Guglielmo Sputacchiera, inetto sociale e sessuale, si sveglia trasformato in ciò che più gli manca: una donna, è diventato una donna. Ma cosa è stato? l'abuso di pornografia, la masturbazione ambidestra, il surriscaldamento globale, gli amici del liceo, uno scherzo di dio? Un po' Samsa, un po' Fantozzi, un po' soldato Sc'vèik, il giovane Sputacchiera lascia la casa dei suoi e parte per un'avventura pesantemente surreale e realista. Sulla sua strada incontrerà paesani cattonazisti, l'odiato parentume, la dottoressa che palpa, il santone mariano: la tipica fauna dell'orrore provinciale lombardo, fino a un epilogo un po' osceno, ma che è anche il solo possibile. Scritto in una prosa alta e forse anche piuttosto alticcia, questo pirotecnico romanzo affronta con crudele sarcasmo alcuni temi del nostro tempo: la digitalizzazione della vita e della sessualità, l'inconciliabile rapporto con la generazione dei padri e la disperazione economica del nuovo proletariato colto.
Prima doverosa premessa. Potrei dire semplicemente "è bello, compratelo, leggetelo" e mi sarei tolto il pensiero cavandomela con un consiglio internettianamente sintentico e anche sincero, visto che Alberto Ravasio ha veramente scritto un bel romanzo, da comprare e da leggere. "Chi?", si chiederebbe il tale. Al che mi toccherebbe spendere almeno due paroline su Alberto Ravasio, il cui romanzo d'esordio La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera è stato finalista al Premio Calvino e poi saggiamente pubblicato da Quodlibet. "Tutto qua?", continuerebbe il tal altro. E no, perché chi vive in certe bolle il nome di Alberto Ravasio lo aveva già notato da qualche tempo, forse un paio d'anni. Alberto Ravasio ha infatti pubblicato una serie di racconti brevi, nonché alcuni articoli (davvero geniali) di 'critica letteraria' (virgolette quanto mai necessarie, visto che i suoi non sono saggi nel senso tradizionale del termine, ovvero di quelli che spesso ti fanno scendere il latte alle ginocchia, ma qualcosa veramente d'altro, piccole perle luccicanti, deliziose e molto interessanti). Quando ho saputo che il suo primo romanzo era fra i finalisti del Calvino prima e sarebbe stato pubblicato poi, non ero affatto stupito. Fatta questa doverosa premessa, per onestà (nei confronti di me stesso, in quanto lettore, e di Alberto Ravasio, in quanto autore) mi trovo costretto a confessare che La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera è stato al di sotto delle mie aspettative. Prima di spiegare perché, però, mi tocca fare addirittura una seconda doverosa premessa.
Seconda doverosa premessa. Ho come l'impressione che in Italia si stia formando, più che una 'corrente', un gruppo o una comitiva di critici, scrittori e lettori di una certa nicchia, convinti che è arrivato il momento di scuotere la Letteratura Italiana dalle fondamenta, sperimentare, scrivere qualcosa di 'nuovo', osare con generi che non sono mai stati esplorati da noi. Per esempio, con la letteratura umoristica, satirica, o fantastica. Sì, sì, sì, dicono costoro: in Italia bisogna dare dignità al genere umoristico, perché se è vero che una risata ci seppellirà magari, chissà?, un risolino potrebbe farci risorgere, se non tutti quanti per lo meno qualche eletto. E anche tutto questo realismo, queste storie di scugnizzi e contadini: basta! Ci vuole un po' di magia, un po' di fantasia, un po' di surrealismo. Personalmente, guardo con poca convinzione a simili tendenze (o pose?), visto che non ci trovo molto di veramente nuovo e rivoluzionario nelle opere umoristiche e fantastiche di certi autori italiani emergenti. Non sto facendo il ragionamento del tipo :"In Italia abbiamo avuto Il Decamerone, La Locandiera e L'Orlando Furioso, quindi va bene così". Dico semplicemente che la letteratura umoristica, fantastica, surrealista, o non realista, in Italia, ce l'abbiamo sempre avuta, a partire da Giovanni Papini, Alberto Savinio e Massimo Bontempelli fino ad arrivare ad Anna Maria Ortese, Italo Calvino, Dino Buzzati, Stefano Benni, Ermanno Cavazzoni, Antonio Moresco. Isabella Santacroce è tutto tranne che una scrittrice 'realista', mentre persino uno stra-pessimista cosmico come Massimiliano Parente ha avuto la sua 'svolta umoristica e satirica' con Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler e L'Amore ai tempi di Batman (da poco ripubblicato per La Nave di Teseo). Eppure, ciclicamente arriva qualcuno che dice "Ho scritto un romanzo ironico, divertente, con una lingua nuova e sfavillante, sono stato originale". Poi, stringi stringi, di originale c'è poco o nulla, a partire dalla retorica sull'esigenza del 'nuovo'. (Visto che, come sostengo, i romanzi umoristici o satirici, in Italia, ci sono sempre stati e ci sono tutt'ora, ci sarebbe semmai da chiedersi perché non hanno successo. Forse ai lettori italiani questi generi semplicemente non piacciono? O forse molti che fanno gli umoristi e i satirici, in fondo, non fanno ridere manco per niente? Sono domande che meriterebbero di essere poste, per quanto sconvenienti...)
