono sicura non si spezzerà mai, anche distanti, come Nanà, Adelaide e Levì.
«La morte è come una nascita. Cambia solo il colore.»
Questo romanzo è pura e immediata magia; è amabile anche per l’evocativo Patois. Non è, tuttavia, una lettura veloce; se si vuol mettere il turbo per arrivare al finale, è impossibile per le rituali abitudini, per i dialoghi, per le lettere che richiedono attenzione e il cuore che deve accettare tutto quello che verrà…
Non è solo un consiglio, questo è un romanzo che dovete avere in libreria, da riaprire ogni qualvolta le cose non vanno bene e avete bisogno di toccare con mano la realtà; per ritrovarvi in un giorno di smarrimento.
" La gente non vede bene l'amore da subito. La gente pensa che ci vogliano chissà quante parole. La gente sbaglia. A volte ci sono amori da subito che non riescono a morire". Dopo questa citazione presa dal libro, non sono certa di riuscire a trovare le parole adatte per parlarvene. Avete presente quando avete un libro davanti e le parole sembrano raccontare frammenti della vostra vita? Una vita passata che viene rispolverata e tira su tanta polvere? Così tanta da inumidirti il viso? Questo è in parte l'effetto che ha avuto su di me questo libro. Ho impiegato più tempo del previsto a terminarlo, ma non perchè fosse noioso, ma perchè ho sentito il bisogno di assaporare parola per parola. È un testo, strano, diverso dal solito, scritto con un linguaggio arcaico, ricercato,profondo. Ad accompagnare questa scrittura arcaica, un' altra lingua antica, il patois ( si legge patuà). Il patois si alterna alla lingua italiana senza una vera traduzione, perchè, primo, se si è studiato il francese è abbastanza comprensibile e secondo perchè proprio per scelta dell'autrice, che ha scelto di non tradurlo paro paro ma di far comprendere la frase tramite risposta. Si, perchè, questo testo è un romanzo parlato, oserei dire quasi cantato, tra una giovane ed una anziana. Ho avuto modo di fare qualche domanda all'autrice e come ho fatto presente a lei, ho apprezzato tantissimo l'utilizzo e la presenza di quest'altra lingua. Da Sarda, l'utilizzo della nostra lingua nel quotidiano è molto importante. Già da piccoli i nostri genitori ci insegnano l'italiano insieme al sardo, da grandi, le nostre conversazioni iniziano in italiano e terminano in sardo, oppure nascono e si concludono in sardo. È molto importante per noi sardi la salvaguardia e il tramandare la nostra lingua identitaria, un po' come è stato per Valeria, che ha cercato di far conoscere la sua lingua madre attraverso il romanzo. Una lingua che venendo parlata in una parte d'italia così circoscritta, la Val Germanasca, rischia di essere dimenticata. Il romanzo si apre con Adelaide , detta Nin, che avendo necessità di riordinare la propria vita, sopratutto amorosa, decide di tornare al paese natio. Più che un paese sembra più una borgata, una frazione, di case di pietra con portoni in legno e fienili e stalle di fianco, dove ormai vivono solo due vecchietti Memè e Levì. Ma quando arriva al paese,Levì non c'è, si è infortunato andando a prender fascine per la stufa, ed è ricoverato a valle. Adelaide, in cerca di curare cuore e ferite, si dedicherà totalmente a Memè, perchè Memè sente la mancanza di Levì come si sente la mancanza di un migliore amico. Questa quotidianità porterà Nin ad avere un rapporto con Memè più intenso, tanto da permetterle di aiutarla nelle cose più riservate. L'autrice, in un modo delicato, pudico,musicale e a tratti poetico, narra episodi privati che hanno risvegliato in me ricordi che da anni avevo accantonato, ricordi di vita vissuta con i nonni che ormai mancano dalla mia quotidianità da anni. Anche mia nonna materna aveva sempre i capelli raccolti, mai prima della malattia, che l'ha portata via, ho visto i suoi lunghi capelli sciolti, mai l'ho vista denudarsi per farsi il bagno fino a quanto la malattia non l'ha costretta ad accettare aiuto. La descrizione di Memè e di Levì è così veritiera che nella chiaccherata con l'autrice sono arrivata a chiederle se Memè fosse esistita realmente. Levì. La storia di Levì mi ha commosso, nella lettura una lacrima ha rigato il mio viso perchè tanto mi ha ricordato mio nonno paterno, uomo algido, severo e riservato.. ma non con me, tanto che divenne il mio padrino di battesimo. Le parole di Valeria oltre ai ricordi, hanno rievocato in me profumi e sensazioni che si erano assopiti, perchè i ricordi non si fermano ai soli fotogrammi, i ricordi sono profumi, odori, sensazioni. Grazie Valeria per questo viaggio nel passato, grazie per questa lettura, grazie per le emozioni che hai riportato alla luce.
Un racconto di vite antiche ... gente di montagna e vite passate in un soffio di sofferenza e aspettative ...una donna che si libera dal passato e rinasce nuovamente dove altri le lasciano le loro storie ... le loro cose ..i loro ricordi e il loro vissuto .La voglia di vivere immersi nelle cose importanti e non nel superfluo ....
Questo libro regala al lettore un qualcosa di unico: pagine gentili e una prosa carezzevole e accogliente. Merito di Valeria Tron e dell'amore che ha profuso in ogni goccia d'inchiostro con cui ha disegnato questo romanzo. • Adelaide fa ritorno al paese natio, nel bel mezzo della Val Germanasca: il suo ritorno le serve sia per distaccarsi dal mondo, essendo appena uscita da una storia che nulla aveva da darle, sia per prendersi cura di Nanà, coriacea novantenne e ultima abitante ormai delle case abbarbicate in altura rispetto al paese giù a valle. Assieme a lei poco tempo prima c'era Levì, altra memoria storica del paese, che però per un infortunio al braccio è stato ricoverato giù in una casa di riposo. Il tempo che Adelaide e Nanà passeranno assieme sarà un tempo di riscoperta, nel quale si prenderanno cura l'una dell'altra e nel quale verranno portate alla luce le storie di chi, quelle case ora disabitate, le ha vissute, riscoprendo le tracce di un mondo che non c'è più... • Questo libro andrà riletto in autunno: aspetterò una settimana uggiosa di novembre, mi farò una cioccolata calda e assaporerò, stavolta senza fretta, le storie di Nanà, Levì, Bar Tricot, dando Lena e tutte le lucciole che nella sera balugineranno con il loro racconto. "L'Equilibrio Delle Lucciole" è un romanzo che offre, oltre alla storia corale bellissima e agrodolce dei suoi protagonisti - raccontati tramite ricordi, foto, lettere -, anche un profondo simbolismo in ciascuno di essi. Una storia cesellata di fino, ancorata alle radici fin dal linguaggio, questo dialetto frammisto di francesismi usato da Nanà che aggiunge un gusto particolare alla lettura. • Una lettura imperdibile, delicata, raffinata. Un'altra bellissima Stanza di casa Salani 😄
Adelaide sta attraversando un momento cupo nella sua vita matrimoniale. Decide di prendersi una pausa e raggiungere le aspre valli della Val Germanasca, un mucchietto di case chiuso in un anfiteatro di montagne.
