Dietro all’illusione di un lavoro “smart”, digitale, che fai dove vuoi, spesso si cela lo sfruttamento di persone che lavorano incessantemente e non possono evitare di sentirsi in colpa se non stanno lavorando, al punto che il lavoro diventa una prigione soffocante. Questo arriva a contaminare ogni aspetto della vita, rendendoci infelici, in una stato di solitudine e frustrazione. Questa situazione emerge chiaramente dalle esperienze delle persone intervistate per questo saggio da cui traspare l’urgenza di mettere al centro del dibattito le reali condizioni lavorative e psicologiche di queste realtà.
È un piccolo passo per una questione immensa che mi sta molto a cuore e con la quale non posso essere obiettiva.
Quello di Ivan Carozzi è un provare a mettere ordine fra libri sparsi, avvenimenti e sentimenti volti a capire più in profondità che qualcosa sta andando storto nella società digitale dove il lavoro è presente in qualsiasi orario (anche quello non retribuito).
Non bastano le storie, di quelle siamo circondati da ogni angolo. Quello che serve ora è approfondire cosa sta succedendo, come siamo arrivati a questo punto ed evitare il più possibile questi terribili bornout.
In questo libro molto breve Carozzi racconta alcune conversazioni con persone che, in modi diversi, sono andate in burnout o hanno rischiato di finirci a causa del sistema in cui viviamo, legato particolarmente alle false promesse dei lavori digitali. Parla anche del suo rapporto con il lavoro e con la precarietà. È scritto bene, ma non vi aspettate un saggio sul tema con date e fonti, è più la restituzione di questi dialoghi.
Mi piace molto come scrive Carozzi, soprattutto quando si confronta con le persone e dialoga con loro, assumendo un punto di vista che è sempre capace di leggere le sfumature che si annidano nell'apparente banalità e agendo uno sguardo prossimo, non critico, rispettoso. Tuttavia le 50 pagine scarse di questo libretto sono davvero poco più di un abbozzo ed è un peccato che l'autore non abbia deciso di svilupparle dando loro una entità più corposa e soprattutto una struttura, una forma, una tesi più chiara da sostenere. Così come sono, queste restano note sparse poco finalizzate.
Letto in una pausa lettura, una domenica pomeriggio, l'ho trovato efficace. Mi viene da sorridere perché efficace è proprio un termine da catena produttiva/organizzazione del lavoro e quindi: "cavolo - mi dico - proprio questo aggettivo mi doveva venire? " Fine lavoro mai è efficace perché in 50 pagine, raccontando storie quotidiane, molto diverse tra loro, tratteggia la società del lavoro attuale, adrenalina positiva per qualcuno, pressa insostenibile per altri. Viene fuori anche il rapporto complice da vittima/carnefice e in generale la centralità che il tema ha nelle nostre vite.
Purtroppo quello che doveva essere un breve saggio su un tema importante si è rivelato un testo fumoso, senza una tesi forte e eccessivamente lirico - a parte l'interessante capitolo sul poeta-operaio cinese Xu Lizhi. È il primo volume di questa interessante collana che mi lascia parecchio deluso.
Bella l'idea di Carozzi di raccogliere delle testimonianze di persone che hanno subito in qualche modo il problema del burnout lavorativo, in vari ambiti. Peccato che, per la brevità del saggio stesso, restino solo testimonianze sparse senza un'idea di fondo, come dichiarato anche dall'autore.