Fatte queste due doverose premesse, veniamo a La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, romanzo che è sia umoristico e sia fantastico nella sua premessa Kafkiana. Un bel giorno, il nostro Guglielmo Sputacchiera si sveglia e scopre di essersi trasformato non in uno scarafaggio, ma in una donna. Dal momento che non è che un povero maschio contemporaneo, disperatamente eterosessuale, un incel porno-dipendente, colto ma disoccupato, mantenuto dai genitori nonostante sia un trentenne, dotato del sex-appeal di un tostapane, per Sputacchiera riscoprirsi 'transessualizzato' equivale a ritrovarsi prigioniero di qualcosa di misterioso, indecifrabile, sconosciuto e spaventoso: ovvero, del corpo di una donna. Se la premessa del romanzo è geniale, la sua conclusione, devo dire, è toccante, emotiva, senza dubbio il vertice di tutto il libro. Diciamolo pure: un gran bel finale.
Il problema (o almeno, il mio problema) è che fra l'inizio geniale e la fine emblematica sono stato inserite tante scenette in modo da trasformare quello che sarebbe stato un bel racconto lungo (sulle 60, 70, o 80 pagine -- quanto La Metamorfosi di Kafka, per intenderci) in un 'romanzo'. Solo che per me il racconto di Sputacchiera rimane appunto un racconto, non un romanzo. L'autore avrebbe potuto aumentare il numero di scenette centrali o toglierne alcune a caso, ma il risultato finale non sarebbe cambiato: con 500 pagine in più o con 80 in meno, il libro rimarrebbe comunque "un bell'inizio, una bella fine, con roba in mezzo".
Che ci troviamo di fronte a un racconto e non a un romanzo si evince anche dalla scarsa profondità dei personaggi, a partire dal protagonista. Ecco dunque che, essendo lui un personaggio privo di una vera personalità e, anzi, piuttosto fumettistico, le scene vissute da Guglielmo Sputacchiera non sono episodi formativi o 'eventi', ma semplici vignette, addirittura siparietti ('Sputacchiera fugge', 'Sputacchiera torna', 'Sputacchiera in paese', 'Sputacchiera in campagna', 'Sputacchiera dal medico', eccetera eccetera). L'accumulo di queste vignette non costituisce una 'trama', dal momento che non hanno chissà quale grande impatto emotivo o esistenziale sul protagonista, il quale va, viene, fa e disfa, ma non evolve. Gli altri personaggi sono solo pretesti per costruire, appunto, vignette divertenti e battute simpatiche.
Da un punto di vista 'sociologico', Guglielmo Sputacchiera è il simbolo della generazione di impotenti: impotenti dal punto di vista sessuale, sentimentale, economico, politico, esistenziale. Tutto giusto, quello che dice Ravasio per mezzo di Sputacchiera. Giusto e condivisibile, ma nulla che non si sapesse già. E forse il problema è che Ravasio, il suo tutto sociologico, lo dice attraverso Sputacchiera invece di 'usare' Sputacchiera per mostrarlo.
Infine, io che sono proprio un vecchio bisbetico che rompe il capello in quattro, e qui 'il capello' è ovviamente un eufemismo, vorrei anche mettere in dubbio l''originalità' dell'opera. Sì, c'è il registro umoristico. Sì, la situazione ha una premessa surrealista e porta ad esiti paradossali e tragicomici. Ok, ma alla fine della fiera La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera conserva la più classica delle strutture narrative, ovvero quella del 'viaggio dell'eroe', con l'invito a esplorare un mondo straordinario (ovvero, il mondo vissuto attraverso un corpo femminile), gli alleati (la madre, l'amico), l'antagonista (il temutissimo padre), percorsi, giri dell'oca e persino pozioni magiche. Il tutto per raccontare la storia di formazione, o di deformazione, di un ragazzo che lascia la provincia, piena di zotici analfabeti, per andare nella Città, piena di artisti e gente di cultura, in modo da trovare il suo posto nel mondo incanalando tutta la sua rabbia e frustrazione nella creazione artistica. Per diventare, insomma, uno scrittore. Vabbe', dai, diciamo che non è proprio la cosa più originale al mondo.
