Se è vero che si legge per tante ragioni - obbligo, noia, curiosità e molto altro -, si resta lettore spesso per un motivo soltanto. Negli anni, dopo essermene vergognato un po', ho fatto pace con il mio trattenermi per un bisogno quasi infantile di comprensione: è ciò che mi rende avverso alla critica, con le sue sovrascritture frigide, e, per contrappasso, così volubile e umorale.
Se un libro mi segna è perché, passato il frontespizio, la conversazione con le carte s'è spostata nella mia testa. In sostanza, come dico forse troppo spesso, cerco un riflesso, qualcosa che mi dia modo di guardare meglio a dove finisco.
Figlio di papà è stato uno specchio a figura intera, e lo sospettavo fin dalla trama e dalle poche informazioni biografiche del suo autore in quarta di copertina.
Con il protagonista di Pešut ho più cose in comunque di quanto mi piacerebbe ammettere ad alta voce, oltre all'età e alla queerness. Sarà perché sono friulano, e il Friuli, si sa, è l'angolo più balcanico d'Italia.
Fin dalle prime pagine l'ho avvertito come magnetico: non scrive nel modo che preferisco - Dino, dammi frasi più lunghe, dammi un inciso e un po' di poesia, dammi capitoli con un tempo di ricarica più lungo di quello di una mitraglia -, ma, cazzo, quello che dice, in modo così diretto, mi rimbomba. È l'eco esatta di ciò che grido nelle stanze buie della mia testa. [Eco e riflesso sono entrambe forme di restituzione, dopo un urto con una superficie solo apparentemente sterile.]
Di più. È la mia rabbia. Tutte le cose che mi restano indigeste, di cui non voglio e non riesco ad accettare la presenza opprimente, per cui mi sfascio, collerico.
Impreco anche io, con questo protagonista che nasconde il suo nome: lo faccio perché mi fa stare meglio, perché fuori fa meno male che dentro. Perché qualcuno deve dirlo che il dove nasci ti condanna, che alcune cose semplicemente ti sono precluse, che non basterà nessuna dose di fatica, sudore o pertinacia a pareggiare i conti. Non basterà neanche l'acrimonia: dopo che la tiri fuori, dopo che la svuoti nel primo contenitore che trovi - come questa recensione su Goodreads -, la puoi guardare per quello che è, quasi fino a fartene intenerire, seppure t'avvelena. Ma resta lì.
Le amiche che partono, quelli che fanno carriera, quelle che figliano, quelli che si sposano per soldi: tu resti, perché tutti questi "andarsene" ti sembrano comunque una forma del perdersi. Ti rimane solo la tua solitaria incomunicabilità autodistruttiva, a cui cerchi di sopravvivere mendicando parole. Da cui cerchi di trovare un modo, uno qualsiasi, per lanciarti fuori, per trovare qualcun'altro con cui tenersi per mano. Pešut forse ha scritto questo romanzo per esorcizzare la paura.
Con me ha avuto questo effetto. Mi ha lasciato agitato e bisognoso d'un confronto: con la fatalità puntuale del destino, oggi, poco dopo pranzo, un'amica mi ha scritto su WhatsApp per organizzare una rimpatriata della vecchia compagnia, per la domenica che verrà, durante questa sua breve pausa dalla frenesia di Londra. Ci ritroveremo, al solito bar, a cercare di far combaciare i nuovi profili che abbiamo acquisito, dopo che tutti, da qualche parte, abbiamo sbattuto il viso contro la società.
Era da Ocean Voung che non mi sentivo così ben rappresentato in un libro.
Quindi, ora, devo giustificare il perché di una votazione così bassa.
I dialoghi sono l'aspetto più riuscito, e buona parte della caratterizzazione dei personaggi è fatta proprio tramite il modo in cui parlano; ciò funziona benissimo anche in italiano, cosa per cui mi sembra vada riconosciuto merito alla traduttrice, sebbene questo sia uno dei suoi primi tentativi pubblicati.
Il resto, purtroppo, è carente. La voce narrante è solo la sua rabbia e il suo disagio generazionale, e ciò non confluisce da nessuna parte: il finale, troppo preciso, quasi matematico, è da romanzetto sentimentale di bassa lega e smussa i momenti più taglienti che lo hanno preceduto. Alcuni elementi accessori, come la questione dell'inseminazione artificiale, sono buttati via; avrebbero meritato un maggiore approfondimento o una totale eliminazione.
Nonostante ciò, molte pagine, soprattutto nella parte iniziale, per me si meritano tutte le stelline che GR mette a disposizione.
Siccome questa è la prima recensione in italiano, qui, e la casa editrice [friulana pure quella, tiè!] che lo ha dato alla stampe è piccola e questo mi sembra un libro per cui si sono spinti un po' oltre i soliti parametri del loro catalogo, lo ribadisco: dai a Pešut una possibilità, mi sembra un autore che potrebbe restituire molte gioie in futuro (classe 1990, di tempo ne ha) - io, per certo, vorrei leggere altro di suo.