Leggere Così parlò Bellavista è come fare un viaggio a Napoli senza sostenere il costo del biglietto. Non uno di quei giri turistici con guida ed ombrellino, con date e nomi, con statue personaggi illustri e palazzi storici. Che pur non mancherebbero in una città come il capoluogo partenopoeo, culla di una cultura antichissima e variegata, frutto di popoli e storie che l’hanno forgiata così bella e irripetibile nel corso dei secoli.
Così parlò Bellavista è un viaggio nei vicoli e tra la gente, non racconta tanto di Napoli quanto della napoletanità. È un romanzo atipico dalla struttura regolare e accattivante: ai capitoli contenenti le lezioni di filosofia del professor Bellavista a personaggi semplici e pittoreschi, si alternano quelli che narrano storie di vita vissuta, grottesche e non necessariamente con una morale da impartire, nudi e crudi fattarielli, come De Crescenzo amava definirli.
Protagonista quasi assoluta del romanzo è la contrapposizione tra amore e libertà, questione che viene sviscerata dal filosofo con poetica semplicità e che è poi allegoria della tradizionale contrapposizione tra Nord e Sud, tra i napoletani e il resto del mondo. A partire dalla spiegazione di questa contrapposizione, apparentemente banale ma profonda e universale, nascono dibattiti che toccano questioni eterne come la povertà, l’amicizia, la solitudine.
La Napoli dei bassi
Il napoletano, in questo romanzo imperdibile che strappa sorrisi e timide lacrime, diventa un personaggio archetipico che si muove in un mondo destinato a cambiare e a lasciarlo indietro, superato ma felice nella sua capacità di cogliere ancora l’essenza delle cose semplici e quotidiane. Chi legge, con gli occhi velati dalla malinconia per un passato che ha vissuto troppo tempo fa, o che ha semplicemente sentito raccontare, si ritrova a riflettere su questioni alte ed universali e su inezie di nessuna apparente importanza, sempre sospeso tra la filosofia e la vita del vicolo.
Forse è proprio questa la bellezza di Così parlò Bellavista, la sua capacità di portare in alto il lettore senza fargli mai staccare i piedi da terra, la rara abilità di De Crescenzo di cogliere la tragica comicità di situazioni quotidiane che non smettono di appassionare e di parlare dell’uomo, oltre la sua provenienza e oltre le sue aspirazioni.
Tutto procedeva secondo le previsioni: sala pressoché vuota, spaghetto a vongole e per dopo la solita micidiale richiesta: carne o pesce?
Lo spaghetto a vongole è la gustosa e fugace comparsa del diciottesimo capitolo, Una colazione d’affari. Protagonista ne è il professionista della posteggia, un musicista improvvisato che, appostato appunto tra i tavoli di una trattoria, afferma di non suonare per non disturbare gli avventori del locale. Ricevuta comunque una mancia dai clienti, l’uomo si allontana e solo allora, grazie ad un cameriere, si scopre che in realtà il musicista non è particolarmente educato, semplicemente “è padre di figli, e non sa suonare”.
In questo aneddoto, comico e tragico allo stesso tempo, si riesce a cogliere l’essenza di una tipologia umana che strappa la vita a morsi, giorno dopo giorno, con stratagemmi inverosimili eppure efficaci. Persone genuine dall’inventiva inesauribile ma dalla forte dignità, commedianti che si muovono su uno sfondo d’eccezione: la bella Napoli. L’immortale Partenope, sulla quale ci si può affacciare in un giorno di sole, per godere della sfacciata bontà di un semplice piatto di spaghetti con le vongole e del profumo abbagliante dei limoni.