Ma, in definitiva, queste sono solo le mie considerazioni personali sul romanzo di esordio di un giovane scrittore italiano che ha il merito di aver parlato di frustrazione, porno-dipendenza e fallimento generazionale in maniera leggera e leggiadra, con uno stile che mischia i registri alti con quelli infimi (uno stile 'alticcio', direbbe il Ravasio). E se, da un lato, la simpatia della scrittura a volte diventa un po' forzata, un po' il tentativo di 'fare il simpatico' per essere apprezzato, applaudito e amato, dall'altro questa tenera goffaggine al Ravasio gliela perdono, perché non c'è nulla di più umano che il desiderio di essere apprezzato, applaudito e amato.
Che altro dire, dopo tutta questa valanga di critiche? C'è da dire che le critiche non servono per distruggere e nemmeno a scoraggiare. C'è da dire che Alberto Ravasio, oltre a questo romanzo, ha già scritto bellissimi racconti e bellissimi articoli, e che scriverà sicuramente altri romanzi. E c'è da dire, infine, che La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera è bello. Compratelo. Leggetelo.
Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno (Principe De Curtis)
In una recensione a “La ricreazione è finita” veniva citato in modo generico il cognome Ravasio, stabilendo una somiglianza di stile con Dario Ferrari. Si solleticava la curiosità evitando di imporre il proprio gusto, la modalità era piacevole. Il fatto che dell’autore comparisse solo il cognome era uno stimolo ulteriore. Con una manciata di click sono venuto in possesso del libro, l’algoritmo l’aveva già messo da parte per me. L’idea iniziale è buona: un universitario trentenne vergine e pornhub-dipendente, una mattina si sveglia e al posto del pistone si trova un cilindro e due coppe dell’olio montate dove si deve. Ha desiderato a tal punto che è diventato egli stesso il proprio desiderio. L’idea è buona e lo svolgimento? L'ironia fa ridere, l’ironia a tutti i costi fa sbuffare e Ravasio forza, calca eccede. Se già la scelta dei nomi dei personaggi è discutibile (Penelope Pizzo *1 per esempio sarebbe stato più raffinato di Carmela Pene), la participizzazione sistematica dei nomi comuni diminuisce di volta in volta in volta l’effetto sperato (un bambino varicellato / un paese museruolato / una generazione pigiamata ecc..) quanto il carico eccessivo delle similitudini che esplodono come bombe a grappolo. L’ambizione sarebbe quella di tracciare in modo comico il ritratto della generazione Y. Purtroppo a me Ravasio non ha fatto ridere, mi ha fatto bensì riflettere su quanto risi a suo tempo con Gino Armuzzi e “Sognavo di essere Bukowski”. Non sarà forse che è cambiato il modo di far ridere? Che Guglielmo Sputacchiera è di una generazione diversa dalla mia e da quella di Marino Guzzi? Che sono cambiati i riferimenti culturali? Che son diventato vecchio come mio nonno? (rideva di voglia solo per gli sketch di Totò) Se vuoi far ridere per forza significa che non hai la forza di far di ridere; se l’ironia di Armuzzi (1959) era smodata, l’ironia di Ferrari (1982) ricercata, questa di Ravasio (1990) a me pare forzata.
Mi rivolgo a voi maschietti, chi di voi ha mai sognato di svegliarsi donna per toccacciarsi un po'? Se domani, alzandovi dal letto, due seni nuovi e la mancanza del pirillo, fosse la prima cosa ad apparirvi davanti agli occhi? Quale sarebbe la vostra reazione?
Parte cosi questo romanzo di Ravasio, la transesualizzazione di Guglielmo Sputacchiera, trentenne disoccupato e genitormantenuto. Maschio dipendente dal porno, vulvolatra acritico,lui che una donna non l'ha mai nemmeno sfiorata, rivive le fasi della sua infanzia, adolescenza e quella che dovrebbe essere la maturità, in un viaggio nel suo paesello merdoso. Scrive del paese, della religione, della famiglia, dei parenti deficienti, dell’istruzione fallimentare, della disoccupazione, dell’isolamento informatico, dell’amore impotente.
La prima parte un po' troppo forzata forse, ma la parte finale, quella dove scrive al padre la lettera di addio, quella è si una piccola perla.
"Caro papà, da te ho imparato che uomo non si nasce né si diventa, ma uomo si recita, giorno dopo giorno, rinunciando all’emotività, alla comunicazione, alla complessità, al paradosso, alle sfaccettature, ai chiaroscuri, non contraddicendosi mai, non svelandosi mai, nemmeno a se stessi, per tenere su la famiglia, per tenerla su tenendola sotto, per portare avanti le cose, affinché restino ferme, uguali ed eterne, dove e come sono sempre state. E tutto questo, un tempo, mi faceva rabbia, mentre ora mi fa tenerezza, perché capisco quanto sia delicata, friabile e disperatamente cava quella roccia chiamata virilità."
Η σεξουαλική ζωή του Γουλιέλμου Σπουτακιέρα, του Alberto Ravasio είναι μια ενδιαφέρουσα νουβέλα που καταπιάνεται με θέματα ταυτότητας, τόσο σε προσωπικό όσο και σε συλλογικό επίπεδο.
