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Filosofia de la animalidad

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Gli animali sono fra noi, la nostra vita è impossibile senza la loro, eppure non riusciamo davvero a vederli. Siamo doppiamente ciechi: non sappiamo quasi niente dell'animalità degli animali non umani e ignoriamo la nostra. Sinora la filosofia si è limitata a tracciare il confine fra loro, gli animali, e noi, gli umani. Non riusciamo a guardarli senza confrontarli con noi: non parlano, non pensano, non ridono e così via. È come cercare di capire l'Homo sapiens chiedendosi se abbia o no piume o branchie. Filosofia dell'animalità cerca di immaginare che forma di vita sia quella animale. Ma soprattutto delinea i contorni dell'animalità umana e quel che abbiamo tagliato e tagliamo fuori da noi stessi ogni giorno per poter diventare, e definirci, umani.

292 pages, Paperback

First published October 1, 2013

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Felice Cimatti

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Profile Image for Residenze Poetiche.
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July 1, 2020
@RPoetiche torna in diretta giovedì 2 luglio alle 19.
Diretta YouTube: https://youtube.com/watch?v=vY0nuZitXSw
Diretta Facebook: https://www.facebook.com/RPoetiche/vi...

di Fabio Prestifilippo
L’animale è mancante, questa è l’essenza della filosofia dell’animalità ¹; lo è a partire da una categorizzazione che pone l'essere umano (artefice della gerarchia in questione) in una posizione "privilegiata" rispetto all'animale in quanto ente puro. Vorrei focalizzarmi su questo aspetto, per poi introdurre due testi di un poeta italiano contemporaneo, Franco Marcoaldi, che nel 2006 diede alle stampe la raccolta di poesie "Animali il versi".

Sembra che la gerarchia sia inevitabile, almeno da un punto di vista linguistico, dato che per l'uomo è un'esigenza che trascende il biologico poter attirare nel proprio ambiente linguistico oggetti che non ne sono partecipi. "Il problema è che l'animalità dell'uomo non la possiamo trovare negli altri animali, perché Homo Sapiens esiste solo perché, con un gesto che si ripete ogni volta che prende la parola, non fa che staccarsi da tutti gli altri animali". Si stacca, come afferma Cimatti, per poi riappropriarsene: "Secondo Heidegger, l'animale è povero di mondo (mentre la pietra è priva di mondo). Anche l'uomo, nella sua quotidianità, è povero di mondo, ma ha la possibilità, solo ponendosi la problematica dell'essere, in altre parole, facendo metafisica, di andare oltre i semplici enti e “progettare” il mondo". Nei capitoli successivi all"Animale mancante" Cimatti mostra come, questa rappresentazione del mondo antropocentrica scaturisca tutte le volte in cui l'uomo per la prima volta si riconosce come un "io" capace di interpellarsi:" L'umano scopre e istituisce sè stesso come umano solo attraverso questo raddoppiamento che lo porta fuori di sè, in questo senso incarna la scissione fra la corporeità che è qui ed ora, e uno sguardo trascendente - oltre quel corpo, al di fuori di esso - permette (o condanna) a quella incarnazione di dichiararsi umana.[...] animalitas significa essere il corpo che si è, e oltre questo corpo non c'è altro (immanenza del corpo a sé stesso); l'humanitas consiste invece esattamente in questo sdoppiamento, per cui il corpo che si era diventa ora il corpo che ha, un corpo-cosa a disposizione di quella strana entità capace di dire "io" (trascendenza del soggetto rispetto al corpo)[...]Potersi dire "no" o "sì" significa allontanarsi per sempre dal corpo, e significa anche cambiare lo statuto, che ora diventa una cosa a disposizione." Potremmo aggiungere che la consapevolezza del “corpo della gettatezza nel linguaggio” (mi danno un nome prima ancora che io sia al mondo) e che determina le categorie uomo/animale mancante, porti con sè il pericolo della supremazia che trascende il proprio corpo per investire gli altri, con la violenza dell'appropriazione. L'accezione però che Cimatti propone non riguarda l'alterità del diverso da me in quanto umano, che genera nella peggiore delle ipotesi il timore di un agguato, bensì, nel caso dell'animale mancante, una determinazione aberrante che pone l'uomo come colui che ha il pieno possesso di ciò che non è in grado di parlare e quindi è sacrificabile: "Il triste destino degli animali nel "mondo" umano, la loro condizione di "cose" non dipende allora, allora, da una cattiveria che un essere umano migliore sconfiggerà: dipende dal fatto che "io" è un "io".
Teniamo a mente il concetto di gerarchia e di definizione di animale mancante: “Perché anche chi considera lo scimpanzé praticamente uguale all’uomo, in realtà continua a prendere in considerazione lo scimpanzé soltanto riferendolo all’uomo. Lo scimpanzé parla, pensa, spera, prova empatia, ha il senso della giustizia, e così via: è evidente che in questo senso della giustizia, e così via: è evidente che in questo modo non stiamo parlando dello scimpanzé, stiamo sempre e solo prendendo l’animale umano come termine di riferimento di ogni altra forma di vita.” Ed ora introduciamo una delle poesie contenute nella raccolta “Animali in versi”.

