Temo proprio che Flaiano sia di quegli scrittori di casa nostra che, come Pavese o la Morante, non riesco a farmi piacere. Dopo essermi decisamente annoiato con Tempo di uccidere, con questo libro mi sono annoiato e anche irritato parecchio. Certo, qualche frase, qualche aforisma pungente ogni tanto cascano sotto gli occhi: ma per quasi tutto il libro a me sembra che a farla da padrone siano il qualunquismo, il pessimismo, il disgusto per tutto e per tutti, il gusto per il sordido e lo sporco. Flaiano, si dice, vedeva i difetti degl’italiani: sì, ma vedeva solo e sempre quelli, e additandoli come se lui, anziché essere un italiano a sua volta, venisse da Zurigo, da Londra o da Marte. Flaiano vedeva i cambiamenti dell’Italia: ma negli anni Sessanta che l’Italia cambiasse lo vedevano anche i parroci di montagna, i marescialli di P.S. e le casalinghe di Voghera, né occorreva particolare acume per discorrerne con le considerazioni elementari (talune curiosamente, pericolosamente vicine a quelle, più o meno coeve, di Nelson Page o di Gianna Preda) che faceva il Nostro nelle noterelle buttate giù nei suoi taccuini. Apprezzabile appare semmai qualche paradosso: ma in mezzo ad altri scipiti. Non è neanche incredibile che certi suoi vezzi – come il dir peste e corna del Festival di Sanremo – sopravvivano rigogliosi dopo più di mezzo secolo (basta, in questi giorni, fare un giro per i cosiddetti social): Flaiano era infatti meno “alternativo” e dirompente di quanto sembri: aveva tutti i riflessi condizionati del provinciale, qual era, che vuol darsi un tono, anche se può pure darsi che, quando sciorinava facezie con De Feo e gli altri sodali seduto a un caffè di Via Veneto riuscisse, a piccole dosi, divertente. Non so, io avverto molto puzzo di chiuso e di vecchio in questa prosa schifata e risentita. Mi pare altrettanto significativo che due tra le frasi più divertenti e graziose scritte in questo “diario” non siano di Flaiano, trattandosi di citazioni di Aragon e di Stendhal da lui trascritte; perlomeno a merito del Nostro va l’averle scelte bene in mezzo a molte altre. Una cosa, soprattutto, non capisco di lui e di molti suoi consimili, che in letteratura ottengono in genere notevole successo (penso a qualche scrittore vivente, che con questa sorta di pessimismo cosmico diletta legioni di lettori): va a Parigi e vede solo “balli di negri”, pederasti e carampane, scappa da Roma perché odia il Natale e a Capodanno fanno i botti e buttano roba vecchia dalla finestra, sta male dappertutto, gli danno fastidio tutti: ma quest’uomo avrà mai goduto prendendo in mano un frutto maturo, un fiore, ammirando un’alba silenziosa lungo una marina, gustando un buon pasto in famiglia fra visi cari e chiacchiere, ammirando la bellezza d’una bella donna o d’un bel ragazzo, guardando la livrea d’una farfalla o d’un uccello, leggendo una bella poesia, sentendo un preludio di Bach o un’aria di Mozart, ridendo con gli amici davanti a un bicchiere di vino – cioè vivendo e sollazzandosi con le piccole gioie che sono parte della vera vita quanto le sconfitte, i dolori e le perdite? Non so, a me questi pessimisti cosmici sembrano un po’ fasulli e un po’ disumani, la loro solitudine mi sembra meschina, il loro isolamento mi pare grottesco; e i loro sfoghi mi annoiano.