Ο κεντρικός ήρωας με το ευφάνταστο επίθετο Σπουτακιέρας (όπως μας πληροφορεί η μετάφραση του βιβλίου το επώνυμό του σημαίνει πτυεολοδοχείο) είναι ένας τριαντάχρονος παρθένος που έχοντας αποτύχει σε όλα τα επίπεδα των αποδεκτών συστημάτων κοινωνικής επιτυχίας, καταφεύγει πίσω στο παιδικό του δωμάτιο και αναλώνει τις ώρες του σε αμέτρητες ώρες πορνογραφίας, μέχρι που μια μέρα ξυπνάει έχοντας πια γυναικείο σώμα. Ήδη από τον τίτλο διαπιστώνουμε την σατυρική αντίφαση μεταξύ της λεκτικής έκτασης που προσφέρει ο όρος “σεξουαλική ζωή” με την παρθενία του Σπουτακιέρα. Η νουβέλα λοιπόν είναι κατά βάση σατιρική. Είναι φανερό από τα πολλά λογοπαίγνια, τα οποία η μετάφραση μεταφέρει με αξιοπρέπεια στην ελληνική (και όπου δεν το καταφέρνει δίνει το πρωτότυπο κείμενο σε σημείωση μαζί με μια επεξήγηση των όρων), πως ο συγγραφέας στοχεύει σε μια χιουμοριστική απεικόνιση των όσων πιστεύει πως έχουν χαντακώσει την σημερινή γενιά των νέων. Η γραφή του Ravasio είναι σε ορισμένα σημεία υπερβολικά φορτωμένη, αποδίδοντας πολλές σύνθετες λέξεις και νεολογισμούς. Προσφέρουν βέβαια όλα αυτά μια φρέσκια πνοή στο κείμενο και προξενούν αναμφισβήτητα κάποιο περιστασιακό μειδίαμα ή ακόμα και γέλωτα.
Το βιβλίο στήνεται πάνω στον καφκικό μύθο της ξαφνικής μεταμόρφωσης, με την ίδια μάλιστα σκηνή να εκτυλίσσεται όταν ο Σπουτακιέρα, όπως ο Γκρέγκορ Σάμσα, κλειδώνεται τρομαγμένος από τη μεταμόρφωση εντός του δωματίου του. Εκεί όμως τελειώνει και η διακειμενική συνομιλία των κειμένων. Ο Γκρέγκορ Σάμσα δεν άφησε ποτέ αυτό το δωμάτιο, ενώ ο ήρωας του Ravasio κατέφυγε αρχικά στον εξωτερικό κόσμο προκειμένου να βρει ένα αντίδοτο στη μεταμόρφωση που του συνέβη. Έχουν υπάρξει πολλές αναλύσεις που προσεγγίζουν τη Μεταμόρφωση του Κάφκα σε ένα διεμφυλικό πλαίσιο, με την απάρνηση της ταυτότητας ενός “παραγωγικού άνδρα” σε καπιταλιστικά πλαίσια, άρα βρίσκω τις εσκεμμένες ομοιότητες μεταξύ των δύο κειμένων, επιτυχείς.
Εδώ θα ανοίξω αναγκαστικά μια παρένθεση. Το μοναδικό κείμενο κριτικογραφίας που είναι καταχωρημένο στη βάση δεδομένων της βιβλιοnet για το βιβλίο, ανήκει στον κ.Γιάννη Καλογερόπουλο στο σχετικό blog που διατηρεί. Το πώς και γιατί έχει καταλήξει να περνάει αυτές τις κριτικές η βιβλιοnet είναι κάτι αρκετά θολό για μένα, καθώς τουλάχιστον η επεξήγηση που μου δόθηκε όταν ρώτησα σχετικά, ήταν πως ο κ.Καλογερόπουλος αποτελούσε συντάκτη κάποιου (δυνητικά ; ) έντυπου λογοτεχνικού περιοδικού. Πώς βέβαια αυτό δικαιολογεί τωρινώς την καταχώρηση των κριτικών του blog του ενώ η βιβλιοnet γράφει ρητώς τον κανόνα που εφαρμόζεται σε όλους τους υπόλοιπους πληβείους ότι δεν καταχωρούνται κριτικές blog, είναι μια μεγάλη κουβέντα για το πώς έχει καταλήξει να λειτουργεί το συγκεκριμένο σύστημα.
