Cinque quadretti naïf, pastosi, caldi, tenui. Il dardeggiare malinconico di un focolare, una prosa autunnale che avvolge ed intenerisce, e a volte nasconde tra le sue pieghe il pungiglione acuminato di un nero insetto.
La strada che va in città ✰✰✰✰
Il romanzo breve d'esordio della giovane Natalia (pubblicato nel 1942) anticipa molti dei temi del suo ben più corposo Tutti i nostri ieri (1957).
La ribellione giovanile, lo scandalo della maternità pre-matrimoniale, l'unione forzata che trova col tempo la dignità - se non di un amore - di una reciproca accettazione affettiva.
Delia si scontra con il giudizio di una società profondamente moralista, dai brucianti schiaffi e gelidi silenzi paterni alle taglienti commiserazioni di un mondo femminile ancora rintanato e recluso.
Il personaggio della zia contadina che la ospita durante la gestazione è straordinario; nella maschia rudezza dei suoi tratti "pasoliniani", questa donna rappresenta una moltitudine di matriarche del '900 imbevute di perbenismo, leste nel pettegolezzo eppure fervide genuflettenti davanti al prete, al dottore e alla "gente di città".
Già dall'opera prima traspare l'immenso talento della Ginzburg, una scrittura semplicemente deliziosa. O deliziosamente semplice, a dir si voglia.
E' stato così ✰✰✰✰
Tutto inizia con un colpo di pistola, come nel più classico dei noir.
La narrazione della Ginzburg avvolge nelle sue spire, carica di dolore e inaspettatamente soffocante. Altro che melodramma all'italiana, qui assistiamo alla caduta nel pozzo più scuro e profondo; le relazioni umane pulsano come le fitte di un dente malato, la disperante comunicazione tra marito e moglie si confina nel riquadro di un foglio da disegno, in scenate occasionali, dialoghi troncati, lunghissimi silenzi. I rituali freddi di un matrimonio compiuto solo per "vigilare" sull'altro, una gestualità anaffettiva che non si scalda nemmeno davanti ad una nascita. Nemmeno davanti alla più tragica ed inaccettabile tra le morti. Un racconto cupo che implode e lascia inevitabilmente una traccia di amarezza nel lettore.
Valentino ✰✰✰✰✰
La perfezione in trenta pagine. L'arma letale della Ginzburg, affilata come rasoio, viene estratta nel finale; solo nelle ultime pagine emerge la struttura solidissima di una storia che inizialmente pareva un po' scombinata, divampa il segreto, la sorpresa che questa straordinaria scrittrice ha preparato per il lettore, dipanando la matassa con mano paziente ed attenta.
Valentino è un romanzo breve che dovrebbe fare scuola; la cura minuziosa dei personaggi, la briglia trattenuta fino al momento opportuno, vigilando sui dettagli che possono tradire in qualsiasi momento il "progetto" dell'autore, la prosa fluida, le immagini che aspirano ad una tridimensionalità metafisica. Tutto questo, la divina Natalia, lo fa in trenta povere pagine.
Sagittario ✰✰✰✰✰
E' il romanzo breve che piacque meno alla stessa autrice. Eppure, io lo trovo meraviglioso; come per "Valentino", gioca un ruolo preponderante l'effetto sorpresa. Il finale è una secchiata d'acqua in faccia, un "via le maschere" che accomuna il lettore all'esperienza vissuta dalla protagonista.
La letteratura come esperienza; accanto a questo congegno oliato e rodato da questa eccezionale scrittrice, si unisca lo spessore dei personaggi (mai "di corredo", secondari) dotati di una personalità che si prefigura minimale solo nel tratto, semplice e levigato, ma dei quali si coglie appieno la straordinaria vivezza, l'animo e la psicologia umanamente reali.
Le voci della sera ✰✰✰✰✰
Il più corale e polifonico tra questi romanzi brevi, come appunto quelle voci della sera attorno alla tavola, la conversazione che svicola ogni tanto verso il pettegolezzo, le chiacchiere tra parenti ed amici, i dialoghi serrati degli amanti. Malinconico, molto realista, come al solito la voce narrante è la più dimessa ma la più acuta, alter ego di questa magnifica scrittrice italiana.