Se aveste mai dormito con un gatto
o con un cane adagiato sopra al grembo,
ora sapreste che la metamorfosi è possibile
che uomo e gatto e cane sono
entità volatili e cangianti: nel sonno
condiviso scompaiono le stinte
gerarchie tra cavalieri e fanti.

“[…] le stinte gerarchie tra cavalieri e fanti”, Marcoaldi non solo riproduce in pochi versi l’articolata e necessaria analisi di Cimatti sulle inevitabili categorie di cui l’uomo è vittima peculiare, ma procede verso il sogno di una soggettività liberata. Come ci si libera dall’ingombro di una soggettività che ci impedisce di uscire dal dominio dell’io?

Di natura naturante il nostro tempo
cancella giorno dopo giorno
ogni residua traccia - perciò ricade
sulle vostre spalle di animali
il peso dell'origine, il marchio
dell'istinto, il pregio
dell'immediatezza, la pienezza
di un'esistenza priva
di ambivalenze, ripensamenti
e stalli, ferocia senza crudeltà,
dolcezza senza sdilinquimento:

il racconto oggettivo
della vita senza note
a margine e commento.

L’animale sembra ricoprire una funzione mediatrice che si pone, in termini spinoziani, tra la natura naturante (che indica la sostanza indifferenziata) e la natura naturata (che corrisponde alla sostanza in quanto espressa negli attributi e nei modi); per questo ricade sulle spalle dell’animale il peso dell’origine in quanto ente posto tra il concetto di natura e il concetto di uomo. Qui si rischia di creare una categoria ulteriore eppure il rischio è necessario per comprendere in che modo si colloca la poesia in un contesto prettamente filosofico. Non credo sia compito del poeta restituire dignità estetica al ruolo dell’animale abitante un mondo umano e, non essendo in un ambito morale, neppure ridare all’animale la posizione che gli spetta. La poesia è uno dei tanti mezzi che permetterebbero all’uomo di giungere ad una soggettività liberata. Con questa definizione Cimatti intende appellarsi ad uno degli obbiettivi della psicoanalisi lacaniana; muoversi dal simbolico – cioè dal linguaggio, dal desiderio dell’Altro – verso il reale, verso il corpo ². Questa riconciliazione può avvenire solo dopo il linguaggio, perché solo un “io” può rinunciare alla soggettività, […] può desiderare una pienezza che non ha mai conosciuto, e che vede e invidia negli animali³. Come ha scritto Marcoaldi: “il racconto oggettivo\della vita senza note\a margine e commento.”

¹ F.Cimatti, Filosofia dell’animalità, p.5. Editori Laterza, 2013.
² ivi p. 182
³ ivi p. 182

di Matteo Galluzzo
In cerca dell’animalità umana. Nota di lettura a “La filosofia dell’animalità” di Felice Cimatti.
“Dimmi: perché giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”

