"Cosa succede a chi rifiuta il mondo per giocare solo a scacchi se poi gli scacchi lo fanno diventare campione del mondo?" La mossa del matto è la storia di una vita, quella di Bobby Fischer, e il tentativo di rispondere a questa domanda partendo dalla ricostruzione della finale del campionato mondiale di scacchi del 1972, la sfida del secolo, quella tra il "matto" americano - Bobby Fischer - e il campione in carica: il leggendario scacchista russo Boris Spasskij.
Giocata in piena Guerra Fredda, quella sfida USA-URSS è molto di più di una "semplice" partita di scacchi. E se Spasskij è un gentiluomo, un fine stratega, uno che sa come va il mondo, Fischer è un essere furioso. Di più: Bobby Fischer è una contraddizione vivente. Ha un quoziente intellettivo molto al di sopra della media ma crede ai predicatori radiofonici che profetizzano la fine del mondo, non ha la licenza elementare ma è un genio degli scacchi, un gioco che ha monopolizzato la sua esistenza da quando, a sette anni, ha imparato a muovere i pezzi su una scacchiera di plastica leggendo il foglietto delle istruzioni. Le sue bizzarrie sono innumerevoli: tutti lo aspettano a Reykjavík, sede del campionato, ma lui non c'è. Si fa attendere finché non verranno accolte alcune sue peculiari richieste, tra cui quella di aumentare il premio in denaro per il vincitore.
Fa pensare ad Achille che, offeso, rifiuta di prendere le armi: se ne sta nella sua tenda, ritirato nel cuore del conflitto di cui è il baricentro. I suoi nemici sono i Troiani, quelli di Fischer sono i Russi. L'assedio dura dieci anni, e il dominio troiano resiste, al pari di quello sovietico sulla scacchiera. E le analogie non finiscono qui...
Barbaglia, a cinquant'anni esatti dai fatti, ci offre una ricostruzione dettagliatissima della sfida del secolo, sulla base di un imponente materiale documentario. E la illumina con lo sguardo dello scrittore, che in questo scontro epico riconosce le figure archetipiche di uno dei miti fondativi della nostra cultura, l'Iliade, in cui si scontrano la ferocia di un guerriero assetato di sangue e l'intelligenza calcolatrice di uno stratega.
LE biografie mi imbarazzano. Cioè, se sei Napoleone a trent’anni la puoi scrivere una biografia, perché no… se sei Gesù a trentatré anni puoi raccontarne di miracoli fatti… ma se sei Alessandro Barbaglia - e sfido chiunque ad essere Alessandro Barbaglia, è l’unica sfida che mi sento di vincere - che puoi aver fatto a 38 anni? (Santo cielo! Trentotto! Non ne ho mai avuti così tanti!) Comunque, eccola:
Alessandro Barbaglia nasce. Il che: gli cambia la vita. Lo fa il 30 agosto 1980. Lo aspettavano il 21. Il 26 erano tutti pronti, lui ha deciso di fare 30. Far subito 31 gli sembrava di cattivo gusto. Nonostante si ostini a dire pubblicamente di essere nato a Nizza per via di quella sua nonna francese (lei si, nata lì) è nato a Borgomanero e suo padre aveva deciso di chiamarlo Adamo. Il fatto che si chiami Alessandro, invece, dimostra che le mamme possono molto più dei papà, almeno sulla scelta del nome dei figli.
Fino al 1997 respira, vive e gioca a Miasino, sul lago d’Orta, là dove se glielo chiedete lui sostiene di abitare ancora. Studia a Novara al Liceo Classico Carlo Alberto e nel 1999 si iscrive a Giurisprudenza all’Università di Pavia. La città e la facoltà gli piacciono così tanto che nel 2006 si laurea in Lettere a Milano con una tesi su “A Sangue Freddo di Truman Capote”.
Il giorno dopo la tesi di laurea inizia a lavorare come collaboratore esterno del settimanale NovaraOggi. Nel 2008 viene assunto come giornalista da Tribuna Novarese dove colleziona: la finale del premio nazionale per il giornalismo d’impegno sociale (si classificherà tra i primi dieci, il premio lo vincerà Enrico Mentana), 5 querele per diffamazione (quattro assoluzioni e, una ancora prescritta).
