Un confronto serrato sul valore della conoscenza e della storia tra due maestri del nostro tempo. "La lotta contro la storia evenemenziale ha cambiato tutto. Sappiamo ora che l'evento non è creato dalla storia ma dallo storico. Da una parte, lo storico crea l'evento. Dall'altra parte sappiamo ora che esiste un evento nuovo. Le tecniche di produzione degli eventi sono profondamente cambiate da oltre mezzo secolo. Col giornalismo, ma soprattutto con la televisione, la produzione dell'evento è del tutto nuova. Esiste un evento nuovo per il quale servono nuovi modi di fare storia." (Jacques Le Goff). "Noi poniamo all'oggetto dei nostri studi le domande che il presente pone a noi. È per questo che esiste una storia degli avvenimenti ogni periodo li vede in maniera differente, perché si modifica l'orizzonte di riflessione" (Jean-Pierre Vernant).
A prolific medievalist of international renown, Le Goff is sometimes considered the principal heir and continuator of the movement known as Annales School (École des Annales), founded by his intellectual mentor Marc Bloch. Le Goff succeeded Fernand Braudel in 1972 at the head of the École des hautes études en sciences sociales (EHESS) and was succeeded by François Furet in 1977. Along with Pierre Nora, he was one of the leading figure of New History (Nouvelle histoire) in the 1970s.
Since then, he has dedicated himself to studies on the historical anthropology of Western Europe during medieval times. He is well-known for contesting the very name of "Middle Ages" and its chronology, highlighting achievements of this period and variations inside it, in particular by attracting attention to the Renaissance of the 12th century.
Un interessante cavalcata attraverso diversi temi il cui nodo centrale è la storia, di due grandi studiosi del secolo scorso. Il saggio riporta la trascrizione di un intervista a Vernant e Le Goff. Lettura insolita e piacevole, anche se a tratti di difficile comprensione.
"Ritengo che certi anacronismi siano creativi, o comunque illuminanti."
"La tragedia si presenta come la problematizzazione delle azioni umane. Aristotele spiega che i personaggi non sono soggetti cattivi; pensano di fare il bene e sono distrutti dalla loro stessa azione. L’uomo diviene un problema, e non esiste risposta. Così, si mette in scena sotto l’autorità dello Stato, davanti a tutti i cittadini riuniti, uno spettacolo che, come dice Aristotele, suscita il terrore e la pietà, poiché questi uomini non sono cattivi, sono come noi."
"Penso che faccia bene leggere questi testi, in cui la morale, la concezione dell’uomo sono differenti. È l’altro che, come sempre quando lo si ha davanti al naso, cidice qualcosa su noi stessi, ci costruisce perché è diverso. Con la sua differenza, ci mette in questione."