Στο προκείμενο: στη συγκεκριμένη κριτική ο κ.Καλογερόπουλος αναφέρει καταρχάς λανθασμένα το κείμενο ως μυθιστόρημα. Χαίρομαι που η πρώτη ανάρτηση που πέτυχα στο blog του είναι ανάρτηση του ίδιου να αποποιείται τον χαρακτηρισμό “κριτικός”. Χωρίς φυσικά να θέλω να τον θίξω, αφού δεν παρακολουθώ το blog του, μού είναι αρκετά σαφές πως ένας κριτικός Λογοτεχνίας που γνωρίζει σχετική θεωρία θα είχε καταρχάς χαρακτηρίσει το συγκεκριμένο κείμενο νουβέλα και όχι μυθιστόρημα. Δεν γνωρίζω αν έτσι το έχει παρουσιάσει ο εκδοτικός ή ακόμα και ο ίδιος ο συγγραφέας, αλλά είναι μια λανθασμένη ειδολόγηση αφού δεν υπάρχει ούτε η έκταση ούτε η εξέλιξη και το βάθος των χαρακτήρων που θα ανήγαγαν το συγκεκριμένο πόνημα σε μυθιστόρημα.
Η δεύτερη κατά τη γνώμη μου ατυχής διαπίστωση του κ.Καλογερόπουλου για το βιβλίο είναι πως ο συγγραφέας στοχεύει να σατιρίσει τόσο την “συντηρητική” όσο και την “προοδευτική” πλευρά, ενώ στην πραγματικότητα όλο το βιβλίο είναι αρκετά ξεκάθαρα δομημένο ως μια εναντίωση στον συντηρητικό κοινωνικό κομφορμισμό, την τρανσοφοβία, τον τοπικισμό και άλλες αρρώστιες του μέσου ατόμου.
Ο “διεμφυλισμένος” Σπουτακιέρα περιφέρεται με ντροπή και φόβο ακριβώς λόγω του συντηρητισμού, ενώ, μάλιστα οι “οργανισμοί” που επισκέπεται (η εκκλησία, ο ψυχολόγος, η ιατρός κ.ο.κ) σατιρίζουν τα στάδια που πρέπει να περάσει ένα τρανς άτομο για να προχωρήσει στη μετάβαση. Επισης, πολλες από τις αγανακτισμένες φράσεις του Σπουτακιέρα για την αμφισβήτηση της ανδρικής του εσωτερικής ταυτότητας, αποτελούν αντιδράσεις σε συνήθεις τρανσφοβικές επιθέσεις. Φυσικά το βιβλίο περιέχει στερεότυπα αλλά, τουλάχιστον στη δική μου ανάγνωση, αυτά ισορροπούνται επαρκώς εντός του εξελισσόμενου μύθου.
Noμίζω πως η παρατήρηση ότι το κείμενο θα μπορούσε να “προσβάλλει” την προοδευτική πλευρά, αποτελεί μάλλον ακκούσια αναγωγή της πλευράς αυτής σε έναν ευκόλως προσβαλλόμενο εσμό, που δεν μπορεί να αναγνωρίσει τη σάτιρα ή ένα αστείο που δεν έχει κακή πρόθεση, εν αντιθέσει με τα τρανσφοβικά αστεία. Ήδη από την πρώτη σελίδα του βιβλίου, με την παράθεση ενός αποφθέγματος του Mario Mieli, πρωτοπόρας αν και κάπως προβοκατόρικης και μερικώς αμφιλεγόμενης φιγούρας του lgbt+ κινήματος στην Ιταλία, δείχνει αρκετά πρόδηλα τις προθέσεις του συγγραφέα. Ο Mieli μάλιστα πίστευε πως κάθε άτομο είναι εν δυνάμει τρανς, όχι απαραιτήτως σύμφωνα με τον τρόπο που προσδιορίζεται, αλλά λόγω του απρόσμετρου πλουραλισμού της ανθρώπινης κατάστασης. Αυτό ακριβώς λαμβάνει και ο συγγραφέας ως εκκίνηση για την περιπέτεια του Σπουτακιέρα.
Την ίδια στιγμή βεβαίως, ο συγγραφέας χρησιμοποιεί την τρανς ταυτότητα για να αναγάγει το βίωμα του αυτοπροσδιορισμού σε κάτι γενικότερο, κάτι που αφορά μια ολόκληρη γενιά. Έτσι, ο Σπουτακιέρα “διεμφυλίζεται” λόγω του πατρικού ανδρισμού, της αμετροέπειας της αρρενωπότητας και της ασυδοσίας της γενιάς των πατέρων των σημερινών νέων. Αυτή η σαφής επίκριση στα πατρικά πρότυπα γίνεται αρκετά πιο ξεκάθαρη στις τελευταίες σελίδες του βιβλίου, όταν πια ο Σπουτακιέρα ξεπερνά την εσωτερικευμένη φοβία προς το γυναικείο, αποφασίζει να δεχτεί το νέο του σώμα και ξεσπά σε έναν μονόλογο προς τον πατρικό σοδομισμό που αφαίρεσε από τη γενιά του την δυνατότητα να ζήσει.
