Andreea Pavăl vive in Romania con la madre e la sorella. Il padre, invece, è emigrato a Torino per lavoro. Questa distanza riempie la vita delle tre donne, le cui giornate trascorrono al ritmo dell’assenza, dei messaggi da inviare, delle telefonate da fare, delle parole che si devono dire per mantenere il legame. Intanto a Andreea l’Italia arriva attraverso piccole istantanee, come una pubblicità: i programmi televisivi, i giocattoli, i pacchi che spedisce il padre. Fino a quando la famiglia non decide di trasferirsi a Torino, e quell’idea che si era fatta diventa una realtà molto più complessa. Male a est è un romanzo sulle conseguenze emotive dell’emigrazione, il racconto di una Romania difficile che però protegge e di un’Italia che accoglie ma devasta. Andreea Simionel manipola l’italiano, lo reinterpreta partendo dalla sua posizione di scrittrice non madrelingua: la sua è una voce nuova, ibrida e destabilizzante.
Se volete leggere un libro onesto sull’immigrazione romena in Italia, che comprenda anche alcune verità scomode, possibilmente tutte, allora MALE A EST di Simionel è il libro che fa per voi.
Questo romanzo riesce (finalmente!) a far percepire al lettore italiano (e romeno) gran parte della confusione in cui versa chi decide di trasferirsi in un paese straniero dove deve ripartire da zero per trovare la sua strada.
La voce narrante e una bambina intorno a 10-14 anni, con un padre distante, che lavora in Italia senza tornare a casa per anni, una sorella maggiore con la tripofobia, una madre al limite dell’esaurimento nervoso e una maestra rigida, che un giorno diventa violenta.
Il libro è diviso in 2 parti, i cui titoli riprendono le immagini solitamente associate alla forma delle mappe dei due paesi: PESCE (la Romania), racconta della vita prima dell’emigrazione; STIVALE (l’Italia) racconta della vita della famiglia dopo l’emigrazione. La città è Torino, un’urbe giallo-verde, con tanti prodotti sconosciuti nei supermercati, con compagni di altre etnie, cattolica, umida.
Mi sono completamente identificato con la voce narrante, sia nella sua routine da bambina, in Romania, che nello spaesamento e nella depressione dei primi mesi e anni in Italia. Quello che non mi ha convinto, tuttavia, è stata la mancanza di empatia verso il paese ospitante.
Quello che ho adorato è stata la caratterizzazione psicologica dei personaggi e l’uso della lingua ibrida romeno-italiana, come tratto identitario che definisce, appunto, l’ibridismo linguistico-culturale di ogni immigrato.
Ma soprattutto ho adorato la rappresentazione simbolica dell’autrice stessa: c’è un personaggio femminile che si chiama Andreea Simionel: in una scena bellissima, di fine della parte PESCE, la protagonista dice addio a questo personaggio, il suo alter ego – quella parte di sé che resterà, pe sempre, nella Romania della sua infanzia.