Ritorna al suo paese di origine, la terra che la guardò per la prima volta, che le ha dato un nome, una lingua. Torna per farsi abbracciare dalle sue valli, con la speranza che possano riparare le ferite che si porta addosso dopo il secondo fallimento matrimoniale.
Questi luoghi remoti, ma da un fascino fiabesco, possono riconsegnarla al mondo, con meno paure addosso e più fiducia verso il futuro.
Ad aspettare Adelaide c'è Nanà, un' anziana montanara di novant'anni di antica saggezza, una donna forte e fiera.
Levi, l'amico di sempre di Nanà, con il quale si tengono in compagnia in questa borgo isolato è ricoverato presso l'ospedale a causa di una frattura. Allontanato dalla sua 'casa', Levi si rlnchiude in un preoccupante mutismo.
Adelaide cercherà di prendere la situazione in mano e con l'occasione conoscerà l'infermiere Daniele con il quale condividono lo stesso smisurato amore per queste valli incantate. L'amicizia di Daniele e Adelainde si trasforma in una storia d'amore che si intreccia tra i ricordi passati di un altro amore, quello di Levì e Lena. Un grande amore che venne separato durante la seconda guerra mondiale ma che tuttora è unito da un forte legame che scalfisce il tempo, e ritorna alla memoria indissolubilmente dalle lettere e diari che risalgono nel periodo della guerra.
Nanà, custode di segreti e vite di borgate è il punto di forza del romanzo, rappresenta la speranza quella a cui Adelaide si aggrapperà per cercare la sua 'casa' interiore'.
Nanà è un oracolo di saggezza, e distribuisce pagina dopo pagina perle di lezioni di vita, leggende e proverbi delle tradizioni montane. Moltissime le citazioni e gli estratti sottolineati per suggellare la meravigliosa potenza linguistica di Valeria.
In questo libro infatti leggerete una storia delicata, ma più che altro troverete un inno alle parole e al linguaggio superbo e raffinato di Valeria Tron. • Valeria Tron ha una prosa ricercata, e una grande capacità di esprimersi con ricchezza verbale e sapienza linguistica. • La prosa di Valeria è una melodia, di echi che provengono dal passato, di luoghi incontaminati, di mondi rurali dove la terra si lega alla vita dell'uomo e ne cadenza i giorni. Un ode alla Natura e un inno al linguaggio e alle parole. • Parole che diventano protagoniste nell'antica lingua patois, l'arcaica lingua parlata da Nanà. • Quelle che ci racconta Valeria, sono storie di terra umida, ghiaccio, aria rarefatta e boschi che profumano di resina, legna, lavanda, timo, cannella e noce moscata. Storie di terra fertile piene di contraddizioni. • Tra le pagine di questo romanzo vivrete un’autentica avventura esistenziale a contatto con le piccole cose e semplici e persone genuine di antica saggezza. • Vi perderete tra l’esplorazione del mondo selvatico, il rapporto con la solitudine, l’incontro e poi l’amicizia con i montanari. • È una storia delicata e malinconica, che scorre lenta tra le righe, fatta di solitudini che s’incontrano e di sapori che vengono da lontano. • La penna di Valeria racconta le ferite che la vita incide negli animi e nei luoghi, l’eco del passato che rimbalza su un futuro sconosciuto, la difficile arte di non perdersi mai completamente. • L'equilibrio delle Lucciole è una poesia lunga 392 pagine che arriva dritta al cuore dei lettori. • È un libro invernale, forse non adatto da leggere in questo periodo. Peccato sarebbe stato ancora più bello leggerlo sotto una coperta con una tazza di cioccolata calda fumante. • Come sapete ho un brutto rapporto con le parti dialettali inserite nel testo. Ne capisco il grande valore culturale, in particolar modo in questo romanzo, ma è un problema mio. Per fortuna Valeria Tron ha quasi sempre tradotto le frasi dialettali amalgamandole nel testo, che sicuramente sono state di grandissimo aiuto. • Sebbene non sia una lettura tra le mie corte è riuscita ad ammaliarmi e incantarmi. Raramente ho incontrato una scrittura così superba. • Sono curiosa di sapere presto i vostri pareri e sapere se anche a voi Nanà è entrata nel vostro cuore. Bello leggere libri come questo. 🥰❤️ • 4,5 ⭐️
In anni di letture ed emozioni, finalmente mi sono imbattuta nel romanzo che più mi rappresenta, che coglie appieno tutto ciò che ho più a cuore nella vita: casa e memoria dei miei cari. È stata una lettura per certi versi sofferta, per via dei ricordi che ha fatto affiorare in me, ma è un romanzo così emozionante che avrei voluto essere io l’autrice. Ho sorriso, sono rimasta contrariata, mi sono arrabbiata, ho sperato e provato dolore ma anche tanta empatia e voglia di vivere. “L’equilibrio delle lucciole” nasce dalle mani amorevoli di Valeria, dalla sua vita passata in un pugno di case vicino a Sestriere. Cresciuta nei sentimenti e nei sensi grazie ai suoi anziani, ogni parola del suo romanzo riporta a gesti semplici, quelli che fanno una piccola borgata. Siamo così presi ogni giorno da impegni di poco valore e perdiamo ore tra social e TV senza renderci conto che la vita vera è attorno a noi. La nostra istantanea è ciò che viviamo ed è la cura di chi abbiamo caro che permette di non essere dimenticati. Dobbiamo ritornare al prenderci tempo per contemplare e goderci il momento. Certe sensazioni non rendono nonostante siano fotografate. Dobbiamo lasciarci attraversare dalle emozioni e farci custodi di ciò che riceviamo per proteggere la testimonianza della vita. Il primo titolo pensato per questo romanzo era “Meizoun”, casa in lingua patois, lingua parlata dall’autrice fin da bambina perché quella della sua terra. Nulla più delle sonorità del parlato delle nostre origini risveglia in noi il passato e nulla più della nostra “casa” riapre il cuore, sede dei ricordi, dei profumi e dei colori. Poi si è optato per il riferimento alle lucciole, animaletti ormai difficili da vedere di notte, perché per vivere e meravigliarci della loro luce hanno bisogno di un ambiente incontaminato. Inoltre, per il discorso di prima, sono creature di cui gioire ad occhio nudo. È infatti impossibile riuscire a fotografarle, come volessero obbligarci ad assistere. Ricordo passeggiate da bambina per mano di mia nonna, guardando in riva alle strade il luccichio dei culetti delle lucciole. Era come trovare scintille di stelle tra l’erba! Tra tutte le persone conosciute nel romanzo, Nanà e Levì sono quelle che ho più amato, forse perché sono raffigurazioni della speranza e della fedeltà. La descrizione dell’ambiente e la caratterizzazione dei personaggi è qualcosa di unico. Particolari i riferimenti botanici dovuti alle conoscenze dell’autrice e alla cultura contadina tramandatele. Sono toccati temi molto delicati come la solitudine, la violenza domestica e l’aborto. L’autrice in tutto ciò ha aperto il suo cuore a noi lettori con grande forza d’animo, parlando di cose conosciute, perché nessuno più di chi ha vissuto sulla propria pelle certe esperienze ha il dovere di trattarne. Un esordio da dieci e lode!