Απολαυστικές είναι και όλες οι παρατηρήσεις για την επαρχία και τις στάσιμες καρικατούρες που συναντάει κανείς στα χωριά (ως χωριό βέβαια μπορεί να προσδιοριστεί το οτιδήποτε αν λάβουμε υπόψη αποκλειστικά την νοοτροπία που από όσο φαίνεται διασπείρεται σε ένα πιο ευρύ φάσμα γελοίου τοπικισμού). Η επαρχία της Βόρειας Ιταλίας συμβολίζει την κάθε κλειστή κοινωνία που αδυνατεί να ξεφύγει από τον κοινωνικό κομφορμισμό και διεξάγει ανώφελους κύκλους γύρω από τον εαυτό της.
Σε γενικές γραμμές το βιβλίο παρά τα κάποια εκφραστικά ελαττώματα είναι ευχάριστο, αρκούντως κωμικό και προσφέρει σίγουρα μια φρέσκια αφήγηση και κοινωνικό σχολιασμό μέσα από το έμφυλο πρίσμα.
Un esordio che è una goduria, questo di Alberto Ravasio. I primi capitoli in cui a partire dalla premessa kafkiana di transessualizzazione, Guglielmo Sputacchiera, protagonista e voce narrante - barocca, cervellotica, magnetica, carismatica, ci racconta di sé, della sua inettitudine sociale e sessuale e della sua diffusa inadeguatezza alla vita mi hanno talmente coinvolto e sconvolto che li ho letti tutti d'un fiato, ad alta voce, per il piacere di sentire le parole in bocca, in preda a meraviglia e ammirazione, ridacchiando pure di tanto in tanto, alzando gli occhi complici verso il fortunato ascoltatore, presente al momento dell'incantamento sputacchiesco.
A guardarlo da vicino Sputacchiera è uno di noi, un millenial studiato ma eternamente indeciso, costantemente rifiutato, che viene da una famiglia fatiscente dal punto di vista emotivo che si ostina comunque a nutrirlo, a sostentarlo almeno materialmente nella sua incapacità di staccarsi e crescere, andare, prendere una direzione che lo porti altrove finalmente, lontano da una vita di provincia che si avvolge a spirale su se stessa, con i suoi riti sempre uguali, statica e asfittica nella sua immobilità, condannandolo a un'inevitabile solitudine mai realmente condivisa. Una condizione che non dipende esclusivamente da lui, dalla sua volontà, ma da meccanismi più complessi, nascosti a un primo sguardo, che tocca ricercare nel potenziale cambiamento di una società che resta ancora indefinito, privo di contorni netti e degli strumenti giusti per abitarlo.
"Di non più tanto giovani, mantenuti dai genitori come adolescenti, che non studiano e non lavorano da anni, ce ne sono molti, troppi: plurilaureati precari, dottorandi nullatenenti, eremiti del Porno. Ma purtroppo, finché continueremo a muoverci in un individualismo straccione, convinti che il successo di poche eccellenze sia una prova sufficiente della democraticità del sistema, non ci assoceremo mai per cambiare le cose. Ci s'incontra solo per condividere qualche forma di intontimento, il cinema in 7D, i concerti, l'aperitivo glamour, ma manca la solidarietà, l'intimità politica."
L'evento surreale si trasforma in spinta propulsiva all'azione e il nostro Sputacchiera, nei panni potenzialmente definitivi di Carmela Pene, prende il largo e si avventura verso l'ignoto, non prima di aver fatto i conti con la sua storia, col padre in particolare, uomo tutto d'un pezzo, vecchio stampo, che mai ha avuto un tentennamento, esempio di una virilità tradizionale di cui Sputacchiera non si è mai mostrato degno erede, ma costante delusione in qualità di irrimediabile wannabe farlocco.
"Da te ho imparato che uomo non si nasce né si diventa, ma uomo si recita, giorno dopo giorno, rinunciando all'emotività, alla comunicazione, alla complessità, al paradosso, alle sfaccettature, ai chiaroscuri, non contraddicendosi mai, non svelandosi mai, nemmeno a se stessi, per tenere su la famiglia, per tenerla su tenendola sotto, per portare avanti le cose affinché restino ferme, uguali ed eterne dove e come sono sempre state."
Questo scrive Guglielmo salutando il padre e dichiarandogli la sua mai esplicitata stima, nonostante la diversità che li separa, finalmente tangibile, quella di una sensibilità che nell'immaginario comune, quello che ancora ci portiamo appresso, inevitabilmente costruito su stereotipi di genere tramandati inconsapevolmente e spesso con le migliori intenzioni, appartiene alle donne, che possono permettersi il pianto e le emozioni, mentre gli uomini devono essere forti, impenetrabili, granitici nella loro capacità di restare in superficie senza mai approfondire, un esercizio che li rende inabili all'introspezione, ad andare oltre la contingenza. Per questo Guglielmo diventa Carmela, o almeno mi piace pensare che sia così, in un mondo in cui i maschi non sono autorizzati a essere umani, pena la derisione dei loro pari, l'unica via è quella della vulva, che non risolve alcun problema a livello pratico nella vita del giovane dubbioso ma ne "matcha" il sentire, avvicinandolo alla madre che, ritratta come opposto parossistico del marito, è condannata alla follia.