«Noi ci dobbiamo amalgamare, come le strisce di colore sulla carta. Noi dobbiamo stare nei contorni. Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili». ⠀ “Male a est” di Andreea Simionel è un romanzo che ho scoperto, una sera, per caso. Sfogliando la lista dei titoli proposti allo Strega, mi è capitato di vedere questo titolo accattivante, sono andato sul sito dell’editore, ho scaricato l’anteprima e deciso che questo libro dovevo leggerlo subito. “Male a est” è un libro doloroso, anzi, dolorosissimo per le persone con legami a est, come me. Inoltre, c’è un altro legame personale– Torino, la città in cui si trasferisce la protagonista. ⠀ Raccontando la storia di Andreea Pavăl, l’autrice mi ha ricordato molte situazioni in cui mi sono ritrovato anch’io. Quante volte mi è stato chiesto di tradurre, alle elementari, le cose che chiedevano le maestre ai bambini russofoni, quante volte è stata elogiato il mio parlare bene in italiano (grazie tante, sono nato in Italia), quante volte mi hanno chiesto se volessi tornare al MIO paese. Solo perché ho un nome non autoctono, tutta la vita mi è stato chiesto il conto di questo mio essere diverso, come mai mi è stato dato questo nome, ma chissà perché a nessun Marco veniva chiesto la ragione del suo chiamarsi Marco e non Fabio. ⠀ Simionel racconta anche la difficoltà di imparare le doppie italiane e le conseguenti risate suscitate negli altri compagni di classe perché non le riesci a pronunciare bene e, soprattutto, non le sai scrivere bene. Ho fatto una fatica immensa per imparare le doppie italiane; la maestra Anna mi dava dei compiti di grammatica in più per migliorare e mi ha insegnato tutti i trucchi per non dubitare delle doppie, ma tutt’ora, alcune volte, metto delle doppie dove non servono e ne dimentico altre. Un altro aspetto fondamentale che moltə raggazinə dell’est devono affrontare quotidianamente è la vergogna, interiorizzata dai genitori, che per qualsiasi cosa ti dicono: “Guai a te, se mi fai vergognare”, “Saluta, non farmi vergognare!”. Sì, noi persone dell’est abbiamo un senso di vergogna molto sviluppato e mi ha colpito nel libro, quando l’autrice lo definisce “un’organo della vergogna”. ⠀ Mi dispiace molto che il libro non sia entrato nella dozzina, ma sarò contento se qualcunə di voi vorrà leggerlo perché oltre a essere un libro ben scritto, è anche un ritratto veritiero della vita di molti dei vostri compagni di scuola, con legami in altri Paesi. ⠀ Lo so, in queste righe mi sono definito sia italiano sia dell’est, questo è il mio cortocircuito identitario che non avrà mai soluzione. ⠀ Mulțumesc, Andreea per avermi riportato alla mente molti ricordi della mia infanzia. Speriamo di riuscire, prima o poi, a prenotare un ristorante, senza sentire storpiati i nostri nomi o cognomi e senza dover fare l’infernale spelling. ⠀
Andreea Pavel ha 10 anni e vive in Romania con la sorella, di poco più grande, e la madre, rappresentante di cosmetici. Il padre è emigrato in Italia, da cui manda regolarmente pacchi con beni di lusso, regali e soldi. Quando si apre la possibilità di raggiungerlo, Andreea, la sorella e la madre lasciano la Romania e si trasferiscono a Torino, dove iniziano una nuova vita. Sono gli anni di inizio 2000, quelli pre-crisi, ancora impregnati dal benessere a dal consumismo, più o meno sfrenato, per tutti, anche per la famiglia Pavel, che nel Belpaese, non pare vivere in ristrettezze: le frequenti incursioni al supermercato, il consumo di junk food sul divano, davanti ai reality, l’acquisto di una macchina, il Capodanno in piazza, la compagnia di un cane Husky, ci restituiscono l’immagine di una famiglia come tante altre di quegli anni, divisa tra routine quotidiana, scuola, uscite, shopping. Eppure…..eppure, qualcosa non va. Il senso di estraneità che Andrea si porta dentro, quel senso di incomprensione, confusione, anche rabbia, con cui cementa i primi anni di questa nuova vita, è forte e tangibile…e si manifesta in uno dei primi segni di appartenenza a un’identità precisa, la lingua. A scuola, Andreea viene seguita, insieme a un altro alunno straniero, da una docente che la aiuta ad imparare l’italiano, una lingua così diversa dalla sua, così povera, nella sua mente, di vocali e di idee, così stridente nei suoni, ma fondamentale per omologarsi alla nuova società che la accoglie.
"Noi ci dobbiamo amalgamare, come le strisce di colore sulla carta. Noi dobbiamo stare nei contorni. Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili."