L’equilibrio delle lucciole, primo romanzo di Valeria Tron, ci porta in un tempo sospeso dove la neve attutisce i rumori, il passare delle ore ma non le emozioni. Adelaide, dopo il naufragio della sua storia d’amore, torna nel paese dove è nata, un piccolo paese tra le montagne aspre della Val Germanasca. Qui, insieme a Nanà, riporterà alla luce storie appannate, segreti nascosti e ricordi indelebili grazie a una stanza segreta in cui la custode ha stipato la sua “biblioteca di esistenze”. Un libro sentimentalmente forte, caratterizzato da vittorie e sconfitte, ma soprattutto da un senso di sospensione temporale particolare. Mentre lo leggevo, forse per l’ambientazione, mi sembrava di essere in una zona ovattata, lontano dalla realtà. Perfetto per chi ama le montagne e quei libri più lenti, che vanno assaporati pagina dopo pagina, con parsimonia, io ho fatto fatica a entrarci in sintonia. L’uso nei dialoghi del Patois, lingua occitana alpina, mi ha reso difficile (ahimè) la lettura: seppur per molti questo venga descritto come il fiore all’occhiello del libro, io l’ho molto sofferto. Personalmente lo incasellerei come un libro invernale, da leggere sotto una coperta, davanti al camino, con una tazza di tè in mano e non con 36° e un ventilatore sparato in faccia 😅 È una lettura che non ho saputo apprezzare completamente ma credo che potrebbe regalare bei momenti a chi saprà trovare il giusto passo del romanzo.
Un libro inutilmente verboso, con questo escamotage del dialetto tradotto che annoia già a pagina 7, descrizioni che forse solo Zola può rendere interessanti. Mi chiedo perché un libro in cui a pagina 30 non è ancora successo NIENTE possa essere pubblicato.
vocabolario forzatamente pomposo, le pagine non scorrono, peccato perchè i personaggi non sembravano nemmeno male, ma davvero la scrittura non scorre abbandonato all'11%, raro record di abbandono prematuro
L'equilibrio delle lucciole di Valeria Tron - Ed. Salani - 392 pagine
“Ogni punto di partenza ha bisogno di un ritorno. Per riconciliarsi con il mondo, dopo una storia d'amore finita, Adelaide torna nel paese in cui è nata, un pugno di case in pietra tra le montagne aspre della Val Germanasca: una terra resistente dove si parla una lingua antica e poetica. È lì per rifugiarsi nel respiro lungo della sua infanzia, negli odori familiari di bosco e legna che arde, dipanare le matasse dei giorni e ricucirsi alla sua terra: 'fare la muta al cuore', come scrive nelle lettere al figlio. Ad aspettarla - insieme a una bufera di neve - c'è Nanà, ultima custode di casa, novant'anni portati con tenacia. Levì, l'altro anziano che ancora vive lassù, è stato ricoverato in clinica dopo una brutta caduta. Isolate dal mondo per quattordici giorni, nel solo spazio di quel piccolo orizzonte, le due donne si prendono cura l'una dell'altra. Mentre Adelaide si adopera per essere utile a Nanà e riportare a casa Levì, l'anziana si confida senza riserva, permettendole di entrare nelle case vuote da tempo, e consegnandole la chiave di una stanza intima e segreta che trabocca di scatole, libri ricuciti, contenitori e valigie, in cui la donna ha stipato i ricordi di molte vite, tra uomini, fiori, alberi e animali, acqua e tempo. Una biblioteca di esistenze, di linguaggi, gesti e voci, dove ogni personaggio è sentimento, un modo di amare. Fotografie, lettere, oggetti che sanno raccontare e cantare il tempo: di guerra e povertà, amori coltivati in silenzio, regole e speranza, fatica e fantasia. Un testamento corale che illumina le ombre e le rimette in equilibrio. La bellezza intensa che respira oltre la vita e rimane in attesa di parole. Tuffarsi nella memoria significa avere il coraggio di inventare un altro finale e vivere oltre il tempo che ci è stato concesso, per ritrovare il luogo intimo di ognuno. La casa”.
“L'elegia poetica del quotidiano, come lente di ingrandimento per ridimensionare lo sguardo sulle necessità dell'uomo. La scoperta di una grande narratrice. Una voce limpida che guida alla sorgente delle storie e le rende universali”.
Ero indecisa se affrontare la lettura di questo libro, tutte quelle frasi in patois, in corsivo, credevo che mi avrebbero ostacolato nella comprensione del testo … è proprio vero che dobbiamo ascoltare la pancia e zittire la testa, perché questo romanzo mi chiamava a gran voce per un motivo immenso: è casa. Ho versato fiumi di lacrime come mai prima d’ora, e continuo a versarne ora, a giorni di distanza dalla fine della lettura, perché ha toccato con una delicatezza impalpabile le mie corde più profonde. L’ho letto da una copia in prestito, ma chiudendolo dopo l’ultima pagina ho deciso che ne avrei acquistata una, come ho fatto, con decisione e con un rituale tutto mio, per averlo sullo scaffale come conforto, per rileggerlo quando sarà di nuovo il suo e il mio momento perchè questo romanzo è casa, è un nido in cui rifugiarsi nei momenti di tempesta attendendo fiduciosi il ritorno del sereno, mentre il dolore si allevia e le ferite guariscono.
Ho fatto anche io naufragio tra le montagne per tornare a casa e ogni gesto di Adelaide ha ripercorso le strade dei miei ricordi, tra boiler con le lancette rotte, la legna da portare in casa, la neve che gocciola dai tetti, il silenzio che ovatta ogni rumore tranne i sussurri della natura, gli incontri imprevisti con la fauna locale (anche se io mi sono limitata ad un capriolo), i pavimenti che traballano sotto i piedi, i sentieri di lastre di sasso, i ricoveri per anziani (che lì nessuno chiama RSA) giù, in valle, lontano da tutto questo, lontano da casa e dalla vita. Come Adelaide ho cercato riparo dalle intemperie della vita frenetica, priva di momenti di riflessione e di equilibrio, colma di troppi oggetti, di troppa luce, di troppo rumore. La sua Nanà mi ha ricordato tanto una piccola, dolce, anziana prozia e sono quasi annegata nelle lacrime dei miei ricordi.
Nanà, novant'anni di antica saggezza, donna forte e fiera, è la custode dei segreti e delle vite di quel borgo che non ha mai lasciato, è una sorta di oracolo, un trionfo di perle di saggezza, di vita vissuta e di proverbi ormai dimenticati.
