Perbacco che soddisfazione: il più completo, veritiero, preciso, etnografico, approfondito romanzo sulla montagna che si potesse immaginare. Oscuro e limpido al tempo stesso. Ora il vero problema sarà trovarne un altro che possa per lo meno tenergli testa e/o reggere il paragone.
Una storia di lupi, di usucapione, di febbri e di impazzimenti. C'è La Storia e c'è La Montagna; ci sono la passione e le ragioni dello storico che qui si fanno contenuto e contenitore al tempo stesso. Il tracollo del passato descritto materialmente come fosse una frana. Sa descrivere La Montagna non nei soliti ed abusati termini di bellezza e natura, neanche in termini di grandiosità e nemmeno nel senso di un certo ecologismo modaiolo che ultimamente imperversa in ogni dove. Descrive La Montagna per quel che è realmente: un ammasso di contraddizioni, un enorme ossimoro del tempo e dello spazio. In questo romanzo non si troverà nessuna aquila romantica, appena appena il lusso di una poiana, e poi solo prosaicissimi cornacchioni.
Vorrei essere capace di esporre con lucidità gli ingredienti di questo lucidissimo romanzo: c'è un po' del miglior Eco; un po' del miglior Vassalli; Vallorgana è come Le Case ne Le case del malcontento di Naspini sia per quanto riguarda gli abitanti che per l'architettura e la topografia; il Duca può essere un discendente (metaforicamente parlando) di un Principe di Salina, così come il Fastreda è in un certo qual modo una reincarnazione di un Don Calogero. C'è un po' del Revelli de Nel tempo dei lupi ma in versione più cerebrale; c'è un po' del Maggiani di Meccanica Celeste ma in versione più dark. E con mio grandissimo piacere, non poteva non ricordarmi anche Nella Pietra di Servignani: laddove Servignani descrive un lavorìo della mente che prende origine dallo scavo della galleria del Lagazuoi, qui Melchiorre racconta un lavorìo del tutto simile che prende però le mosse dallo scavo dello storico nel passato. Non uno storico qualsiasi: uno storico che proprio nel romanzo viene definito "archeologo di sé stesso". Ma in definitiva, si tratta pur sempre di pietra e sasso: su due sassi in particolar modo mi sono commossa (sì, sono fatta così, non mi commuovo per i cristiani ma mi commuovo per i sassi...): a pag. 41 "...quando l'inconfondibile masso fu raggiunto, Nelso mi mostrò una croce che vi era incisa, seguita dalle lettere CIM, che stavano evidentemente per Cimamonte, e dalla data 1649. Non voglio tacere il fatto che quelle scritte alpestri mi allargarono le ali del cuore. Mi chinai a ripulirle con un sasso aguzzo, pensando nel frattempo a quale mano antica, e sotto gli occhi di chissà quale perito o giurato, avesse inciso quella data, quella sigla e quel confine. Rimasi genuflesso a guardare quella scritta con l'interiore eccitazione che viene a strabiliarmi ogniqualvolta, per il tramite di una traccia provata, veritiera, scopro di trovarmi nel medesimo e preciso luogo in cui si è trovato qualcun altro secoli prima, come se l'ombra di quel qualcuno fosse un vapore non del tutto esalato e fosse perciò, a suo modo, una presenza tangibile."; e a pag. 382 "...era una lapide incisa, non più grande di quaranta centimetri per trenta, e i caratteri di essa erano ancora nitidissimi e perfettamente leggibili. Dicevano: Turrem suam dirutam,/Ludovicus Cimamontius refecerat/anno millesimo ducentisimo vigesimo quarto.".
E che dire della scrittura e del lessico: precisi, eleganti, ricercati; niente barocchismi, niente metafore ardite, sa trasmettere un'ironia amara facendola colare direttamente dal discorso, senza bisogno di artificio alcuno.
Come già hanno osservato altri prima di me, questo romanzo è un classico fatto e finito: con un respiro ottocentesco e un incedere senza tempo, lascia il lettore con il piacere e lo stupore di avere trovato un libro da cinque stelle laddove proprio non se lo sarebbe aspettato.