Credo che si possa partire da questa domanda del pastore alla luna nel “Cantico notturno di un pastore errante dell’Asia” per far luce su una delle differenze che intercorrono tra animalitas e humanitas, al contempo introducendo un possibile dialogo tra poesia e filosofia.
Felice Cimatti, nel suo libro “Filosofia dell’animalità” edito da Laterza, sembra dare una risposta diretta e inequivocabile al quesito posto da Leopardi quando scrive che: “L’animale umano […] può annoiarsi perché è un vivente che prova l’esperienza del tempo”.
Di questa affermazione due sono gli spunti su cui mi vorrei soffermare. Anzitutto l’aggettivo “umano”, che sposta drasticamente la percezione di noi stessi rendendo la nostra umanità un attributo del più vasto campo animale. Questo slittamento percettivo mi ha colpito con la sua evidenza dopo aver letto le prime pagine del libro di Cimatti. Pensavo che il soggetto fossero gli animali; il termine “animalità” del titolo mi stava traendo in inganno, e mi spingeva a credere che in fondo questa animalità non era un qualcosa che mi riguardasse. Niente di più falso. Fin da subito mi sono ritrovato a dover ricalibrare il mio orizzonte di attese, il libro mi indicava chiaramente che l’animalità è una cosa che mi riguarda, che ci riguarda in quanto animali della specie homo sapiens. Tutto così semplice allora? Basta considerare l’uomo come un qualsiasi animale per comprendere l’animalità umana? Non proprio. Torniamo ai versi del poeta: “O greggia mia che posi, oh te beata, / che la miseria tua, credo, non sai![…] / Quanta invidia ti porto!”. Questa invidia, nient’altro è che l’astio nei confronti di qualcuno, in questo caso l’animale, che possiede qualcosa che noi non possediamo. Se allora “l’animale è mancante”, possiamo ribaltare i termini e dire che anche l’umano può essere definito come mancante rispetto all’immanenza dell’animalitas. E quale sia la mancanza dell’essere umano ce lo spiega con grande raffinatezza linguistica, venata dalla consueta ironia, la poetessa Wislsawa Szymborska nella poesia “Conversazione con una pietra”:

[…]
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.
– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.
Il senso del partecipare, ecco di che cosa è mancante l’uomo. Quel senso di immanenza proprio dell’animalitas e in questo caso della pietra che “se ne sta nel mondo che le è capitato”, “senza ricerche”; il suo “starci e basta”. Ma l’uomo, ce lo ricorda spesso Cimatti, è “l’animale che parla”; l’animale che può fare esperienza del mondo solo attraverso il linguaggio ed è fondamentalmente per questo, per restare alla poesia della Szymborska, che la pietra nega l’accesso; nega cioè di farsi rappresentare, attraverso i simboli del linguaggio, da quelle “parole” che il soggetto vorrebbe portare a conferma della sua esperienza e che automaticamente introdurrebbero il marchio della morte nel mondo dell’animalitas.

E come linguaggio e morte siano intimamente legati ce lo ricorda anche Guido Gozzano, nella sua poesia “L’oca”:

“[…]
O pàpera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s'è pensato.

Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l'esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d'esser cucinato.”

L’oca non può pensare e quindi non può morire ,ci dice Gozzano. Nel suo “ambiente” non si dà rappresentazione possibile delle “armi corruscanti della cuoca” e per questo la sorte dell’oca è “bella” anche se il suo destino è quello di finire presto cucinata. Un destino che è determinato esclusivamente dall’uomo, l’unico che può cucinare l’oca ma soprattutto l’unico che può pensare di cucinarla e per metafora pensare quindi alla possibilità di essere egli stesso “cucinato”; da qui la tristezza a cui egli è condannato.
Ci troviamo quindi in un impasse: se l’animalità è qualcosa che riguarda l’uomo, al contempo tra humanitas e animalitas si frappone “io”, “il parlessere”, per utilizzare una terminologia lacaniana spesso ripresa da Cimatti. E l’uomo, in quanto animale che parla e che fa esperienza del mondo attraverso il linguaggio non può che trascendere l’immanenza dell’animalitas. Quale può essere quindi il punto di incontro? Dove trovare l’animalità dell’uomo?
Cimatti fornisce una possibile risposta in un’intervista rilasciata a Roberto Ferrari in occasione della conferenza su “Filosofia occidentale e animalità”, quando dice che “l’animalità è tutto ciò che è al di fuori del nostro controllo”. E un riferimento a questa definizione di animalità si può ritrovare nel capitolo conclusivo del libro quando viene citato il racconto di Tommaso Landolfi “Dialogo dei massimi sistemi”. Il protagonista del racconto è Y. Un poeta che scrive una poesia in una lingua che crede essere il persiano ma che poi si rivela completamente inventata. Alla fine lo stesso Y dichiarerà di non comprendere quella lingua e tuttavia che le tre poesie scritte nella lingua inventata sono le migliori che abbia mai scritto, le sole in cui sia riuscito a riversare l’intera sua anima. Y, ci dice Cimatti, fa così esperienza delle possibilità del “corpo liberato dal linguaggio”; egli si sente precipitare in un paradosso in quanto “il corpo che gli altri chiamano con il nome proprio […] “Y”, e che usa riferirsi a se stesso mediante la parola “io”, non coincide con Y e con “io”. […] non riesce a sentire, nelle “poesie” che ha composto ma che non sa leggere, qualcosa che comunque appartiene al corpo che è. Y è spaventato dalla prospettiva di essere un corpo che ha confini più estesi di quelli che “io” pretende di fissare”.
Ma le poesie scritte da Y possono “diventare una straordinaria esperienza per un corpo che non teme più di muoversi oltre il campo della soggettività”; per colui che è capace di porsi la domanda fondamentale evocata da Deleuze e Guattari: “che cosa può un corpo?” Ed è all’interno di questa domanda che le persone cessano di essere “soggetti” per essere viste come “Insiemi di possibilità”. È all’interno di questa domanda che si giocano le possibilità dell’animalità umana.