Nel 2012 inizia a fare il libraio a Vercelli. Dal 2012 a oggi, con Fabio Lagiannella, ha organizzato eventi culturali e incontri con gli autori con oltre 350 scrittori tra cui Fabio Volo, Corrado Augias, Moni Ovadia, Alessandro Barbero, Francesco Piccolo, Mauro Corona e molti altri. Il 17 gennaio 2017 è uscito, edito da Mondadori, il suo primo romanzo: “La locanda dell’Ultima Solitudine”. Finalista al premio Bacarella - si è classificato terzo - Finalista del premio Asti - si è classificato secondo - è finalista al premio adotta un esordiente. La finale sarà a maggio: incrociamo le dita!
La partita del 1972 tra l’americano Fischer e il russo
Spasskij per il titolo mondiale di scacchi offre all’autore la cornice per affrontare un quadro più ampio di argomenti e riflessioni quali: raccontare ed argomentare il parallelismo costante che accomuna le imprese di Achille ed Ulisse e gli archetipi che essi rappresentano di forza contro strategia alle personalità rispettivamente di Fisher e Spasskii. La biografia di Fischer diventa, inoltre, un modo per l’autore di parlare del rapporto con l’amato padre e che prende spunto proprio da una conversazione su quella mitica partita che il genitore ebbe con dei suoi colleghi psicologi e che lui ascoltò affascinato . Tutto ciò con cenni più o meno approfonditi sul clima che si viveva durante la guerra fredda attorno alle competizioni sportive . Insomma un libro che interseca vari piani di lettura , storico ,psicologico intimista. Molto bello.
Questo libro mi ha toccato il cuore. È molto più del racconto di una partita a scacchi. Narra di un gioco che sa di vita e di morte, di padri e di figli, di un passato che avrà sempre a che fare con il futuro in un immaginario dialogo che non può finire.
Ho ascoltato questo libro in audiolibro ed è stata un’esperienza di lettura veramente meritevole. La storia di Fischer, l’unico scacchista al mondo in grado di far braccia nell’infinita sfilza di campioni mondiali russi in un periodo storico oltretutto più unico che raro, siamo infatti in piena guerra fredda. Il tutto ci viene presentato in maniera delicata ma dettagliatissima, tutte le sue piccole e grandi fisse, il suo background, la sua mente geniale e stravagante ci viene esposta piano piano in maniera sempre più appassionante. L’autore intervalla il racconto del campione con dei suoi episodi d’infanzia familiari attinenti comunque alla narrazione generale dimostrando un attaccamento personale a tutta la vicenda. Si percepisce la grande passione con cui è stato trattato l’argomento e l’estrema accuratezza d’indagine. In grado di far appassionare al gioco degli scacchi anche chi una partita nella sua vita non l’ha mai giocata.
Non una semplice biografia, ma la storia di Fischer per come si intreccia con il resto del mondo, ma soprattutto con l'universo personalissimo di Barbaglia, fatta di collegamenti fulminei tra realtà e mito e di commoventi ricordi d'infanzia, come lampi di rivelazione che guidano questo libro. E allora Fischer è Achille, ma Spasskij è Ulisse e anche il padre dell'autore, in un vortice di corrispondenze così incredibile da non poter essere che evidente e reale. O almeno, Barbaglia la racconta così, ed è così convincente (forse anche troppo) da non lasciare dubbi. Unica pecca: aver perso un po' di vista la scacchiera.
Lo scontro tra Bobby Fischer e Boris Spasskij è pura epica, ma l'autore lo infarcisce di aneddoti personali, e di Emmanuel Carrère ce n'è solo uno. Inoltre, i parallelismi con l'Iliade sono spesso tirati per i capelli.