Adelaide, un ponte, tra Nanà, le vite passate, le Valli e il presente e la modernità, è il personaggio che traduce indirettamente i dialoghi in patois, fondamentali per plasmare l’identità dei personaggi e dei luoghi; dialoghi che per nulla rallentano la lettura, anzi, la arricchiscono oltre modo; mi sono stupita di come, conoscendo un po’ il francese e i dialetti che sono le mie radici, io lo abbia capito spesso senza bisogno della traduzione. Adelaide domanda con discrezione e Nanà poco alla volta la mette a conoscenza di molti segreti rimasti sepolti tra le sue mura per troppo tempo.
Il tempo che Adelaide e Nanà passano assieme è un tempo di riscoperta, nel quale si prendono cura l'una dell'altra e portano alla luce le storie di chi, quelle case ora disabitate, le ha vissute, riscoprendo le tracce di un mondo che non c'è più, ma sopravvive nella memoria di chi è rimasto, Nanà e Levì, che sono gli ultimi due abitanti del borgo; ora lui è ricoverato a valle, a causa di una brutta caduta, e fissa giorno e notte le montagne oltre le finestre, dove sta il suo cuore, dove è casa.
In queste pagine, scritte col cuore e con grande competenza, ho trovato tutti i miei nodi ancora da sciogliere: ci sono vita e morte, dolore e gioia, regole e rituali, paure e tanto amore. E’ una storia vera, nostalgica, con dettagli cesellati dalla scrittura delicata e commovente, quanto lirica, poetica, potente, ma mai travolgente dell’autrice; c’è una grande cura nelle parole, le descrizioni sono evocative, i personaggi così veri e vivi da vederli e sentirli, i riferimenti naturalistici precisi. Aprire questo libro è come aprire la porta sul mondo antico dei borghi dimenticati di montagna. È un libro con un ritmo dolce e lento, necessariamente, come alcune pietanze cucinate assieme da Nanà e Adriana, seguendo le antiche ricette, celebrando il momento come una domenica di festa.
E’ un monito a ritrovare la propria strada partendo dalle radici, ritrovando la misura delle piccole cose, fermando il tempo e riprendendo a respirare. Una lettura imperdibile, delicata, raffinata, un balsamo per il cuore, ma decisamente non per tutti: c’è bisogno di lentezza, di fermarsi ad ascoltare a ad osservare, si deve porre l’ego da parte e portare in palmo il cuore.
L’ho inconsapevolmente letto credo nel periodo migliore, la fine di ottobre, quando l’autunno coi primi freddi bussa alla porta e ci riconduce all’introspezione, quando accendiamo una candela per far luce al viaggio di chi non è più con noi col corpo, ma vive nel ricordo.
“Non posso dare più di 5 stelle ma vale, per la commozione che trasmette, tutte le stelle dei cieli di montagna”.
Scrivo attraverso il velo delle lacrime di commozione perché Aigo per un po’ è stata anche casa mia. Io come Daniele ci sono entrata in punta di piedi, ospite, e sono rimasta senza parole di fronte alla spoglia bellezza, alla meraviglia, a quel “qualcosa” che ti fa sentire di essere arrivato al posto che attendevi o che ti attendeva, che a volte le due cose coincidono. Come Adelaide ho amato Nanà, Memè, Lena e dando Irma e Levì, ognuno si è preso un pezzo del mio cuore, come fossero tutti i miei nonni. È per questo che piango, perché nel dialetto, nei modi, nella saggezza semplice e schietta, nei gesti che sanno di cura e conoscenza ho ritrovato pezzi della mia storia; ho rivissuto alcune emozioni potenti che sono da qualche parte dentro di me, geografie che non esploro spesso. A cui, però, è necessario tornare perché lì c’è un grande tesoro, il lascito di chi è stato custode di passi, di luoghi, di parole e tradizioni. A differenza di Adelaide, però, non sono fatta di montagna, sono impastata di vento e di mare e le mie montagne sono scogli che sfidano le onde. Salmastra e aspra, in cerca di approdo, di un posto da chiamare “meizoun”, direbbero Nanà e le altre. E in questo torno ad essere come la protagonista, che era tornata al paese dov’è cresciuta per mettere ordine dentro di sé, per capire cosa fare, per fare il punto e ripartire. Arrivata sul finire dell’inverno per mettere radici un po’ più profonde, per arrivare alla primavera con nuovi germogli e per tagliare i rami secchi, lasciar andare le foglie che hanno già dato tutto. Con sua grande sorpresa scopre che Levì non è più a far compagnia a Nanà, che le “maledette fascine”, l’han fatto cadere e ora si trova nell’ospizio giù in paese per essere curato.
Nanà è rimasta l’ultima custode, con uno sgabuzzino pieno di storie, pieno di vita. Storie a cui Adelaide accede piano piano, attraverso diari, quaderni, oggetti che rivelano quanta vita è passata, quanta luce e quanto buio, quanto dolore e quanto amore hanno mosso gli abitanti di Aigo, di un luogo dove la natura è maestra. E così scopre il segreto nel cuore di Lena, così austera e così piena di poesia; privata dell’amore, ma mai sconfitta del tutto. Ritrova la dolcezza e l’allegria di Irma, la delicatezza di Memè che è stata piegata, ma non spezzata, accudita e aiutata con discrezione; e di Nanà ripercorre il passato attraverso guanti di pizzo di Francoforte, dono di un amore lontano. Ogni storia, ogni parola, ogni ricordo è un dono che la aiuta a far chiarezza dentro di sé, a ritrovare il suo proprio equilibrio, a comprendere meglio se stessa e le donne con cui è cresciuta e che le hanno donato tanto, ognuna a modo proprio. Tutte indispensabili e preziose. Un dono speciale è quello del patois, l’antico dialetto che si parla solo lì e in qualche altro luogo d’italia, una lingua antica le cui parole sono profonde e ancestrali, dense di significati. Una lingua di pancia e di cuore che Adelaide parla e che diventerà la breccia che romperà il muro della solitudine di Nanà, la diffidenza di Levì e avvicinerà Daniele. Come? Scopritelo!
È una scrittura molto lenta e poetica, che ha bisogno di tempo, di essere interiorizzata. Ci si mette forse un po’ a comprendere il dialetto, ma l’autrice traduce le frasi quasi immediatamente e dopo un po’ lo si comprende. A me è risultato facile e istintivo perché alcune parole sono le stesse del mio dialetto e sentire quel “Nin” che Nanà rivolge ad Ade mi ha commosso: Anche da noi si ha una “Nin”, usato quando si parla con qualcuno di più giovane, ma qualcuno a cui si vuole tanto, tanto bene. Non è soltanto un “piccola/o”, dentro c’è tutto l’affetto, c’è tutto il calore del mondo. Non si userebbe mai con un estraneo. Poi, come la protagonista, col dialetto sono cresciuta, è la mia prima lingua. (piccolo aneddoto: una delle mie sorelle alla domanda della maestra “che lingua parli?” rispose: “l’indialetto”. Certo, voleva scrivere “Il dialetto”, ma il costrutto è proprio tipico della frase parlata che sarebbe stata (me a s’cor) in dialét : io parlo dialetto.) E, sebbene la lingua italiana abbia migliaia di parole con sfumature diverse, nessuna di queste raggiungerà mai la complessità e la potenza (affettiva e non) dell’ “indialetto”. In questo romanzo la potenza si sente tutta e quando sono arrivata a pagina 343 mi sono sciolta in lacrime.
