Una sera scendo in strada per gettare la spazzatura, e vicino al cassonetto trovo, ordinatamente impilati su una cassetta, dei libri di cui qualcuno si è disfatto senza osare condannarli al macero. Ne adotto immediatamente un paio, lasciando perdere con un filo di senso di colpa quelli che proprio non mi interessano o che ho già letto, e torno in casa felice come se avessi vinto alla lotteria.
Questo l’ho preso fidando sul nome dell’autore, un archeologo che sa raccontare benissimo il mondo antico, che conosce le fonti e le sa usare, che non teme le citazioni. Un autore di cui ho amato moltissimo “Aléxandros”, per esempio. Questo, però, è un romanzo di avventure che prende le mosse dalla battaglia del Politecnico, feroce repressione poliziesca delle proteste studentesche nel 1973, e continua inscenando una vendetta a orologeria stile Montecristo (ma la regale, lussureggiante inventiva di Dumas è un’altra cosa), orchestrata da un personaggio tra la Primula Rossa e l’Ebreo Errante, condita di necromanzia - intendo proprio necro, l’oracolo dei morti, è inutile che il correttore automatico insista a propormi la negromanzia - in una vicenda intricatissima, irta di indizi e presagi, fino a un finale in cui pietà e amicizia vincono sulla vendetta e sull’odio, e in cui si strizza l’occhio al magico/mitico/impossibile. Dai, non ti ho ancora perdonato “L’ultima legione” e quel triplo salto mortale per far diventare Excalibur la spada di Giulio Cesare…
Bene, caro prof. Manfredi, lei è bravissimo nel suo lavoro di archeologo, un po’ meno a fare il romanziere. Per dirne una, i suoi dialoghi sono innaturali, tutti i personaggi parlano nello stesso modo, in un “finto parlato” difficilmente sopportabile; se si sospende un attimo la lettura - che so, per andare a stendere il bucato, che la lavatrice ha finito - quando si riprende la lettura non ci si ricorda già più perché quel tal personaggio sta andando in quella tal città: se l’è sognato? ha avuto una soffiata da un aiutante sconosciuto? ha compiuto l’ennesima effrazione decifrando appunti misteriosi?
No, troppa roba affastellata.
Ma grazie perché mi ha portato a rileggere la Nékya dell’XI libro dell’Odissea, e il V libro di Erodoto, uno di quelli che conosco meno. E anche perché sono dovuta andare a cercare sul dizionario diverse parole difficili, il che in un periodo di sciatteria linguistica non è mica poco.