Kant, nella Critica della ragion pura, dice che nessun uomo può concepire tutto l’universo, dalla sua origine e fino alla sua fine. Non è un fenomeno possibile, quindi non è oggetto di una conoscenza possibile. Nel linguaggio molto tecnico di Kant, l’universo è un noumeno. Sappiamo che ci deve essere: ovvio che un universo ci sia. Ma non sappiamo dirne nulla, non possiamo concepirlo, né parlarne. Tentiamo spesso di farlo, in verità. Ma i nostri discorsi sono senza senso. Approdano necessariamente a conclusioni opposte, e incompatibili. Una di loro è vera. Ma non possiamo mai sapere quale sia. Ora, ai nostri giorni, la scienza è molto meno consapevole dei limiti della ragione di quanto non fosse Kant. Per esempio, gli scienziati ci dicono che possiamo calcolare, con una certa approssimazione, il numero degli atomi presenti nell’universo: stimano che ci sia, nell’Universo, un numero di atomi compreso tra 10 elevato alla 79 e 10 elevato alla 81 (il numero di Eddington). Il libro di Barbaglia parte proprio da questo numero, o meglio, dal confronto tra questo numero e il numero di variabili presenti in una partita di scacchi: il numero ipotetico di mosse teoriche in una partita è di 10¹²³ (10 moltiplicato 123 volte per se stesso).
Si tratta di un numero inimmaginabile, come e più di quello di tutti gli atomi dell’universo. Di fatto, con le variabili presenti in una scacchiera si può fare un universo e mezzo. Inconcepibile, naturalmente. Eppure, fuori dai limiti della natura e dalla conoscenza, Barbaglia parla di una mente che ha potuto guardare quest’assoluto, che ha ospitato questa immensità dentro di sé. La mente del più grande giocatore di scacchi di tutti i tempi: Bobby Fisher. E se l’universo è Dio, come pensava un altro grande filosofo, Baruch Spinoza, Fisher è l’uomo che ha visto Dio. Dante ci dice però che non si può vedere Dio senza bruciarsi, senza perdere la propria mente, a meno di avere una speciale grazia. Grazia che Fisher (miscredente e antisemita) non ha avuto. E quindi, nella remota e fredda terra d’Islanda, Fischer ha forse visto Dio. Certamente, ha giocato a scacchi come un Dio. Ed è impazzito. Il libro di Barbaglia su Fisher racconta questa storia, ma non è un libro sugli scacchi, è un libro sull’assoluto. O meglio, è un libro su una mente che ha avuto la capacità di intuire l’assoluto, e sui devastanti effetti che questa esperienza ha avuto su di lei. In verità, nonostante il grande numero di atomi, e di mosse, coinvolti, non si può dire molto sull’assoluto; quindi, il libro deve riempirsi di molte storie. Un libro sull’assoluto, come questo, è necessariamente un libro ibrido, che deve essere pieno di tutto ciò che assoluto non è. Come la Commedia di Dante, a pensarci bene. Barbaglia in effetti costruisce un testo a metà tra biografia, autobiografia e riflessione mitologica, che prende come centro narrativo la figura di Bobby Fischer, e il celebre match mondiale del 1972 contro Boris Spassky, a Reykjavik. In Islanda. Il libro parte dall’ascesa di Fischer come genio assoluto degli scacchi, ossessivo, solitario, incapace di accettare compromessi. Racconta come, fin da giovane, Fischer vivesse gli scacchi non come uno sport ma come una forma totale di esistenza: di come studiava in modo maniacale, ossessivo, le partite dei grandi maestri, convinto di poter fare meglio di loro; di come rifiutasse la mediazione delle istituzioni, di come sia entrato in conflitto continuo con arbitri, federazioni, organizzatori. E poi col governo stesso degli Stati Uniti, e col suo presidente. La narrazione del match si intreccia costantemente con il mito: Barbaglia vede Fischer attraverso la figura di Achille, un eroe dell’assoluto, dominato dall’ira, incapace di misura, anche lui ribelle nei confronti delle autorità (il suo “presidente” era Agamennone), un eroe che vuole tutto o niente. Spassky, al contrario, viene visto attraverso la figura di Ulisse: strategico, ironico, elegante, capace di perdere senza dissolversi, di restare umano nella vittoria come nella sconfitta. Accanto alla cronaca del match, il libro introduce una dimensione personale e riflessiva: la voce dell’autore entra in scena, intrecciando il racconto di Fischer con memorie familiari, in particolare il rapporto con il