Lo impara benissimo e in poco tempo, l’italiano. E’ il prezzo, amaro, da pagare per vivere in questo nuovo contesto, per essere accettata, per sentirsi come gli altri, ma anche per estirpare, in sé, ciò che la fa sentire diversa e inferiore, ciò che le fa provare, nella sua mente giovane e in via di formazione, una profonda vergogna. L’integrazione che l’autrice ci racconta, dunque, si fonda su un senso di vergogna originato da un sistema sociale volto a estirpare ciò che non risponde ai suoi canoni, primo fra tutti la lingua. Se ci pensiamo, è un concetto forte, pesa come un macigno. Eppure è un’idea che torna frequentemente nel romanzo, fino alla fine. E, la sensazione, triste, è quella di aver perso tutto per aver cercato di ottenere qualcosa.
"Noi siamo malati di estero. Noi siamo malati di Italia, Spagna, Grecia, Inghilterra. Siamo malati di Europa. Non abbiamo più niente da dirci, niente da dire alle persone intorno. Non abbiamo più una lingua in cui dire, non abbiamo più intorno. Noi stiamo bene, non abbastanza bene. Noi abbiamo la data di scadenza."
Alla fine, quando Andrea, che inizia le scuole medie, è chiamata a presentarsi, si apre un lungo monologo che chiude il romanzo esattamente con questa consapevolezza, quasi a ribadire un senso di estraneità che sembrava perduto e che invece è incancellabile.
"Preferirei non dire il mio nome, se non vi dispiace. Più che altro perché so già come va a finire. Io lo dico e voi mi chiedete da dove vengo e finiamo per parlare della mia vita. Preferirei non dover parlare della mia vita tutte le volte che dico il mio nome. Alla fine mi dite: parli benissimo. Oppure: non sembri straniera. Sì, grazie tante."
Ci sarebbe ancora tanto, tantissimo da dire su questo romanzo di straordinario potere espressivo. A partire dallo sdoppiamento dell’autrice in due nomi: essa parla infatti in prima persona come Andreea Pavel, ma il nome con cui firma il romanzo è quello di Adreea Simionel, che nella storia è il personaggio di una sua compagna di classe, a lei simile in certi aspetti:
"Andreea è davanti a noi. È bella, Andreea. Per distinguerci, siamo Paval e Simionel. Io la pi, lei la esse. Io capelli neri, lei biondi. Io bassa e tozza, lei alta e magra. Io occhi verdi, lei azzurri. Io mate, lei rumeno. Lei prima della classe, io seconda. Anzi, no. Noi tutto, sempre."
Uno sdoppiamento che sottolinea il tema della perdita dell’identità e di lingua al punto da creare lo stesso effetto di straniamento nel lettore (il quale si chiede come si chiami effettivamente l’autrice!). Ma vogliamo parlare del titolo, tutto a interpretazione? Cos’è il male ad est? Nello specifico, cosa si intende per “male” e cosa per “est”? Tante riflessioni che ancora avvolgono la mia mente la quale, a lettura finita da giorni, non se la sente di abbandonare questo romanzo nostalgico, potente, bellissimo. Un grosso grazie alla biblioteca in cui l’ho preso in prestito per averlo messo sullo scaffale dei libri consigliati, altrimenti non penso mai che l’avrei scoperto. E, per finire, una curiosità…la casa editrice del romanzo, Italo Svevo, pubblica libri che sono completamente intonsi e le cui pagine vanno dunque aperte una ad una (con un cartoncino o un segnalibro) per poter essere lette, creando uno strano effetto visivo nel taglio superiore. Strano no? Non ci vedete (ed è una coincidenza!) una corrispondenza simbolica con la storia narrata? Io sì!
Per tutte le volte che mi è stato chiesto da quale parte della romania vengo e alla mia risposta ”Transilvania”, mi hanno guardato con divertimento: ”Dracula?”.
