Partire per la Nigeria con la stramba intenzione di mettere in piedi un traffico di parti di ricambio per auto vintage, continuare a chiedersi cosa ci si è davvero andati a fare, subire l’impossibilità di rendersi invisibile. Spostarsi tra Lagos, dove c’è la più grande baraccopoli sull’acqua del mondo, e Benin City, con le idee sempre meno chiare, tenendo conto che ogni viaggio comporta dei rischi che non è possibile anticipare.
Romanzo-saggio sulla prostituzione e resoconto di viaggio, frantumato in 53 micro capitoli costellati di note a piè pagina. In una nota sulle note Trevisan avverte che data la natura non-prospettica dello scritto in oggetto, si tratta di scorci sul e nel testo. Poco sotto, in una nota a questa nota sulle note: Le note sono scorci ma continueranno a chiamarsi note. Labirintico.
Già l’incipit è di quelli magnetici: Saltiamo a piè pari tutta la questione fisica, l’aria che ti avvolge, la sua consistenza quasi solida, gli odori eccetera; e via anche i colori, e sopra tutti via il colore. Al soggetto si addice il Bianco e Nero.
È complesso leggere così e ora la miriade di riferimenti al suo male oscuro: Fossi a casa, preparerei la mia borsa, con giusto lo stretto necessario, prenderei il bus e mi presenterei in Psichiatria 2. Dentro c’è il disagio di andare a farsi cagare in testa (cit. Bernhard) ai premi letterari; il camminare lungo le statali; il lavoro come portiere di notte e la difficoltà di dormire; la solitudine che lo porta a girare in auto di notte nel quadrilatero del degrado vicentino alla ricerca di compagnia, che poi è un modo per tenere a bada la disperazione; gli amici del vecchio giro persi per strada, morti di eroina o sposati col lavoro fisso e il mutuo da pagare, in entrambi i casi fuori dai giochi; il peso di essere continuamente giudicati; la vergogna che si aggiunge all’angoscia per l’incapacità di nascondere i tremolii alle mani e alla testa, perchè, ci piaccia oppure no, ciò che siamo ha molto piú a che fare con ciò che gli altri presumono in noi di quanto siamo disposti ad ammettere.
Ha una quantità di momenti da sottolineare e stamparsi in testa che fa spavento. Datemi più libri grezzi, non finiti, con vicoli ciechi e capitoli ancora ridotti al caos. Più che la pagina lavata con l’ammorbidente è interessante la fatica per arrivarci.
Trevisan l’isolato, il tormentato, l’estremo.
Ancora una volta, uno standard.
[80/100]
∞ Scrivere, per quanto atto privo di speranza, o forse proprio per questo, significa aver fede.
∞ Mi ha sempre fatto male alla testa sforzarmi di pensare in prospettiva; e se per un lungo periodo mi sono ostinato nello sforzo di pensarmi in prospettiva, con conseguenze disastrose, per me stesso e per gli altri, in tutti gli ambiti della mia prima vita, era perché, come piú o meno tutti, ero costretto a pensare tutto, e in particolare me stesso, in prospettiva.
∞ Certe parole, non si sa come, restano in mente per sempre.
∞ Mentre scrivo mi sento stupido, stupido. Ma come potevo sapere allora ciò che so ora? Ammesso di saperne davvero qualcosa. Riempiamo dunque anche questa pausa – in scrittura come in musica, 4mn e 33sec a parte1, lunghe pause non scritte non sono di fatto possibili.
∞ Decidiamo di farci un giro in centro. It’s saturday, dice, We must b happy! E per quanto il centro in questione fosse quello di Rovigo, fu comunque un bel pomeriggio.
∞ Cioè so di essere italiano, e veneto, e vicentino di Cavazzale, via Dante, de qua de’e sbare; ma, a parte questo, definire la questione nel particolare è sempre stato qualcosa di superiore alle mie forze.
∞ Sono contro ogni tipo di rapporto legalizzato, e l’ho sempre saputo. Non fosse cosí, questo libro non esisterebbe.
∞ Sono sempre stato io quello che sta in silenzio e se non ha niente da dire non dice niente; poi, quando finalmente trovo qualcuna che fa quello che non solo ho sempre fatto, ma ho sempre anche imputato agli altri, e specialmente alle altre, di non saper fare, ecco che mi innervosisco!
∞ Che cazzo soi vegnú fin qua fare? Me’o disito che casso che so’ vegnú fare, dio c**?
∞ Cambiato un po’ di dollari. Non oggi. Appena arrivato, a dire il vero. Detto nulla, scritto nulla. Ma se scrivessi tutto mai arriverei alla fine. Che arriva comunque, per me, per tutti. Fredda buia fossa.
∞ Ballando non rido. Ho gli occhi chiusi, la mano destra sul cuore, la sinistra a mezz’aria, le gambe larghe, le ginocchia leggermente piegate. Sembro molto serio, concentrato, e insieme fluido, leggero. E infine una foto che mi ritrae solo, sul bagnasciuga, di nuovo con gli occhi chiusi, le braccia aperte, la camicia bianca svolazzante, mentre mi godo quel vento prezioso.
∞ Dimenticavo: in una città che non dorme, quale è Lagos, non si può pretendere di dormire se non a frammenti, quando capita, un po’ di notte, un po’ di giorno, quando se ne offre l’occasione. Come a casa, visto che faccio il portiere notturno, solo che qui, acusticamente parlando, la notte è come il giorno, o almeno tutti si comportano come se lo fosse e nessuno trova niente da ridire.