padre. Parla molto anche di se stesso, che era un bambino nel ’72, e ascoltava i racconti di suo padre e dei suoi amici psicologi, nascosto sotto il grande tavolo del giardino, mentre per tutta quella lunga estate gli adulti parlavano di quella sfida interminabile. E racconta di come, alla fine, Fisher vinse, come Achille. Cosa rimane dopo aver raggiunto la vetta più alta? Dopo la vittoria mondiale, la parabola di Fischer si chiuse rapidamente: rifiutò di difendere il titolo, si isolò, scomparve dalla scena pubblica, trasformando il trionfo in una fine. Fischer vinse, ma non tornò, ancora una volta come Achille. Conquistò il mondo degli scacchi, che è grande più di tutto l’universo, ma perse definitivamente il mondo degli uomini. In questo senso il libro non è una celebrazione di una vittoria, bensì il racconto di una tragedia. La mossa del matto è insomma il racconto di una vittoria che coincide con una sconfitta esistenziale, e insieme una riflessione sul mito dell’eroe, sul rapporto tra talento assoluto e autodistruzione, tra grandezza e solitudine. Gli scacchi diventano il linguaggio attraverso cui interrogare una domanda più ampia: se, nel mondo contemporaneo, l’eroe assoluto non sia destinato, come Achille, a consumarsi fino a sparire. Fin qui tutto bene. Una grande idea, condotta con un equilibrio ben riuscito fra i tre piani del racconto. Ma c’è un limite nel libro, che non toglie molto all’eleganza dell’impianto generale, ma lo limita nel suo voler trovare un’eccessiva quantità di corrispondenze tra le storie di due eroi che appartengono a mondi molto diversi. Quando Barbaglia vuole paragonare Achille, che uccide da solo centinaia di guerrieri troiani, con Fisher, che uccide e tortura le zanzare nella sua camera d’albergo, fa qualcosa più di un errore di interpretazione. Per amore della corrispondenza perde di vista – un po’ come Achille, a dire il vero – il senso della misura, e l’insieme della sua grande intuizione. Che così viene svilita e quasi ridicolizzata. Come diceva Orazio, anche Omero ogni tanto si addormenta... Quando poi Barbaglia insiste tanto sul fatto che Fisher, come Achille, beve latte, si lascia trasportare dal suo bel gioco, e vede corrispondenze che non esistono. E non esistono per una buona ragione. Achille in realtà non beve latte perché, nel mondo dell’Iliade, il latte non è una bevanda eroica né civile, ma appartiene a uno stadio pre-culturale dell’umanità. Achille, infatti, è un eroe pienamente inserito nel mondo della civiltà achea. Il suo orizzonte è quello della guerra tra uomini, della gloria cantata dai poeti, del banchetto rituale. La bevanda che lo identifica è il vino mescolato con acqua: una bevanda lavorata, che richiede coltivazione, tempo, tecnica, misura. Il vino è il segno della comunità e dell’ordine umano, anche quando Achille se ne astiene nei momenti di ira o di lutto. Bere latte significherebbe collocarsi fuori da questo ordine, regredire verso una condizione naturale e prepolitica. Achille può uscire temporaneamente dall’umanità attraverso l’ira, il digiuno, il rifiuto del banchetto, ma non regredisce mai a uno stadio “selvaggio”: resta sempre un eroe della polis, non della natura. In questo senso Achille non beve latte perché il latte è la bevanda di chi non conosce il banchetto, la misura, la comunità. Il suo rifiuto implicito del latte non è un dettaglio dietetico, ma un segnale culturale: Achille è un eroe tragico e assoluto, ma non è mai un uomo pre-civile. E invece Fisher forse lo è, o in ogni caso lo diventa. Il parallelismo tra i due eroi funziona finché Fischer è pensato come eroe dell’assoluto, dominato dall’ira, incapace di misura, disposto a sacrificare tutto alla vittoria. In questa fase, il richiamo ad Achille è potente e chiarificatore. Ma nel momento in cui l’impresa si compie, il confronto comincia a incrinarsi e, proprio incrinatura è profondamente rivelatrice. Achille, per quanto furioso e distruttivo, resta sempre un eroe civile. La sua ira è una rottura interna alla comunità, non un’uscita da essa. Anche quando rifiuta il banchetto, digiuna, si sottrae alla guerra, Achille non regredisce mai a uno stadio pre-culturale: non abbandona il linguaggio del rito, della misura, della gloria cantata. Non beve latte, bevanda della