Fosco Maraini metteva tra le grandi opere alle quali si potrebbe dire che abbia “posto mano cielo e terra” la liturgia cattolica (ma egli senza dubbio aveva in mente quella precedente alle riforme sessantottine) e l’incoronazione dell’imperatore giapponese; altrettanto, secondo me, vi avrebbe potuto includere un altro frutto prezioso dell’anima nipponica, la cerimonia del tè. L’autrice di questo libro cominciò quasi per caso a dedicarsi alla cerimonia, insieme con una cugina, quando aveva vent’anni e da buona ragazza degli anni Settanta credeva che tutto sommato il rito fosse nient’altro che un’anticaglia curiosa, della quale d’altronde – lo vengo a sapere qui, come molte altre notizie – i giapponesi stessi posseggono un’idea per lo più affatto vaga: i primi capitoli sono un resoconto, soffuso di modestia e autoironia, dell’apprendistato presso una maestra, dove gesti e oggetti vanno imparati fin nei minimi dettagli a memoria, senza che se ne spieghino le origini e le ragioni; l’opposto, dunque, di ciò che avviene a scuola. Eppure proprio questo metodo, in apparenza e a primo acchito aridamente formalistico, man mano si rivelerà prezioso, perché sarà l’allievo stesso, ricavandone un senso felicissimo di apertura spirituale e liberazione, a capire tanti perché, i quali gli diverranno chiari non appena il cerimoniale sarà stato davvero assimilato. La cerimonia del tè non è infatti soltanto un codice di comportamento: il quale anzi ne costituisce una necessaria ma non esaustiva efflorescenza che rende palesi e armonizzati una serie di elementi non immediatamente visibili: lo stato d’animo, il rapporto con gli altri, la percezione del tempo che scorre, le sensazioni portate dalle stagioni col loro alternarsi e dalla luce, dal calore, dal vento, dalla pioggia del giorno. Molti oggetti che servono al rito cambiano secondo il periodo dell’anno, qualcuno addirittura secondo il ciclo dell’oroscopo cinese, tornando perciò in uso non più di quattro, cinque o sei volte nell’intera vita del maestro; e, sebbene la base della cerimonia rimanga sempre la preparazione con la successiva degustazione del tè matcha, essa ogni giorno differisce, perché i gesti liturgici del maestro e degli allievi si armonizzano coi fiori, col verso ornamentale in calligrafia classica posto a decorazione della stanza del tè, con le decorazioni dei vasi, col chimono dell’officiante, con la luce che penetra da fuori chiara e fervida di vita o sommessa o piovosa, e coi riflessi, le ombre, i suoni del giardino. È una ricerca di armonia esteriore e interiore, di saggezza e di gusto che non finisce mai, un sentiero di cui nessun maestro si può sentire alla fine, in cui ogni allievo scopre ogni giorno risvolti, riverberi, allusioni e consolazioni nuovi e inediti; e anche ciascun maestro lo fa, sicché ciascun maestro, da tale punto di vista, sarà sempre un allievo. La cerimonia del tè quindi è anche una metafora: della cultura, della saggezza, della vita, dove però l’accrescimento non avviene per cumuli e disordini, ma per quieta stratificazione di scoperte e d’illuminazioni, e avviene nella pace e nel recesso dalla scena fragorosa del mondo. Il rito diventa così vita, e la vita rito: in armonia e serenità, fluidi, nel tempo.