Pippone mio a parte, la vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera è un divértissement coi fiocchi, una gioia per il lettore che non può fare a meno di lasciarsi trascinare giù per il pendio delle parole, come tenuto per mano in una corsa a perdifiato tra neologismi e fatti ovvi, già pensati e detti mille volte ma vestiti a festa di uno stile apparentemente ampolloso ma freschissimo, come bolle di sapone al posto di maniche a sbuffo.
Racconto grottesco, caustico e arguto, ma anche frammentario, caricaturale e non abbastanza incisivo. Forse sufficiente per farne un buon divertissement intellettuale, forse non abbastanza per farne un buon libro.
Che poi sia risultato al primo posto nella classifica di qualità di maggio 2022 de L'indiscreto (https://www.indiscreto.org/classifica...), non mi sembra un buon segno.
Non sapendo se riesco a recensirlo altrove, scrivo qui qualcosa su questo romanzo, tra l’altro al primo posto nell’ultima Classifica di Qualità dell’Indiscreto. Per parlarvi di questo romanzo, riprendo quello che scrive l’autore ringraziando Ermanno Cavazzoni (editor della collana di Quodlibet in cui è stato pubblicato il libro): “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera” è la riprova che “il comico è letteratura”. Non solo si ride tanto (e parecchio), ma l’umorismo di Ravasio è quel senso del contrario che ci fa riflettere su ciò che racconta. Attraverso la riscrittura de “La metamorfosi” di Kafka, Ravasio racconta l’inettitudine sociale del protagonista, Guglielmo Sputacchiera, che “transessualizzato” vive peripezie al limite del surreale, che giungeranno alla seguente conclusione: Sputacchiera non è diventato donna perché ha visto troppi porno, ma semplicemente perché la generazione dei padri, di chi è venuto prima di lui, lo ha “fottuto”, sia metaforicamente che letteralmente, ma questo lo scoprirete leggendo il libro. Ravasio, dunque, riesce nell’impresa di portare su un altro livello il modello kafkiano, rendendolo più assurdo e più grottesco attraverso l’uso di un linguaggio che deve molto, ad esempio, alle esagerazioni bernhardiane: un linguaggio che attraverso l’esagerazione e il grottesco riesce a smascherare le storture della nostra realtà e, a differenza di Kafka, a sconfiggere quei padri che ci hanno privato del futuro.
C'è solo una cosa peggiore di un autore che vuole dimostrare a tutti i costi quanto è intelligente: quello che ci prova facendo il simpatico. L'effetto è devastante. Il romanzo in sé non è scritto male (odio lo stile pomposo e pieno di similitudini, liste e giudizi universali, ma quelli son gusti); è che ci prova talmente tanto, a essere bello, che non dice un cazzo.
Peccato perché un'idea di fondo c'era, ma è stata completamente cannibalizzata dai tentati esercizi di stile. Personalmente non lo consiglierei.
È un libro malato ma che è scritto da dio e la pena che si prova per il protagonista è talmente grande da trasformarsi in empatica vicinanza. Un libro che diventa specchio e che scava dentro quel vuoto devastante che i tempi moderni ci hanno regalato, rivelando un malessere familiare alla nostra generazione che può essere riconosciuto solo da chi è stato plasmato da esso.
A tratti meravigliosa narrazione grottesca e barocca, il romanzo non riesce del tutto a centrare l'obiettivo soprattutto per alcune mancate limature nel linguaggio: più di tutto, Ravasio non sa scrivere i dialoghi. Ma i momenti migliori sono davvero di puro genio.
Alcune evidenti, quasi fastidiose ridondanze e forzature nella parte centrale del romanzo peggiorano un poco il giudizio complessivo, ma non tolgono nulla al valore dei capitoli iniziali e finali, che come detto (meglio) da altri sono di valore, soprattutto linguistico, molto alto.
Commedia edipica e kafkiana a tratti commovente. È vero che i personaggi rimangono tratteggiati e sono poco dimensionali, ma l'uso della lingua è ricercato e personale. Non apprezzo molto le scritture piatte ed essenziali, perciò per me questo è un grande punto a favore. Passaggio preferito:
"Da te ho imparato che uomo non si nasce né si diventa, ma uomo si recita, giorno dopo giorno, rinunciando all'emotività, alla comunicazione, alla complessità, al paradosso, alla sfaccettature, ai chiaroscuri, non contraddicendosi mai, non svelandosi mai, nemmeno a se stessi, per tener su la famiglia, per tenerla su tenendola sotto, per portare avanti le cose, affinché restino ferme, uguali ed esterne, dove e come sono sempre state. E tutto questo, un tempo, mi faceva rabbia, mentre ora mi fa tenerezza, perché capisco quanto sia delicata, friabile e disperatamente cava quella roccia chiamata virilità."