”Quando tocca a me, dico il mio nome e lei parte con la catena di domande. Però non si accontenta di sapere il nome del pesce. «No», mi dice, con un sorriso pieno di pazienza, «quello l’ho capito. Intendo, di preciso, la città». […] Allora come oggi, siete tutti uguali. Se anche vi dicessi il nome del pesce, dopo vorreste sapere dove, di preciso. Se poi io lo dico, voi mi chiedete di ripetere, io ripeto, voi non capite e io do da mangiare alla vergogna.”
Essordio eccellente di Andreea Simionel, che riesce a infondere humour e una dinamica creatività e sperimentazione linguistica a una storia di migrazione e mancanza, di silenzio e sradicamento. Simionel riesce a infondere vitalità e spessore anche al personaggio più marginale grazie a dettagli quotidiani di grande rilevanza che solidificano il vissuto a fronte dell'esperienza collettiva di migrazione.
Una storia quotidiana, quasi priva di interesse - come ha osservato qualcuno nel bookclub al quale ho partecipato - che permette alla generazione degli anni Novanta (ma anche dopo, ma anche prima) di guardare la storia dall'altro punto di vista, quello del compagno di classe straniero. Una storia che in qualche modo ho sentito risuonare vicina non per l'esperienza dell'immigrazione, ma per tutto il contesto: gli anni Novanta, appunto (con un po' di sana nostalgia), l'integrazione in una scuola elementare (e mia madre è un'insegnante con molte storie da raccontare), l'inconsapevole comprensione mutilata di una bambina verso ciò che la circonda. Ma Andreea (la protagonista, e in fondo anche l'autrice) è molto intelligente, intuisce, analizza, e allo stesso tempo decide di non lasciarsi identificare completamente nell'esperienza della migrazione: vive il suo prima, nel paese "a forma di pesce" che racconta a lungo, e il suo dopo è solo un'altra realtà da vivere, certo strana e complicata, ma senza soffermarsi a ogni momento sulla propria estraneità a essa. Un romanzo di piccole cose, di semplici gesti, in uno stile piano che lascia risaltare più forte i pochi affioramenti poetici. Come i morti che rotolano giù per la collina, man mano che le tombe raggiungono la strada in fondo, o il bellissimo discorso finale sulla lingua e sul nome.
Questo libro è un regalo per chi lo legge. Soprattutto per chi, come me, è nato in Italia negli anni ‘90 e di sicuro si è trovato, almeno una volta nella vita, dall’altra parte: a essere quello che osserva, chiede, accoglie qualcuno che arriva da est. Ma ci siamo mai chiesti, davvero, cosa vuol dire accogliere e come si fa? Cosa si prova a essere dall’altra parte? Interessante, ben scritto, toccante e tagliente. Aggiungerei un più alle cinque stelle se si potesse! Mare Elefante Rana Amore Vela Istrice Gioco Luce Idea Ora Siepe Onda !
Tre stelline e mezzo. La parte ambientata in Romania l'ho preferita perché forse quando arriva in Italia la voce si fa meno forte o forse mi inizia un po' a stufare. Ma una voce c'è ed è già molto per un libro. Interessante, un po' sconclusionato e nella lunghezza si sente, ma ci sono episodi molto belli. Il cane il mio preferito. Diverse verità un po' monocorde.
L’autrice ci porta con sé nella sua vita, nella sua crescita e nel suo viaggio dalla Romania all’Italia. Le emozioni sono le vere protagoniste della storia, che accompagnano l’autrice in questo autobiografia. Lascia un senso di rabbia e ingiustizia di fondo che è il fuoco che l’autrice vuole restituirci per vivere in modo più consapevole.