natura non mediata, ma vino mescolato con acqua, simbolo della comunità umana. La sua tragedia si consuma dentro il mondo della polis e della poesia epica; la sua grandezza resta inscritta nella civiltà che lo ha generato. Fischer, invece, soprattutto dopo il 1972, compie un passo diverso e più radicale. Non rompe con la comunità restando al suo interno, ma si sottrae alla comunità stessa. Rifiuta le istituzioni, la mediazione, il riconoscimento simbolico; rifiuta persino la narrazione pubblica della propria vittoria. Dopo aver conquistato il mondo degli scacchi, non vi fa ritorno. In questo senso, Fischer non è soltanto un eroe tragico moderno: è una figura di regressione simbolica, un eroe che, nel nome dell’assoluto, scivola verso una condizione pre-civile. Il paradosso è disturbante. Achille, l’eroe arcaico, resta civile; Fischer, l’eroe moderno, diventa pre-civile. Là dove il mito antico conosce il limite e la forma, la modernità del genio assoluto produce isolamento, rifiuto di ogni scambio. Fischer non è più Achille che sceglie la gloria sapendo di perdere la vita, ma una figura che, vincendo, perde il mondo. Non muore giovane, ma sopravvive fuori dalla civiltà che lo aveva consacrato. E quindi il confronto di Fisher con Achille non va respinto, ma rovesciato. Non serve a dire che Fischer �� Achille, ma a mostrare che il mito classico non può più tornare intatto nella modernità. È questo, forse, il senso ultimo della parabola raccontata da Barbaglia: non la celebrazione di un genio, ma la diagnosi di una grandezza che, spinta oltre ogni mediazione, finisce per diventare muta, solitaria e pre-civile.
Nel nostro mondo, molto più che in quello di Omero, gli eroi, se ci sono, sono soli.
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Descrizione "Cosa succede a chi rifiuta il mondo per giocare solo a scacchi se poi gli scacchi lo fanno diventare campione del mondo?" La mossa del matto è la storia di una vita, quella di Bobby Fischer, e il tentativo di rispondere a questa domanda partendo dalla ricostruzione della finale del campionato mondiale di scacchi del 1972, la sfida del secolo, quella tra il "matto" americano - Bobby Fischer - e il campione in carica: il leggendario scacchista russo Boris Spasskij.
Giocata in piena Guerra Fredda, quella sfida USA-URSS è molto di più di una "semplice" partita di scacchi. E se Spasskij è un gentiluomo, un fine stratega, uno che sa come va il mondo, Fischer è un essere furioso. Di più: Bobby Fischer è una contraddizione vivente. Ha un quoziente intellettivo molto al di sopra della media ma crede ai predicatori radiofonici che profetizzano la fine del mondo, non ha la licenza elementare ma è un genio degli scacchi, un gioco che ha monopolizzato la sua esistenza da quando, a sette anni, ha imparato a muovere i pezzi su una scacchiera di plastica leggendo il foglietto delle istruzioni. Le sue bizzarrie sono innumerevoli: tutti lo aspettano a Reykjavík, sede del campionato, ma lui non c'è. Si fa attendere finché non verranno accolte alcune sue peculiari richieste, tra cui quella di aumentare il premio in denaro per il vincitore.
Fa pensare ad Achille che, offeso, rifiuta di prendere le armi: se ne sta nella sua tenda, ritirato nel cuore del conflitto di cui è il baricentro. I suoi nemici sono i Troiani, quelli di Fischer sono i Russi. L'assedio dura dieci anni, e il dominio troiano resiste, al pari di quello sovietico sulla scacchiera. E le analogie non finiscono qui...
Barbaglia, a cinquant'anni esatti dai fatti, ci offre una ricostruzione dettagliatissima della sfida del secolo, sulla base di un imponente materiale documentario. E la illumina con lo sguardo dello scrittore, che in questo scontro epico riconosce le figure archetipiche di uno dei miti fondativi della nostra cultura, l'Iliade, in cui si scontrano la ferocia di un guerriero assetato di sangue e l'intelligenza calcolatrice di uno stratega.
Non credevo mi sarei mai appassionato in tal modo ad una partita di scacchi. Barbaglia scrive in modo eccezionale. Libro finito nel giro di un paio di ore. I tre fili narrativi (la partita, Iliade e Odissea, e la vita dell’autore) si intrecciano in un modo che oltre ad essere geniale, è anche oltremodo soddisfacente da leggere. Consigliatissimo!
