L’antropologa Anna Rizzo ci consegna un libro amaro, amarissimo, forse troppo incazzato. Nonostante un inizio quasi dolce, con sprazzi di quella poesia che solo chi scrive etnograficamente sa far emergere dalla vita quotidiana, presto il libro diventa un’invettiva contro la narrazione sulle aree interne, che, per quanto necessaria, esagera a modo suo dal lato opposto.
In 160 pagine di sforzo per smontare la romanticizzazione e la superficialità con cui si parla, oggi, in Italia, dell’Italia interna/lontana/marginale/appenninica/rurale, forse Rizzo si spinge un po’ troppo più in là nel caricaturizzare questi spazi - eterogenei, in divenire - come catastroficamente affondati nella miseria - una caratterizzazione grossolana, e anch’essa di parte, parziale, inaccurata. L’operazione di copertina è già fuorviante: questo non è un manifesto, non è sentimentale e non è politico, e soprattutto, non intende salvare i borghi d’Italia, ma a tratti sembra voglia proprio dirvi addio per sempre.
Ci sono senza subbio spunti interessanti che accennano a smontare paroloni trendy che si traducono nel nulla (vedi “community manager” e compagnia bella), ma il libro resta una strana collezione di brevi saggi superficiali, sconclusionato sul piano teorico, analiticamente carente, e profondamente pessimista. Anna Rizzo mitizza i paesi al contrario ritraendoli come luoghi di miseria, faide famigliari, odio reciproco. Per quanto sia vero che la millantata “comunità” che si elogia spesso non esiste, è frammentata, fazionalizzata, è altrettanto falso che nei peasi “ci si odia” e basta. Non capisco la necessità narrativa dell’autrice di stroncare tout-court questi luoghi con queste caricature quasi offensive.
L’autrice non va a fondo delle questioni, e manca completamente il tentativo di immergere la condizione dei paesi che descrive nell’economia politica globale, nelle dinamiche e negli sviluppi del capitalismo, e in qualsivoglia tipo di analisi che include la classe sociale, la proprietà privata e altre categorie affini. Un barlume di speranza emerge quando si domanda “Perché si investe solo in attività legate al profitto e non al benessere?” (p.88) - ecco, questa domanda qui, questa vale ovunque, non solo nei “paesi invisibili” - ma come contestualizziamo questa domanda in questo specifico contesto, sicuramente parte dei “vinti” del progresso? Anna Rizzo sembra difenderlo a spada tratta, però, quel progresso, a tratti mitizzando la modernità come altrove si mitizzano i paesi. Il risultato è un caotico festival del liberale dove si vuol fare impresa con l’artigianato, si vuol pagare il lavoro culturale, e si vuole studiare i paesi con equipe di specialisti, sempre più specializzati per sempre più studio.
Anche quegli sprazzi di intuizioni fertili vengono poi sciacquati via dall’abbaglio dell'impresa, del turismo sostenibile e dell’”imprenditorialità sana”; una critica all’eterna parcellizzazione dei terreni e delle proprietà porta ovunque tranne che alla necessaria critica alla proprietà privata - che non è astratta né ideologica in questi luoghi dove di comunanze agrarie, usi civici, mandrie comunitarie e boschi comunali se ne vedevano (e vedono!) a bizzeffe. Allora perché non "ripartire" da lì - da quelle differenze radicali col mondo che va a schiantarsi nel baratro prodotto da quella stessa “imprenditorialità” - invece che dall’astrattissima “arte” e dalla “cultura”? Cultura di chi? Arte di chi? E per chi? E perché? Che poi cosa vuol dire ripartire? Non mi sembra ci si sia mai fermati.
Ma soprattutto, perché concentrarsi sul negativo? Sui rapporti umani che marciscono inevitabilmente in un contesto di marginalità socio-economico-culturale? Perché invece non andare alla radice di quella marginalità, e guardare invece il nocciolo diverso, unico, che questi paesi conservano, preservano, a volte rilanciano? A cosa ci serve questo elenco di disastri (geologici, umani, sociali) senza un’alternativa tangibile, un percorso, un barlume di speranza (che invece io sostengo ci sia, e forte)?
Sono profondamente delusa dall’operazione narrativa di questo libro, anzi quasi amareggiata. Voleva forse distaccarsi e criticare la manieristica letteratura sul tema, ma per me si aggiunge alla pila di libri sulle aree interne che parla di tutto e niente e continua, ostinatamente, a scorrazzare anni luce lontano dal centro del bersaglio.