Luigi Viola, salentino e figlio del popolo, poi professore e archeologo, avvia a fine '800 la ricerca scientifico-archeologica sull'antica Taras (Taranto - una delle più celebri metropoli della Magna Grecia). E proprio mentre, dopo l'Unità, la città moderna sembra lanciata a folgoranti destini, grazie al massiccio intervento finanziario del giovane Stato (arsenale, sistemazione della rada, potenziamento della base navale, ecc...). Il brillante studioso (fondatore del Museo Archeologico) che intrattiene rapporti con la più significativa intelligenza storica del periodo, si impegna in una sistematica ricognizione del territorio dell'antica e illustre città greco-romana, non senza importanti risultati e notevoli riscontri. Si imparenta con Cacace (Navarra, nell'opera), uomini di forte fibra: commercianti, imprenditori, poco più dei Sedara del Gattopardo, di cui il libro anticipa le problematiche (Cesare Giulio Viola allora era più di Tomasi di Lampedusa). L'archeologo poi si mette in politica, diviene sindaco, e un po' alla volta si lascia vincere anche dalla febbricitante smania dell'impresa. Ma ne esce sconfitto, e conosce la infinita distanza esistente tra il Sud degli studi, del mito, dell'archeologia, e quello della vita reale. L'autore racconta con devozione la storia dolorosa di suo padre Luigi, fuori luogo e fuori tempo, che, in un ambiente indifferente, e spesso ostile, tentò (forse con poca avvedutezza) di modificare in parte il millenario gretto costume di una città grandissima nel passato e misera nel presente. L'opera, ancora oggi, con la sua prosa avvolgente, resa anche più suggestiva dalle leggere coloriture apportate dal tempo, cattura il lettore senza possibili soluzioni di continuità.