Mi è piaciuto tanto, l’ho trovato toccante e posato, dolce e delicato. Se siete “frettolosi”, o amate l’azione non ve lo consiglio. Altrimenti dategli e datevi una possibilità. Ci sono tanti modi per parlare della vita e di quello che sta scomparendo. Questo è il modo di Valeria Tron, che getta un ponte sul futuro. Per questo il mio voto è 5 stelle.
"Ho quasi paura di trovarmi impacciata nello stagno della memoria, dove eserciti di girini con le spade sono pronti a trafiggere ciò che finora è rimasto mansueto, tutte quelle cose che ho volutamente nascosto alla vista..."
Cosa fare per riprendersi da una delusione d'amore? Adelaide decide di tornare nel paese in cui è nata, un pugno di case di pietra tra le montagne della Val Germanasca, in Piemonte, una terra dura, un luogo dove si parla il patois, una lingua antica che conoscono solo in pochi. Ad attenderla c'è Nanà, un arzilla novantenne custode della casa e della memoria 🖤 Ade ritorna all’infanzia per fare i conti con le sue ferite, è stata una scelta necessaria, e questo è il posto giusto dove risanare anima e corpo e scoprire come affrontare il futuro. È il posto giusto per tornare ad amarsi 👍🏻 È il suo rifugio, dove tutto è rimasto come quando era piccola, le montagne, il bosco, l'odore del camino acceso, i gomitoli di lana, tutto profuma di cannella, cenere e minestrone 😊 e poi c'è lei, Nanà, il suo punto fermo 💞 Levì, l'altro anziano che ancora vive lassù, da circa un mese è ricoverato in una clinica a valle, dopo una brutta caduta.
"Che ne è di Nanà senza Levì? Per anni sono rimasti gli ultimi domatori di inverni a farsi la compagnia migliore tra una partita a carte e le solite cose. Solite, sì, ma anche solide..."
Nel suo percorso, Adelaide si prenderà cura di Nanà, insieme proveranno a riportare a casa Levì, telefonando alla casa di riposo dov'è ricoverato, scendendo a valle per andare a trovarlo, è così che Ade conosce Daniele, un infermiere del centro. L'anziana si confiderà con la sua "Ninno", permettendole di entrare nelle case vuote del paese, e consegnandole la chiave di una stanza segreta piena di scatole, libri, contenitori e valigie, in cui la donna ha stipato i ricordi di molte vite, tra uomini, fiori, alberi e animali, acqua e tempo 🖤 Nanà da sempre legata alle tradizioni, ha custodito con amore, conoscenze e storie antiche, ora dedica tutto il suo tempo al passaggio di consegne 😊
Ho amato Adelaide, è una donna forte, e grazie a Nanà, piano piano ritrova il senso della vita, ha un figlio, Gioele, un bravissimo ragazzo che ha capito senza giudicare, le difficoltà della madre quando ha deciso di partire. Daniele l'infermiere è una forza, con entusiasmo decide di imparare il patois, vuole conoscere tutte le tradizioni e i valori del piccolo paesino, ed entra nella vita di Ade in punta di piedi 🥰 l'ho trovato proprio un bel personaggio. Ma senza dubbio, Nanà è la protagonista indiscussa 🖤 lei e tutte le sue storie!
Bello! È stata una piacevole lettura ed è il primo libro che leggo di Valeria Tron (consigliato da Sara ❣️) posso dire che, L’equilibrio delle lucciole si posiziona tra i "romanzi che fanno stare bene", soprattutto per le descrizioni dei paesaggi e per le sensazioni dei protagonisti, poi, ti fa capire che è facile ritrovare la felicità attraverso i piccoli gesti 🌸 Mi è piaciuto lo stile della scrittura: il "volume" è dolce e tranquillo 👍🏻 Però ogni tanto mi perdevo nel linguaggio ricercato scelto dalla Tron, con la scelta delle parole nei pensieri di Adelaide... soprattutto all'inizio, l'ho trovato davvero pesante, ma andando avanti l'ho apprezzato di più 😊 Forse quando ho iniziato questa lettura, non era il momento giusto. Consiglio 👍🏻
"L'equilibrio delle lucciole" di Valeria Tron Pagine 400
Con la sua relazione in crisi, più incline alla rottura che al riconciliamento, Adelaide decide di prendersi una pausa da tutto e rifugiarsi nel suo paese di nascita. Ad accoglierla c'è la sua casa ma soprattutto ci sono i suoi affetti. Il tempo con Nanà è stato lenitivo. Adelaide con la sua compagnia e i suoi racconti è rinata e Nanà, a sua volta, ha trovato qualcuno a cui donare la sua eredità.
Ammetto di essere stata ammaliata da questo libro fin dalla sua pubblicazione. La trama mi aveva già di per sé donato un senso di tranquillità inimmaginabile e la cover è qualcosa di meraviglioso. Lo stile di scrittura dell'autrice mi ha conquistata da subito. Ho percepito ogni parola come fosse stata una poesia e mi sono lasciata trascinare dal vortice dei suoni che mi circondavano in un ritmo cadenzato ben preciso. Nonostante la prima parte del romanzo mi è risultata un po' confusionaria, alla fine non ho potuto fare a meno di lasciare un pezzetto del mio cuore su quei monti in Val Germanasca. La mia confusione iniziale derivava dalle troppe nozioni frammentate sulle vite del paese ed è scemata solo quando ho cambiato il mio approccio di lettura. La narrazione è atipica. Il libro è un puzzle a incastro e solo i vari frammenti riuniti potranno dare il risultato del quadro completo. Frammenti fatti di vite. Frammenti fatti di storie, ma anche di oggetti. Frammenti fatti di sogni realizzati o infranti. È difficile dire semplicemente che questo è un bel romanzo perché purtroppo (e per fortuna) c'è così tanto vissuto tra le sue pagine che ogni aggettivo sembra riduttivo. La storia è un intreccio tra vita e morte. Anzi, forse, dovrei dire vita, morte e rinascita.
"Fa meno male, la morte, se poi nascono tanti fiori."
Ogni persona e oggetto hanno un loro vissuto, una loro "fine", ma il loro passato e la loro conoscenza vengono custodite e nel tempo hanno permesso ad altri la loro rinascita. Così è stato per Adelaide, la nostra narratrice, e prima di lei per Nanà.
Quanto doloce, bizzarra e sveglia è la nostra Nanà. Una "nonna" con i fiocchi, impossibile non amarla. Amica, confidente, custode. È lei la chiave di questo libro. Lei e la sua stanza delle vite.
Unica nota dolente dal mio punto di vista, ma ho letto che è stata voluta fortemente dall'autrice, è stata l'uso del Patois spesso non tradotto. Mi ha innervosita non poco inizialmente il non avere sempre la traduzione a portata di mano anche se devo dire che il discorso resta comunque facilmente intuibile dal contesto.