Un petit livre extrêmement bien écrit — ça donne envie de le lire en version originale 🇮🇹 — sur les échecs, le sens de l’affrontement, l’Iliade et la recherche de la figure du père / de l’enfance. Je ne crois pas qu’il soit nécessaire de s’y connaître en échecs (ce n’est pas mon cas) pour apprécier ce petit bijou.
Un libro che è una tripla biografia, quella dell'autore, quella del campione americano Robert Fischer e quella del rivale russo Boris Spasskij. Il tutto è narrato durante il più famoso campionato del mondo di scacchi, quello del 1972 a Reykjavik in Islanda. L'autore prende spunto da un ricordo, dando vita a questo bellissimo parallelo. Da bambino sotto il tavolo del giardino dove passava le sue giornate, in una casa a Miasino vicino al Lago D'Orta, rievoca il ricordo di suo padre psicologo e dei suoi dialoghi con gli amici colleghi, l'argomento era Bobby Fischer. Il noto torneo si giocò nel pieno della Guerra Fredda, anche se per i due contendenti non vi era altro che la partita a scacchi, per il mondo rappresentò molto di più. L'autore ha studiato a fondo la vita di Fischer e gli scacchi, ne esce un dipinto obiettivo del personaggio, delle sue patologie psicologiche, del suo assoluto talento, della sua incredibile intelligenza con un titolo di studio ridicolo (seconda elementare) ma anche della sua misoginia. Caratteristiche molto negative che non hanno scalfito il fascino che esercitava sulle persone. Parlando di Fischer il padre di Alessandro Barbaglia, cercava di capire come aiutare un suo paziente, un bambino che si isolava nella sua camera. L'autore vede un'analogia potente in una sfida che simula una battaglia, Fischer è Achille e Spasskij è Ulisse. Prende vita questo viaggio parallelo, ricostruito e raccontato in maniera efficace. C'è il rapporto padre figlio, tante curiosità sulla partita, sui due protagonisti. Non annoia e suscita sempre interesse, non è un manuale sugli scacchi anche se c'è molto materiale e informazioni verificate e documentate, sicuramente è qualcosa di più.
La popolarità della finale mondiale degli scacchi del 1972 tra Bobby Fischer e Boris Spassky è stata tale che probabilmente sono stati scritti numerosi libri su di essa, e poi anche nello specifico sul Fischer che era un personaggio incredibile, il classico genio pazzo. Alessandro Barbaglia cerca di dare una chiave di lettura diversa. Come prima cosa, ne parla a oltre 50 anni di distanza, quando il ricordo di quella serie di partite è stata dimenticata dal grande pubblico, restituendo quindi l'eccezionalità dell'argomento. Ma soprattutto, tenta un approccio per analogia e similitudini, innestando su Fischer il personaggio di Achille dell'Iliade, e su Spassky quello di Odisseo. E non solo: usando come spunto una conversazione di suo padre psicologo coi suoi colleghi, captata quando era piccolo, costruisce anche un parallelo con la propria storia e quella di suo padre, morto giovane. Appare evidente che è un programma molto ambizioso, e infatti il giochino funziona fino a un certo punto. I paragoni omerici sono ottimi nel definire i personaggi, un po' meno quando ci si appoggia a episodi dell'Iliade specifici, mentre la storia personale, per quanto tenera, risulta proprio slegata. Il nucleo della narrazione, comunque, il tratteggiamento dei due personaggi e la cronaca di quelle partite in Islanda in piena Guerra Fredda, è molto appassionante e ben documentato. Ecco, forse troppo: ci sono alcune scene che lasciano il dubbio che l'autore abbia fatto volare troppo la fantasia. Ad esempio, la descrizione di Fischer solo nella sua stanza d'albergo, nella vasca da bagno vuota a bere latte, ha delle fonti? È vero che CIA e KGB erano onnipresenti durante quei giorni ma...davvero?
