“Seldom mi guardò, scoraggiato, come se non restasse altro da tentare. Sapevo cosa pensava: quando compare Dio, sparisce ogni ragionamento. Come quasi tutti i logici che avevo conosciuto, considerava Dio un’ipotesi troppo forte, quasi paralizzante per qualunque sistema di pensiero e per qualunque intenzione di pensiero. E sosteneva che comunque, anche se Dio esistesse, esisterebbe anche tutto il resto.”
Spesso noi appassionati di gialli tendiamo a prediligere i classici: la Christie, Queen, Carr, Van Dine, più qualcun altro a seconda dei gusti individuali (non vi annoio con i miei, di preferiti, li conoscete). E a essere riluttanti rispetto ai giallisti contemporanei. Non sempre a ragione, e proprio per quello sono sempre contento quando incontro un romanzo di pochissimi anni fa, capace di darmi le stesse emozioni dei classici.
La storia, scritta nel 2019 e tradotta in italiano lo scorso anno, si svolge negli anni ’90 (proprio il periodo in cui mi laureavo, e per la tesi frequentavo un laboratorio universitario di ricerca, anche se non esattamente dello stesso genera qua descritto, e iniziavamo a usare, proprio come descritto qui, quella tecnologia, per esempio le email, che allora era di nicchia e in poco tempo sarebbe diventata di uso comune) L’ambientazione è a Oxford, e la vicenda viene narrata dal punto di vista di un giovane ricercatore argentino dal nome impronunciabile. Lui e il suo mentore, l’inglesissimo Seldom, sono due nerd coltissimi e raffinati, come del resto l’autore, e frequentano una sorta di fan club di Carroll. Fan club che sarà legato inestricabilmente con una serie di misteriosi crimini.
Lo stile è molto gradevole, e i due protagonisti abbondano con citazioni matematiche o letterarie, che se il lettore riesce a coglierle servono a creare complicità (mentre se non vengono colte, non succede nulla visto che non sono essenziali alla trama). In particolare, il gioco delle citazioni di Alice può essere apprezzato in egual modo da chi non conosce il personaggio, da chi lo conosce, come me, solo avendo letto l’’opera e conoscendo a grandi linee la vita di Carroll, e infine da chi ama questo autore alla follia e rimpiange di non aver vissuto a Oxford in quei giorni
Un altro aspetto che ho apprezzato molto è stata l’impressione che ho tratto rispetto ai componenti del club di Carroll. Uno dei personaggi si chiama Raymond Martin e penso di aver riconosciuto in lui il matematico e divulgatore (nonché appassionato di Carroll e curatore di alcune sue edizioni di Alice) Martin Gardner, e sono convinto che anche gli altri personaggi nascondano persone vere che però la mia ignoranza mi ha impedito di cogliere.
La parte gialla ammicca ai classici del genere, in particolare all’Enigma dell’alfiere di Van Dine, ma sa inserire elementi di originalità, che mi hanno spiazzato proprio dal punto di vista dell’enigma, riuscendo a sorprendermi, dato che di solito trovo i gialli contemporanei relativamente deboli (rispetto ai classici) proprio sotto questo aspetto