C'è bisogno di metodo, di pazienza e calma per affrontare questa lettura. Bisogna estraniarsi e lasciarsi trasportare dalle vite degli abitanti sui monti per apprezzare fino in fondo quello questa storia ha da dare. Se vi viene voglia di correre avanti ricordatevi ciò che ripete sempre Nanà: "Maledetta fretta". I profumi, i sapori, i luoghi tipici, le storie e i racconti, gli affetti... Tutto ciò è casa.
Questo romanzo è molto più che una lettura, è una vera e propria esperienza, un cammino che il lettore compie pagina dopo pagina.
La voce narrante di questo racconto corale è Adelaide, una quarantenne che ritorna ai monti della sua infanzia per isolarsi e cercare dentro di sé il motivo della sua incapacità a coltivare un rapporto, un sentimento.
Ad accoglierla c'è Nanà, una tenace novantenne, custode delle case del borgo e delle anime che le hanno abitate, spentesi via via nel tempo. Nel borgo sono rimasti lei e Levì, superstiti di un mondo semplice ma pregno di vita; si sono presi cura uno dell'altro, fratelli nel cuore, fino a quando Levì, sistemando delle fascine - maledette fascine - è caduto, facendosi male, ed è stato ricoverato in una casa di cura.
L'arrivo di Adelaide è provvidenziale per Nanà, che vuole sopra ogni cosa riportare a casa Levì, tra le sue montagne; e mentre discutono sulle possibilità, Nanà apre il suo "sgabuzino", consegnando ad Adelaide la sua meizoun, la casa che conserva nel cuore. "È la mia casa, sì. Ognuno di loro: una stanza di casa." Nello sgabuzino di Nanà sono stipate innumerevoli scatole, ognuna meticolosamente etichettata, alcune adibite ad archivio inestimabile di erbe e fiori, altre contenenti vite intere. Tra quelle scatole c'è la vita di Memè, la nonna di Adelaide, e di Granpapà, suo marito, di bar Tricot, portatore di allegria, di Dando Irma, la leggerezza dei piccoli piaceri, ma soprattutto di dando Lena, il rigore delle regole che cela un cuore ferito dalle traversie della vita. "Una borgata sopravvive di piccoli momenti condivisi e di attenzioni reciproche: altrimenti si sgretola e diventano solo case." Tra quei ricordi c'è la gioia di un ballo sulla paglia, le risate dei racconti gonfiati per strappare stupore alle orecchie di chi ascolta, la violenza domestica, la sofferenza della guerra, per chi parte e chi resta, il dolore della perdita e la gioia dell'incontro. C'è vita. C'è casa. C'è Meizoun. "La storia passa da ciò che arriva, ma può essere testimoniata solamente da ciò che resta." Mentre Adelaide compie il suo cammino, ci prende per mano e ci accompagna in questo viaggio fatto di salite, asperità, e soste che ripagano la fatica.
Leggere questo libro è proprio come camminare tra i monti in cui è ambientato: all'inizio il sentiero è tortuoso, si snoda tra tornanti e dislivelli, costituiti da un linguaggio poetico e dall'uso del patois, e possono farci temere di non riuscire ad arrivare in cima. Man mano che si prosegue l'ostilità si trasforma in melodia che sostiene e accompagna verso la vetta che si scorge da lontano, fino a vedersi aprire un panorama che toglie il fiato, tanta è la bellezza e il calore che avvolgono, riempiendo occhi e cuore in una sensazione di compiutezza.
Arrivata alla fine mi sono sentita parte di questa grande famiglia, mi sono sentita a casa, ho pianto e sorriso con loro, e mi sono meravigliata di fronte allo spettacolo di un borgo illuminato da decine di luci che si dissolvevano nel cielo, in un equilibrio perfetto tra vita e morte, gioia e dolore.
È una lettura che richiede un tempo lento, in contrapposizione alla frenesia alla quale siamo tristemente abituati - mailerouzo préso, maledetta fretta -, un tempo nel quale ascoltarsi e ritrovare l'importanza e il piacere delle piccole cose, la dignità dell'accettazione del dolore, perché ogni cosa ha un lato buono, ma anche un rovescio, e per poter essere felici bisogna saperli accogliere entrambi.
“L’equilibrio delle lucciole” è il romanzo d’esordio di Valeria Tron ed è stato pubblicato lo scorso giugno da @salani_editore, che ringrazio per la copia. Valeria è nata in Val Germanasca e il suo romanzo è un vero e proprio inno alla bellezza di questo luogo e della sua lingua, il patois.
“𝘖𝘨𝘯𝘶𝘯𝘰 è 𝘶𝘯 𝘨𝘦𝘳𝘮𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘴𝘱𝘢𝘳𝘴𝘰 𝘥𝘢 𝘷𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦 𝘱𝘰𝘴𝘴𝘪𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵à. 𝘗𝘰𝘵𝘦𝘷𝘰 𝘤𝘢𝘥𝘦𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘰𝘷𝘦 𝘦 𝘪𝘯𝘷𝘦𝘤𝘦 𝘮𝘪 𝘳𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘰 𝘥’𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘮𝘰𝘴𝘴𝘢 𝘨𝘭𝘪 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘪𝘯𝘪 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘪 𝘢𝘭𝘣𝘦𝘳𝘪, 𝘤𝘰𝘯 𝘪𝘮𝘱𝘢𝘴𝘵𝘰 𝘶𝘨𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘥𝘦𝘪 𝘧𝘪𝘰𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘪 𝘤𝘪𝘳𝘤𝘰𝘯𝘥𝘢𝘯𝘰 𝘦 𝘯𝘦𝘪 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘰 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢.” I fiori e gli alberi che circondano Adelaide sono quelli del piccolo villaggio alpino che le ha dato i natali e dove, in piena crisi matrimoniale, decide di tornare nel tentativo di ritrovare se stessa. A volte, per poter andare avanti, è necessario tornare sui nostri passi e ritrovare le nostre radici.
“𝘘𝘶𝘢𝘯𝘵𝘢 𝘪𝘮𝘮𝘢𝘨𝘪𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘦𝘳𝘷𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘦𝘯𝘦𝘳𝘴𝘪 𝘪𝘯 𝘦𝘲𝘶𝘪𝘭𝘪𝘣𝘳𝘪𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘢 𝘷𝘪𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘶𝘯’𝘢𝘭𝘵𝘳𝘢 𝘥𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘦 𝘵𝘶 𝘴𝘦𝘪 𝘱𝘪𝘦𝘯𝘢 𝘥𝘪 𝘳𝘶𝘨𝘨𝘪𝘯𝘦?” In questo piccolo villaggio il tempo sembra essersi fermato. Quello di Adelaide è un viaggio a ritroso nella memoria collettiva di questo luogo e delle persone che lo hanno abitato. La custode di questa memoria è Nanà, che per Adelaide è praticamente una zia. Nanà è una donna che porta sulle spalle ben novant’anni di età e una vita vissuta tra sacrifici, dolori, fatica e segreti taciuti in nome dell’amore. Nanà si esprime in patois, dialetto francoprovenzale che il lettore impara a comprendere e ad amare come fosse suo grazie alla traduzione che Adelaide, io narrante, ci offre. Nello sgabuzzino di Nanà c’è un posto per ogni cosa e ogni cosa ha il suo posto e la sua etichetta. In esso sono contenute le storie di un villaggio intero in forma di lettere, fotografie, vestiti della domenica, chiavi e pagine di diario strappate dalla foga della rabbia e della sofferenza. È così che Adelaide ripercorre la vita di tutte le persone che per lei sono sempre state un punto fermo, braccia che l’hanno sostenuta, mani che l’hanno accompagnata fin dai suoi primi passi. Ci sono le storie di bar Tricot, di dando Irma, Levi e dando Lena e anche quella di Memè e Granpapà. Conoscere le loro storie le permette di ritrovare se stessa e di chiudere quella relazione in cui stava ormai stretta, intrappolata in una stanza fatta di carezze mancate e pesanti non detti.