Entrare tra le pagine di questo libro é come attraversare una scacchiera e sentirsi parte di una partita. Due “campioni” di scacchi in competizione di fronte al mondo che diventa spettatore di una sfida in un gioco strategico per il titolo di campione del mondo. Trovo meraviglioso il parallelismo tra i personaggi dell’Iliade e i campioni di scacchi; sorprende. Fantastico davvero. Inoltre dolcissimo il dialogo tra l’autore e il padre che lo lascia troppo presto. Ci si perde nella dolcezza e nella tenerezza che li lega ai luoghi e alla casa in cui é nato. Un libro che consiglio tantissimo. Volete essere spettatori di una partita a scacchi? Ricordare quanto sia bella l’Iliade? Sentire l’amore che risiede nei ricordi di un uomo che torna bambino e ritrova il sentimento immutato per un padre speciale? Leggetelo.. é incredibile!
Di Alessandro Barbaglia ho letto: “La locanda dell’ultima solitudine”, “L’atlante dell’invisibile”, “Scacco matto tra le stelle”.. tutti bellissimi e consigliatissimi.
Quello che poteva essere un articolo di due pagine su una rivista diventa un minestrone senza mai fine di parallelismi più o meno forzati, psicanalisi dell'autore, scrittura imbarazzante. Peccato! Aggiungo che paragonare Fischer a Maradona o a Einstein è da ignoranti e passare dal criticare Fischer dicendo "dai su Bobby, hai studiato quindicimila partite del tuo avversario sai benissimo come si risponde a 1.d4" per poi UNA PAGINA DOPO esaltare come "mosse da campione del mondo" ...nf6, 2.e4 è come, per mantenere il suo paragone calcistico, dire dai su è solo il calcio d'inizio della finale mondiale è solo un passaggio, è dopo la partita vera per poi sbavare di fronte a un normalissimo tocco di palla all'indietro. Peccato davvero!
È un libro che ti coglie di sorpresa, perché non è la biografia che ti aspetti. E questa considerazione non necessariamente positiva. In questo volume si raccontano tre storie, nella mente dell'autore intrecciate tra loro: quella di Fischer e Spasskij, quella di Achille e Odisseo, quella dell'autore e suo padre. L'intreccio forse funziona anche benino, ma se un lettore acquista una biografia di Fischer, perché deve essere costretto a leggere parallelismi forzati tra Fischer e Achille e, molto peggio, perché deve essere ammorbato dal dialogo immaginario tra l'autore e il padre scomparso? Lo stile è moderno, veloce e la lettura, al netto dei capricci contenutistici, è tutto sommato piacevole.
Non so nulla di scacchi, sono un mondo lontanissimo da me, eppure Alessandro Barbaglia è riuscito a catturare la mia attenzione fin dalle prime pagine. La mossa del matto è un romanzo che va oltre il semplice racconto di una partita o di una strategia: è una storia avvincente, intensa e capace di emozionare anche chi, come me, non ha mai preso in mano una scacchiera. Mi è piaciuto davvero tanto, più di quanto avrei immaginato all’inizio. Ho trovato lo stile di Barbaglia fresco, coinvolgente, capace di rendere accessibili emozioni e riflessioni profonde anche partendo da un tema così tecnico come gli scacchi.
Cosa succede quando decidi che il tuo mondo è unicamente giocare a scacchi, e diventando campione del mondo non hai più partire da poter giocare? Quando vorresti continuare a giocare ma il mondo intorno a te ha altri piani? Nel momento in cui Bobby Fischer realizza il suo sogno, capisce che ne ha anche decretato la fine.
Un libro affascinante, più un racconto che una biografia, tre storie parallele che si richiamano a vicenda, e un personaggio centrale, da sempre noto e ignoto ai più. Un genio degli scacchi, una personalità problematica, un essere umano che venuto meno il suo amore non ha forse trovato altro per cui vivere.
La storia del campione del mondo statunitense di scacchi. La mossa del matto: quella di un uomo che rischia se stesso – e la gloria da campione del mondo. “Se la storia di Bobby Fischer può sembrare strana, incoerente, illogica, incomprensibile è perché la sua non è una storia: è un mito. E i miti sono caos, meraviglia e metamorfosi; non hanno nulla a che fare con la logica.” Così scrive l’autore dell’incontro storico del1972 contro il russo Boris. Ma l’originalità di questo libro è aver paragonato i due campioni a due miti : Achille e Ulisse. Un accostamento di personaggi perfetto
Un libro delizioso, delicato, geniale e anche emozionante. Il parallelismo tra Achille - Fisher, Ulisse - Spassky è veramente ingegnoso. Nel libro si ripercorre la vicenda di Bobby Fisher, forse il giocatore di scacchi più carismatico della storia, "eroe" mitico degli anni '70, uomo di intelligenza incredibile ma problematico, ossessionato, probabilmente malato. Il centro però della narrazione è il rapporto tra lo scrittore e suo padre: una storia struggente che tocca il cuore.