Qualche passaggio arriva al cuore, ma il più delle volte scene, dialoghi, ambientazioni e personaggi tendono al cliché. Lo stesso dicasi per sintassi e lessico: vivaci, d’accordo, ma mai oltre lo standard. Negli elenchi, frequenti, capita spesso di indovinare le presenze. Come se lo scrittore, probabilmente dotato, non avesse messo ben a fuoco l’obiettivo. Oppure l’avesse tirata così in lungo da perderlo di vista. Dopo tutte le recensioni lette, mi aspettavo di più.
Mah. Una storia che sicuramente ha degli spunti originali e interessanti; la penna di Ravasio viaggia veloce ma personalmente l'ho trovata troppo piena di clichè da trentenni e con un'esasperazione nei confronti di parole che potrei definire come neologismi. Anche alcuni termini di paragone stonano o sono di cattivo gusto, sempre alla ricerca di una frase ad effetto. Ripeto, ha comunque spunti di buon livello, pertanto in futuro può essere che questo scrittore potrà avere buon successo. Voto: 5.
Pirotecnico libro, in una collana dove penso vi siano analoghe opere. Ravasio scrive un’opera prima grottesca, oscena (ma non volgare) e intelligente, con un favoloso uso della lingua italiana, e uno spiccato senso del dramma. Da un inizio leggero e sbarazzino si inseriscono via via temi ben più pesanti e pervasivi, che smontano l’iniziale sogghigno e lo trasformano in un cipiglio lievemente preoccupato. Bellissimo svolgimento.
"Da te ho imparato che uomo non si nasce nè si diventa, ma un uomo si recita, giorno dopo giorno, rinunciando all'emotività, alla comunicazione, alla complessità, al paradosso, alle sfaccettature, ai chiaroscuri, non contraddicendosi mai, non svelandosi mai, nemmeno a sé stessi, per tenere su la famiglia, per tenerla su tenendola sotto, per portare avanti le cose, affinché restino ferme, uguali ed eterne, dove e come sono sempre state."
Un inizio kafkiano e un finale osceno, ributtante ma inevitabile. In mezzo parecchie risate (amare) e una fotografia lucida e impietosa dell'Italia contemporanea in tutte le sue manifestazioni. Bello, insolito e particolare.
È un peccato che i - pochi - momenti brillanti di ironia e la descrizione precisissima di quella che è la vita in provincia nel nord Italia siano inseriti nel racconto troppo superficiale di una tematica molto più complessa.
Guglielmo Sputacchiera - un trentenne inetto dalla vita biecamente fallimentare - una mattina si sveglia e si ritrova, sorprendentemente, nel corpo di una donna. Quella di Ravasio è una satira perfida e raffinata. La grossolanità dei personaggi si mescola alla prosa alta e alla cura nelle scelte lessicali, rendendolo un esercizio letterario astuto e ricco di significato.
Da te ho imparato che uomo non si nasce né si diventa, ma uomo si recita, giorno dopo giorno, rinunciando all’emotività, alla comunicazione, alla complessità, al paradosso, alle sfaccettature, ai chiaroscuri, non contraddicendosi mai, non svelandosi mai, nemmeno a se stessi, per tenere su la famiglia, per tenerla su tenendola sotto, per portare avanti le cose, affinché restino ferme, uguali ed eterne, dove e come sono sempre state.
Originale, divertente e pure _a tratti_ buffo. Il tema della metamorfosi (e pure quello della fuga) diversamente interpretato continua a regalare riflessioni e libri
è scritto bene, kafkiano buffo. so che è dal punto di vista di un regaz inetto incel-leaning, ma dio come mi fa incazzare. da aggiungere alla lista: se solo l'avesse scritto una donna (trans)
Dopo essermi innamorato dell'Eolao di Rigiani pensavo che, nonostante l'anno sia ancora lungo, l'agognato Premio Miglior Libro 2022 @unabirraecentopaginealgiorno avesse già un netto favorito. E invece ecco spuntare questo Ravasio a mettere in crisi la giuria individuale.
È un librino, nel senso che ha solo 160 pagine, ma è un librone, nel senso che ogni pagina è un virtuosismo letterario. Quando la lingua italiana viene utilizzata in questo modo vado in brodo di giuggiole, la lettura diventa piacere puro. Brioso, funambolico, umoristico. Con un finale pazzesco.
Caro Alberto, se mi leggi, spero di trovare presto in libreria un tuo nuovo romanzo, perché mentre centellinavo le ultime pagine di questo librino/librone per prolungare il momento dei saluti, già mi mancavi.
Originale e creativo nella trama e in uno stile letterario che ho molto apprezzato. Cinque stelle per le risate di gusto, sempre difficile provocarle, grazie per l’ottima compagnia in spiaggia. Sputacchiera ti si vuole bene.