“Fiori di pioppo al vento”, il cui sottotitolo è “Storie di donne cinesi in cerca di diritti”, è un saggio scritto da Sara D’Attoma e pubblicato da Lucerne Edizioni nel 2022. Per chi non la conoscesse, Sara D’Attoma è una sinologa esperta in legislazione cinese e docente universitaria. “Fiori di pioppo al vento” si discosta dalle varie speculazioni sulla Cina o finti reportage illuminati delle caratteristiche, negative o meno, che riguardano questo paese – su cui fin troppo spesso girano colossali palle imperiali, se vogliamo citare l’omonima opera di Feng Tang. Questo è un testo che tratta di fatti e lo fa nel modo migliore: riportando degli esempi concreti, tratti sia da eventi realmente accaduti o da esempi fittizi, ma lampanti, della letteratura cinese. Come si deduce dal sottotitolo, l’argomento principale di questo saggio sono i diritti delle donne cinesi. Sara D’Attoma ne parla accostando gli ambiti della legislazione e della letteratura, che, sebbene sembrino distanti, in realtà si rivelano essere l’una lo specchio dell’altra. Il titolo deriva dal chengyu* 成语, utilizzato tutt’oggi in Cina, shuixing yanghua 水性扬花** “mutevole come l’acqua, leggera come un fiore di pioppo al vento”, che si riferisce alla natura mutevole delle donne, le quali sono spesso considerate infedeli. Il saggio si apre con un capitolo che spiega il rapporto tra le leggi in Cina e le donne, in cui l’autrice precisa che (come in molte realtà al giorno d’oggi, compresa la nostra) spesso le leggi su carta non corrispondono a quelle messe in atto. Ciò che cattura subito l’attenzione sono i titoli dei capitoli successivi, intitolati: “la concubina”, “la vittima”, “la (ex) moglie”, “madre e figlia".
Sono tutte etichette fastidiose che spesso vengono attaccate alle donne, rendendole la loro unica caratteristica. Tuttavia, l’autrice approfondisce ognuno di questi termini, contestualizzandoli nel panorama storico e sociale cinese, e utilizza degli esempi che dal reale convergono al fittizio e viceversa. È in queste digressioni che l’autrice ricollega determinati avvenimenti e/o pratiche a idee radicatesi nella società cinese con l’avvento di alcune ideologie, tra cui quella confuciana, che è a cuore dell’intero apparato della società cinese. La D’Attoma dà voce, dunque, a quelle donne che sono state additate come folli (quando l’unica cosa folle era il modo in cui erano trattate), oppure “buttate nel pozzo” per essere zittite. Lo fa con uno stile scorrevole e diretto, senza girare attorno alle cose. La schiettezza è un metodo efficace di comunicazione, perché i fatti riportati arrivano diretti al lettore e sono comprensibili anche da chi non conosce determinati retroscena politici e sociali. Nel descrivere queste donne, sia fittizie che letterarie, accomunate dalla volontà di affermare i propri diritti, Sara D’Attoma traccia lungo la linea temporale il percorso compiuto dalla condizione femminile in Cina dagli inizi del Novecento fino ai giorni nostri. Credo che questo sia un ottimo spunto di lettura sia per chi si approccia per la prima volta a qualsivoglia aspetto della Cina, sia per chi ha un’infarinatura del contesto storico, politico e sociale cinese e vuole approfondire l’aspetto dei diritti delle donne e/o la condizione femminile in generale.
*Frasi idiomatiche tipiche della cultura cinese, possono essere considerate dei “modi di dire” o “detti”
**Colgo l’occasione per segnalare un refuso (comprensibile vista la similarità dei caratteri) presente nella stampa, ovvero l’utilizzo del carattere yang2 杨 (popolare) invece di yang2 扬 (disperdersi al vento).