C’è un genio un po’ pazzoide che si aggira nel ventesimo secolo: si chiama Bobby Fischer, professione scacchista. Su di lui sono state scritti decine di opere tra le quali c’è questo “La mossa del matto” di Alessandro Barbaglia. È un libro scritto con passione, incentrato sulla leggendaria sfida per il campionato del mondo a Reykjavik contro il russo Spassky. Il lavoro di Barbaglia mette in relazione i due scacchisti con due eroi omerici. Fischer è Achille, Spassky Ulisse; il parallelismo è convincente: la fine nota, il viaggio affascinate, terribile, straziante. Tanto che alla fine, con la sfida terminata a favore dell’americano, il suo accompagnatore, in riva al mare islandese gli chiederà: “… e adesso cosa vuoi fare Bobby?” E lui, ormai annientato: “voglio solo giocare a scacchi”. In effetti da quel giorno il resto della sua vita sarà una drammatica deriva verso il completo estraniamento dal resto del mondo. Un altro bellissimo libro che ha per protagonista il gioco inventato da diavolo. Da leggere.
Thinking about Bobby Fischer sharing a room with his priest in 1972 Iceland. Bobby holding his priest's hand. Bobby, draping a checkered plaid over his priest's shoulders. Bobby, taking him on a long walk in the middle of the backlit night. Bobby, walking him to the prairie with the long grass. Bobby, asking : "But it's here, Father. That's where I want to kill him (Spassky). Why can't I kill him here ?"
Non sono sicura di saper spiegare perché lo abbia amato così tanto. È una sensazione che si è insediata nella mia pancia dalla prima riga, e non mi ha lasciata per tutta la lettura. Il tono, la narrazione, la capacità di creare suspence, i parallelismi. La figura del padre. Il dolore. Lettura che troverei perfetta in prima superiore. Fa venire voglia di leggerli davvero, l’Iliade e l’Odissea.
Ho trovato questo libro meraviglioso. Non conoscevo la storia di Bobby Fischer, ma anche se l'avessi conosciuta sarebbe stato meraviglioso comunque sentirla raccontare in questo modo. Barbaglia mi ha incantato con l'idea narrativa, intrecciata strettamente alla sua storia personale. Mi è piaciuto tutto e lo consiglio vivamente!
Un libro mediocre, pretenzioso, arrogante, scritto da una persona che ammette di saperne poco o nulla di scacchi, ridotti a stare sullo sfondo, mentre l’autore si cimenta in allegorie e metafore che vorrebbe fossero brillanti ed eleganti ma sono solo saccenti e ripetitive.
Bocciatissimo, mai stato così infastidito da un libro.
Un livre intéressant sur la vie du grand joueur d’échec Bobu Fisher mais une narration un peu complex a certain moment et un manque de profondeur sur l’essence même du livre l’échec. La comparaison du joueur avec les deux protagonistes Achille et Ulysse faisant face à duel sans merci très pertinent
È un bel libro, ma è un libro strano. Parla di Fisher e Spasskij. Parla di Ulisse e Achille. Ma soprattutto parla dell’autore e di suo padre, una storia che si delinea dietro quella del grande scacchista è che ti affascina, anche se si tratta della storia di uno sconosciuto.
Un bonheur de lecture qui m a complètement embarquée, et que j ai directement recommandé. Découvrir le génie maudit de Bobby Fisher, sublimé par une comparaison érudite avec l Iliade, quel plaisir ! C est fin, bien écrit, parfois drôle, souvent émouvant, et passionnant de bout en bout.
C’est pas facile de décrire une épopée sportive des échecs sans rentrer dans les détails et ça a été très bien fait. Le mélange avec l’histoire personnel est touchant. Par contre tout le truc avec Ulysse et Achille j’ai trouvé ça débile et pas du tout nécessaire.
Mi è piaciuto tutto di questo libro: la storia di Fischer, che non conoscevo, il parallelismo ardito ma funzionante con Achille e il tutto che si intreccia con la storia personale e privata dell'autore.