“L’equilibrio delle lucciole” abbraccia il lettore in un’atmosfera domestica e struggente, scavando nelle radici profonde di un villaggio che sembra far parte di un libro delle fiabe con uno stile scorrevole ma colto, dalle cui parole trasuda tutto l’amore che l’autrice prova per la sua terra e la sua lingua. Come sempre, fatemi sapere se la recensione vi ha incuriosito, se avete già letto il libro o vi piacerebbe farlo e le vostre eventuali riflessioni sul tema.
La casa è dove custodiamo i nostri affetti,i nostri ricordi, dove ci sentiamo al sicuro e ci rifugiamo dal caos del mondo.
Un libro che và assaporato con i giusti tempi, senza fretta.
Un linguaggio arcaico e desueto trasporta sì il lettore a percepire la magia di quei luoghi ma al tempo stesso non facilita la scorrevolezza della lettura, rendendola meno fluida ma non meno affascinante.
Una prosa elegante, musicale, evocativa rende questo romanzo unico nel suo genere, trascina il lettore in un vortice di emozioni, avvolgendolo come una calda coperta in una giornata di pioggia.
Un romanzo corale, che racconta le storie di vari personaggi, dove troviamo Nanà che usa parlare l'antica lingua del patois e ci trasporta in un lontano passato attraverso ricordi, foto, lettere...
Sono molteplici le sensazioni che ho provato,non è semplice parlare di un testo del genere, credo che a volte le parole non possano rendere bene l'idea, soprattutto quando un libro ti scatena l'anima, te la stravolge con la sua intensità, con la sua profondità, soprattutto quando ti rievoca ricordi, odori, anche della tua infanzia, facendoti andare indietro nel tempo, ecco, quando succede tutto ciò, credo che un libro vada consigliato a tutti, sicuramente a chi in questo momento ha bisogno di una coccola, di una carezza sul cuore.
L'equilibrio delle lucciole è il riscoprire la bellezza delle piccole cose, degli attimi, del calore della casa, valori che si stanno perdendo nella frenesia della modernità.
Adelaide, la protagonista, cerca rifugio da un amore che sta naufragando fra le montagne della Val Germanasca, sua terra natia e riparo dalle intemperie della vita frenetica priva di momenti di riflessione e di equilibrio. Ad attenderla trova la novantenne Nanà, custode e guardiana dei ricordi e dei segreti degli abitanti di quel piccolo borgo montanaro che si è oramai spopolato, specialmente ora che anche Levì -amico di Nanà- è ricoverato in una struttura in seguito ad una brutta caduta. Mentre Adelaide si adopera per essere utile a Nanà e riportare a casa Levì, l’anziana si confida senza riserva, permettendole di entrare nelle case vuote da tempo, e consegnandole la chiave di una stanza intima e segreta che trabocca di scatole, libri ricuciti, contenitori e valigie, in cui la donna ha stipato i ricordi di molte vite. “L’equilibrio delle lucciole“, opera prima dell’illustratrice Valeria Tron, è una vera e propria rivelazione letteraria. Un romanzo dal ritmo rilassato e rilassante, cadenzato dall’alternanza delle stagioni climatiche e quelle del cuore, della memoria. Leggere “L’equilibrio delle lucciole” significa rallentare, rigenerarsi ed infine aprirsi nuovamente alla speranza. Nelle vite dei suoi protagonisti, seppur lontani e distanti nello spazio e nel tempo, è possibile ritrovare la matrice fondante che ha tessuto le esistenze di tutti noi. Questo romanzo è casa, focolare, nido in cui rifugiarsi nei momenti di tempesta e nel quale attendere fiduciosi il ritorno del sereno. Potete leggere la recensione completa sul blog (link in bio).
È’ un romanzo potentissimo e ricco di poesia, una storia intensa che ti regala coccole e saggezza, da leggere assaporandolo con calma. C’è una grande cura nella scelta delle parole. L’autrice è’ nata in proprio in quella valle che ha scelto di raccontare, e vive ancora lì buon parte dell’anno. Questo è il suo primo romanzo ed è straordinariamente autentico. Se all’inizio del libro l’uso del patois ha rallentato la lettura, durante il racconto la lingua mi è diventato più familiare e ha aggiunto valore agli insegnamenti di Nana’. Adelaide, quarantenne in fase di separazione, torna nel paese in cui è nata, un pugno di case in pietra tra le montagne.Nanà vive in quelle case da novant’anni accanto a Levì, l’altro anziano del paese che è ora ricoverato in clinica dopo una brutta caduta. Una bufera, isolate dal mondo per quattordici giorni, le due donne si prendono cura l'una dell'altra e si raccontano, avvolgo il lettore nella bellezza e nel calore della meizoun, la casa che conservano nel cuore. "Una borgata sopravvive di piccoli momenti condivisi e di attenzioni reciproche: altrimenti si sgretola e diventano solo case." « Due sono gli equilibri che occorrono: quello naturale e quello intuitivo. Il primo è la costante rigida intorno alla quale tutto muove: le stagioni, l’erba, gli uomini, i campi, e il secondo credo sia nella capacità di ricredersi, per raccontare con occhi nuovi il tempo delle piccole cose.”