“mi ricordo
e qualcosa fa buio
per sviluppare quel momento
in cui il corpo trasudava pensiero
il pensiero traeva dalla sua forma il corpo” – Bernard Noel, Estratti del corpo

Profile Image for Микита Павлюк.
23 reviews5 followers
June 4, 2023
Il testo di Cimatti è sorprendente nella sua densità, racchiusa in poche pagine. Con grande acume di pensiero riesce a percorre la via che è stata abbozzata inizialmente da Derrida, inserendosi in quella tradizione che inevitabilmente vede l'animale umano quale unicum grazie alla trascendenza linguistica. Questo non è un libro sugli Animali o l'animots ma è sempre sull'animale umano, e non può che essere così, quasi inevitabilmente per il difetto del linguaggio e del nostro punto di vista sempre chiuso.
La tesi centrale è sicuramente la caratterizzazione dell'animalità umana come mancanza, facente capo alla negatività insita nel linguaggio, quel "non" che è la parte più importante di ogni linguaggio, in quanto permette di creare il simbolico e di far accedere all'assenza reale delle cose. Mentre l'animalità, presa sui generis, sempre e inevitabilmente, è la vita piena ed è l'immanenza pure, quella già prospettata da Deleuze. Tant'è vero che Cimatti ha una grande dote nel saper fare comunicare tradizioni filosofiche differenti quali Heidegger, Derrida, Lacan con il post-strutturalismo di Deleuze-Guattari. Non dimenticandosi del desiderio dell'immanenza, perché la trascendenza è sempre presente all'umano e ciò che sempre ci manca è la pienezza della vita, l'immanenza.
Eppure rimane infine un'insoddisfazione, forse personale, nel non volersi abbandonare allo stato di cose e continuare a produrre e creare possibilità, dove la tradizione della lingua, questo parlessere, non sarà un unicum ma si acceda, anche solo per istanti a ciò che di immanente c'è nell'animalità umana.
Profile Image for Alice.
10 reviews
May 26, 2024
Pregno di spunti di riflessione.


Tra cui -e cito- :
[…] ma non si potrebbe, come vorrebbe il pensiero animalista, rispettare gli animali? Il punto è che la condizione di soggetto conferisce all’ umano un potere che nessuna etica può contenere. L’egoismo non è un difetto dell’umano che una educazione illuminata potrà un giorno eliminare, è piuttosto la sua caratteristica (biologica) principale. […]
Il disastro ecologico a cui stiamo andando incontro non è causato dalla cattiveria umana, ma dal fatto che ogni “io”, nei limiti dei suoi mezzi, cerca di affermare sé stesso a spese di tutti gli altri: il fuoco non distrugge perché è malvagio, ma perché brucia. [..]
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Profile Image for Angelo Montinovo.
181 reviews2 followers
September 20, 2020
Animalitas vs Humanitas. Linguaggio, “Io”, “Altro”, ricerca del senso della vita, Freud, Heidegger, Lacan.....una lettura dovuta per chiunque fosse interessato a guardarsi dentro senza interferenze!
Displaying 1 - 5 of 5 reviews

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