Letargico. Dissonante. Tremendo. Una gabbia che si chiude tutt'intorno mentre il cielo distante viene tinto da un'aura rossastra. Ognuno di noi è solo, tra i rapaci e le spine, tra l'orrore e lo sconcerto, tra il sé e il sé.
La società degli uomini barbagianni è un libro strano e criptico; il narratore è inaffidabile proprio come piace a me. La prosa è così fluida e vorticinosa che è difficile staccarsi dalla storia. Le pagine ci accompagnano nel viaggio nella mente di A. Una mente malata, deviata e danneggiata per sempre da un trauma che mai viene rivelato esplicitamente, ma bisogna scoprirlo mettendo insieme i pezzi lasciati qua e là, nelle frasi ripetute all'infinito e nei pensieri Credo di non aver compreso appieno l'intento del lettore, quale fosse il suo fine ultimo. Ma questo non toglie nulla al libro che della sua stranezza ne fa un pregio. Per leggere il libro credo ci voglia un po' di stomaco, ma ci penserete per giorni per cercare di afferrarne il significato.
Non si può fare una recensione puntuale e lineare di un romanzo del genere, perché ogni descrizione sfuggirebbe dalle intenzioni dell’autore e andrebbe a ricoprire il dipinto di una visione che è questa storia. Ma la storia non è che apparente, perché nel suo svolgersi si intersecano diversi punti di vista e chiavi di lettura a cui non siamo abituati per nulla. Un libro strano, che stona nel panorama narrativo italiano. Stona, però, come un enorme lottatore di wrestling scagliato dal cielo contro un pianoforte durante la Moonlight sonata di Beethoven. La prosa è minimale, delicata, ma aggressiva come una raffica di mitra. Gioca con la mente del lettore che a fatica annaspa per trovare un senso a ciò che legge. Il senso c’è, almeno fino a un certo punto. Poi tutto però sfuma tra il lynchiano e il lovecraftiano; peccato (per fortuna) che sia solo un inganno, perché in realtà l’autore è più chiaro del primo e più dotto del secondo. Ciò che all’apparenza sembrava scivolare nel già visto, si tinge invece di vene gnostiche, assumendo una sua originalità. Il tema della luna e di Gurdjieff mi è molto caro e sembra apparire a un certo punto dal nulla, dando un ulteriore chiave a chi volesse impegnarsi nel decifrare lo scritto. Attività di sbrogliamento, però, che non è necessaria. Si può entrare facilmente in risonanza con la storia e con gli eventi, lasciando che risuonino dentro di noi per acquisire una forma nuova, senza sforzarsi di capire, ma limitandosi a farsi cullare dalla prosa estremamente chiara e pulita dell’autore. Tutto così strano che non avevo nemmeno capito fosse italiano. Del resto bastava andare a spulciare la sua bibliografia, dove tra una Biografia di Raffaella Carrà e un “Er Cane”, spunta questo horror weird bislacco. Scene angoscianti, tese e orrorifiche ci sono, ma devo ammettere che non mi ha destato alcuna emozione negativa, solo una spasmodica e inusuale curiosità. Così, mentre mi abbeveravo alla fonte della conoscenza di Padre Tale e apprendevo la biologia e la storia degli uomini – barbagianni, seguivo anche l’epopea di A., il nostro protagonista, che subito diventava un viaggio senza ritorno. Senza ritorno perché si riavvolge tornando alla matrice. Due giorni per divorare questa piccola novella, questo minuto gioiello inaspettato. Giustamente, riflettendo con Giulio Pennacchi (che me l’ha consigliato), è emerso prepotentemente il tema dell’escapismo, e dunque di qualcosa che ci è molto caro. Come si diventa creatori di mondi, perché, quale limite ha la fantasia? Il libro sembra dire: nessuno, ma con la fantasia bisogna fare i conti e chi crea immergendosi nel proprio abisso deve dirsi pronto a non poter riemergere alla realtà. Con questo spirito ho affrontato il libro e ne sono uscito ammaliato. Mi sono accorto che il romanzo era italiano solo quando il protagonista si siede al ristorante in riva al lago e ordina le tagliatelle con i funghi. Davvero troppo italiano, cit, ma che almeno ci da un indizio sul fatto che l’autore sia un essere umano. Ogni tanto qualche dubbio potrebbe sorgere, ma non turbatevi, oltre la coltre di vaneggiamenti che è questa storia, si vede l’esperienza “umana, troppo umana” dell’autore, che dipinge il trauma e il ringhio del passato alle calcagna con limpida spietatezza, pur in una forma abilmente mascherata. Emerge infatti anche il tema della resa dei conti, e tutto potrebbe essere una catarsi in attesa del risveglio o della resurrezione, seguendo ancora le suggestioni gnostiche dell’autore. Di più non voglio dire. Non vorrei che stanotte, svegliandomi in preda ai tremori dell’incubo, io non debba avvedermi di un gigantesco uomo – barbagianni aggrappato fuori dalla mia finestra, pronto a lavarmi accuratamente, per poi bruciarmi vivo e divorarmi per perpretare la proria assoluta volontà di potenza, priva di umanità. Leggetelo. Per me sono cinque stelle su cinque senza il minimo dubbio.
Cavat Lapidem
(recensito originariamente sul gruppo facebook Malebolge)
Sogno o realtà? È questo che viene da chiedersi leggendo questo racconto onirico dai toni cupi. A. insegue il mito degli uomini-barbagianni attraverso i boschi e le rive di un non precisato lago. Episodi cupi, incontri notturni che si mescolano a sonno e veglia. Piacevole lettura.