È stato difficile, a primo acchito, per me capire che cos’avesse inteso fare Walter Friedrich Otto (1874-1958) con questo saggio pubblicato poco prima della morte, nel 1956: all’inizio sembra una confutazione delle idee sulla religione greca correnti al suo tempo e nei periodi immediatamente precedenti; poi, nel momento in cui il grande storico tedesco dovrebbe iniziare una specie di pars construens indicando il corretto modo d’intendere le categorie religiose dell’antica Grecia, invece di darne una lettura unitaria la sfaccetta nella descrizione sommaria di alcuni tra gli dèi ellenici: nell’uno e nell’altro caso aggiungendo alle più opportune citazioni di Omero, Esiodo e altri autori antichi molti paralleli con poeti tedeschi, soprattutto Goethe e Hölderlin, ma anche Schiller, i quali meglio dei colleghi di Otto avrebbero capito il senso e il valore della religiosità e del culto pre-cristiano. Il lettore, insomma, rischia di restare sconcertato. Io presumo – ma, non essendo specialista di storia delle religioni o esperto delle opere di Walter Friedrich Otto mi potrei sbagliare di grosso – che lo studioso tedesco, giunto al termine dei suoi giorni, avesse messo assieme un testo divulgativo (non vi appaiono citazioni in greco e in latino, note o puntuali citazioni dei testi confutati) e conciso (verso la fine sembra quasi che Otto abbia una fretta del diavolo) col doppio fine di far giustizia di concezioni teoriche a suo avviso fuorvianti e di mostrare ai lettori che una vera comprensione della religione greca non si avrà mai partendo da un Begriffshimmel sistematico e astratto, ma solo dall’appercezione viva delle varie declinazioni del divino tralucenti dai brandelli di poesia, notizie sul culto, lasciti monumentali e iconografici pervenuti sino ai nostri giorni: onde il ricorso a una casistica sminuzzata e cangiante in cui peraltro si trovò ad epitomare probabilmente molte parti della propria monografia Die Götter Griechenlands, uscita già nel 1929. Ripercorrere puntualmente le considerazioni del Nostro mi sembra inutile, tanto più che il libro è agile, scritto in maniera oltremodo scorrevole, e appunto nient’affatto riservato agli specialisti; però alcuni particolari sono degni di nota. Otto, per esempio, riprende da Nietzsche la dicotomia tra l’apollineo e il dionisiaco e tuttavia, contrariamente al grande filosofo, non solo propende per il versante di Apollo, ma della divisione stessa traccia un confine assai più sfumato e labile; saggiamente, inoltre, suggerisce che le nostre idee sul culto arcaico derivano inevitabilmente (anche) da nostre speculazioni, e non potranno mai tracciare con sicurezza origini e antenati, per esempio, della tragedia. Suo merito, in relazione a ciò, anche il raffreddare le illusioni sulla ricostruzione d’un’epoca tragica della mentalità, del pensiero e della religiosità dell’antica Grecia, di cui addita la sostanziale illusorietà (e gliene sono grato, perché non mi ero mai riconosciuto in quest’idea di Nietzsche, la quale penso abbia sotterraneamente lavorato anche nella cupa e fantasmagorica ricostruzione delle origini della tragedia secondo il nostro Mario Untersteiner), giungendo, all’opposto, a recuperare, sia pur in modo giudizioso e non aridamente polemico, certe valutazioni rasserenanti e luminose del vecchio Winckelmann. Certo, il moderno lettore scettico, smaliziato e intriso di storicismo potrebbe ravvisare nel continuo e fiducioso richiamo ai fiori della poesia germanica un’altra illusione, quella dei tedeschi come nuovi greci, che ormai da tempo è investita dal turbine d’una smitizzazione a tratti quasi beffarda: ma i miti, si sa, contengono sempre, o almeno sovente, un pizzico di vero, e di vero solido e profondo; e in realtà – ciò dico non proprio da omo sanza lettere, ma da dilettante sì, che legge qualcosa di molti argomenti senza conoscerne a fondo nessuno – se i tedeschi non furono e non sono i greci dell’età moderna, per molti versi li hanno capiti meglio di tanti altri popoli: e a tanti altri popoli hanno saputo insegnare a capirli meglio.