#LEquilibrioDelleLucciole di #ValeriaTron è un #romanzo che ho trovato inaspettatamente bello. Non ne avevo sentito parlare troppo bene in giro, e la quarta di copertina non mi aveva ispirata granché, motivo per cui ci ho messo tanto a decidermi di leggerlo. Narra la storia di Adelaide, una donna sulla quarantina che fugge da una relazione insoddisfacente e si rifugia nella vecchia casa di famiglia in Val Germanasca. Lassù, nell'ambiente alpino puro e incontaminato, riscopre le figure che l'hanno accompagnata durante l'infanzia grazie alla novantenne Nanà, unica testimone di una generazione cancellata dal tempo. Nanà racconta ad Adelaide come la guerra ha spazzato via l'allegria e la spensieratezza dalle vite dei suoi amici, in particolare quella di sua sorella Lena, che ha aspettato per anni il ritorno del suo innamorato dal fronte, per poi rincontrarlo quando era ormai troppo tardi. Questo #libro narra una potente #sagafamiliare attraverso i dolori, le speranze, le asperità dovute all'ambientazione, le liete reminescenze e le gustose ricette di montagna trasmesse da Nanà ad Adelaide, ma anche ai lettori. Bello, commovente, genuino. L'utilizzo del dialetto patois è un elemento che arricchisce, non porta alcuna difficoltà. Consigliato a chi legge i romanzi di Valérie Pérrin e Mélissa da Costa, ma anche di Paolo Cognetti. . Per altre recensioni, mi trovi su instagram: @bibliotecamentale 📚
Adelaide dopo una delusione d’amore ha bisogno di riflettere sulla sua vita e decide di rifugiarsi in Val Germanasca, in montagna, nei luoghi dove ha trascorso la sua infanzia accanto alle persone più care e dove il passare del tempo inoperoso permette di ritrovare se stessi e capire di ciò di cui si ha bisogno. Ad attenderla in questo paesino ci sono Nanà, una dolce nonnina ormai novantenne e il vecchio Levì. Adelaide trascorre le sue giornate in compagnia di Nanà, prendendosi cura di lei e delle piccole case ormai vuote, ma con dentro i ricordi vividi delle persone che le hanno abitate. Questo esordio parla di equilibri ed è intenso e pieno di poesia. Un libro che apre il cuore e vero, il tutto impreziosito dall'utilizzo del dialetto Patois che dona ancora più veridicità alla storia. Una bella storia per riflettere sull’importanza dei luoghi, di quanto sia fondamentale custodire le nostre radici e le memorie dei nostri cari o delle persone di una certa età.
ASPETTATIVA: In questo libro cercavo una lettura introspettiva e un ambiente suggestivo. EMOZIONI: L’equilibrio delle lucciole è una finestra su una gentilezza alla quale non si è più abituati. Un libro che mi ha fatto riflettere sulla preziosità del patrimonio umano che risiede nelle persone anziane e che, se viene guardato con occhi disattenti e veloci, potrebbe andare perduto. Le lucciole sono esseri leggeri, fragili, eppure magnetici che col loro equilibrio hanno da insegnarci la pazienza e infine la vita. I protagonisti anziani di questo libro mi sono sembrati esattamente così. SCRITTURA: Non assegno 5 stelle perché alcuni passaggi li ho trovati troppo densi, alcune descrizioni mi sono sembrate troppo minuziose e mi facevano perdere il filo del discorso nonché il quadro d’insieme. Credo che occorra approcciarsi a questo libro come ad uno scritto poetico. CONCLUSIONE: Lettura introspettiva e ambiente suggestivo trovati … ma al prezzo di un’eccessiva prolissità.
Parto col dirvi che questo libro ad ora si aggiudica il titolo del più bel libro letto quest’anno!
Pagine di pura poesia, ricordi e odori che mi hanno fatto rivivere insieme alla protagonista la sua infanzia, ma non solo!
Adelaide decide di rifugiarsi in Val Germanasca, suo paese natale, mentre la sua vita sembra andare a rotoli. Un matrimonio andato male da cui ha avuto un figlio, oggi adolescente, e una relazione con un uomo freddo e distaccato ormai giunta al capolinea l’hanno portata a prendersi un pò di tempo per lei.
Si rifugia così tra le braccia di Nanà, un'anziana zia a cui è molto legata, superstite delle montagne e custode di vite.
Nanà, ultima perla di una vita semplice, modesta, fatta di tante piccole cose, vive tra quei monti che sono i veri protagonisti della narrazione, così come la lingua antica che continua a parlare: il patois.
Attraverso racconti di ricordi o semplici conversazioni ed incontri il lettore conoscerà adagio tutti gli abitanti che hanno vissuto in quel piccolo paesino arroccato ai monti, le loro tradizioni e i loro segreti che continuano a vivere attraverso la memoria di chi resta.
Facciamo anche la conoscenza dell’anziano Levì, che per un incidente viene portato lontano dalla sua casa. Questo lo porterà piano piano a spegnersi. Ma nel suo cuore custodisce un segreto che lo infiamma e la cara Adelaide lo scoprirà attraverso la timida voce di Nanà.
Attraverso la voce di Nanà conosciamo anche la sua giovinezza e quella delle sue sorelle e gli amici del paese, Dando Irma con la sua leggerezza, Dando Lena con la sua severità e bar Tricot lo sceriffo racconta storie, oltre a Memè e Granpapà, i nonni di Adelaide.
Nel tempo trascorso con Nanà, Adelaide inizia a scoprire di nuovo se stessa e le sue esigenze. Riscopre vecchie usanze e nuovi rituali che la porteranno ad aprirsi e riscoprirsi.
Una lettura poetica che incanta il lettore questo esordio di Valeria Tron!
L’inserimento della lingua ormai dimenticata (Il patois) arricchisce la narrazione rendendolo una perla rara da custodire.
Non vi nego che all’inizio è stato difficile per me entrare in sintonia con questo dialetto perchè l’autrice non ha volutamente tradotto le frasi in patois, ma con un pò di concentrazione e immedesimazione ad un certo punto questo “fastidio” di una lingua diversa non mi ha pesato più anzi ha reso la narrazione particolare.
Leggendo le descrizioni della natura al lettore sembra quasi di guardare una fotografia, ogni minuzia di questo borgo ci viene raccontato dalle parole ammalianti di Valeria portandoci ad una vita semplice, senza fronzoli che per noi è quasi inconcepibile oggi.
Attraverso questo libro ho rivissuto i racconti dei miei nonni, la loro quotidianità semplice, gli odori e i sapori di un tempo che è facile dimenticare ma che rimangono dentro noi per sempre.
Non posso che consigliarvi questa meravigliosa lettura, invitarvi a fare questo viaggio nelle valli insieme a Nanà e Adelaide e rivivere per un breve momento la vita di altri tempi, quella semplice, silenziosa, dove la natura è la padrona e scandisce il tempo degli uomini, non il contrario!
L'equilibrio delle lucciole è un romanzo destinato a durare nel tempo. Difficilmente capita di essere così coinvolti da una lettura, emotivamente ed empaticamente. Ambientato in Val Germanasca, Valeria fa riscoprire, o meglio, ci ricorda quanto sia importante il rispetto e l'amore per la natura, la cultura montana, la memoria di una generazione sempre più lontana dai nostri giorni e che per nulla al mondo dovrebbe essere dimenticata. Tutto arricchito dalla lingua Patois che diventa la lingua del lettore andando avanti nella lettura senza alcuna difficoltà. Non posso che consigliare questo libro per se stessi e come regalo alle persone che amiamo e che amano leggere ❤.
Vinto alla riffa di Natale, mi ha tenuto compagnia il dolce arrivederci, il rapporto con la lingua delle "ziette" del paese, mi sono rivista nella cura e nella bellezza di dedicarsi a stare con gli anziani della tua gioventù, purtroppo non posso dire di aver particolarmente apprezzato la scrittura, benché ricercata e poetica nelle singole frasi e immagini, a volta un po' slegata dalla contesto, a volte un po' troppo e basta. Ringrazio comunque di cuore l'autrice per il viaggio nella lingua antica della Val Germanasca.