Quando ho chiuso l'ultima pagina di questo romanzo la mia testa era piena di domande, di riflessioni scomode, di nuove consapevolezze e di innumerevoli dubbi e curiosità; questo significa che ho appena terminato un libro di valore. Male a Est scritto da Andreea Simionel affronta il tema dell' immigrazione attraverso gli occhi della piccola Andreea 10 anni, che vive con sua madre e sua sorella in Romania mentre suo padre vive e lavora in Italia, appena un anno dopo la famiglia si ricongiungerà e Andreea dovrà fare i conti con un paese poco ospitale, e una lingua ostile e sconosciuta. "Male a Est" non è un romanzo buonista o retorico nell' affrontare il tema dell'immigrazione tutt'altro, giunta nel nostro paese la piccola protagonista si lascia alle spalle una vita "normale" (sfatando il mito del migrante che fugge da fame, povertà e guerra) e si trova di fronte al crollo del suo tutto, crollano le sue relazioni familiari, crollano le sue certezze, crolla la sua identità. Subentra prepotente la vergogna, in un paese che non fa altro che sottolineare la sua diversità, diversità che nasce nel suo nome. Diversitá che abita la sua casa, la veste e la nutre. Ha bisogno di integrarsi, di omologarsi e la battaglia più ardua Andreea la intraprende con la lingua. Attraverso l'apprendimento della lingua italiana la nostra protagonista ingaggia una guerra con le sue radici che ha come campo di battaglia una scuola che non ammette diversità: "Noi ci dobbiamo amalgamare, come le strisce di colore sulla carta. Noi dobbiamo stare nei contorni. Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili." La storia di Andreea mi ha segnato nel profondo, con una scrittura pungente e ironica l'autrice è capace di evocare immagini e sensazioni che lasciano il lettore interdetto ma allo stesso tempo lo spingono alla riflessione. Andreea è una bambina di 10 ma anni la sua narrazione è cruda, spigolosa, adulta; questo perché anche la caratterizzazione dei personaggi è molto particolare, sarà molto difficile empatizzare con loro, fatta eccezione per la protagonista, perché le figure che le ruotano attorno sono tutte distanti, fredde e si muovono come automi subendo gli eventi e le conseguenze dell loro decisioni.
Questo libro merita davvero di essere letto per comprendere fino in fondo l'integrazione e tutti i suoi risvolti non sempre positivi! L' autrice vi condurrà nel suo mondo, nella cultura del suo paese natio e vi trascinerà nel suo viaggio alla ricerca di un posto in una nazione ostile, che Mi auguro profondamente che questo romanzo abbia tutto il successo che merita e spero tanto di sentire parlare ancora di Andreea Simionel.
Un bellissimo libro per guardare la storia di chi sta dall'altra parte, di chi arriva in un paese e il suo punto di vista rispetto all'accoglienza e al modo in cui ci si relaziona con chi "è nato di là. A destra." La lettura merita anche solo per l'ultimo capitolo, che in modo semplice e diretto parla di atteggiamenti che ciascuno di noi ha attuato o sentito attorno a sé, anche mossi dalle migliori intenzioni.
Preferirei non dire il mio nome, se non vi spiace. Più che altro perché so già come va a finire. Io lo dico e voi mi chiedete da dove vengo e finiamo per parlare della mia vita. Preferirei non dover parlare della mia vita tutte le volte che dico il mio nome. Alla fine, mi dite: parli benissimo. Oppure: non sembri straniera. Sì, grazie tante. Poi mi chiedete da quanto tempo sono qui e io lo dico e voi: caspita, non è poi così tanto. Vero, il passato è sempre dietro l'angolo. Preferirei un "mi dispiace". Sarebbe più onesto. Un minuto di silenzio Delle scuse. Condoglianze.
Non sono nata a. Sono nata in. Questo è uno dei motivi per cui non siete molto accoglienti. Dico uno perché ce ne sarebbero parecchi. Potremmo, come dite voi, stare qui fino a stasera. Ecco un modo di dire senza senso. Vorrei proprio sapere chi sarebbe capace di stare qui fino a stasera. Non ho detto razzisti. Anche se avete un ovvio problema di nazionalismo gastronomico-calcistico, e le carte da gioco che si chiamano Dal Negro. Ho detto che non siete molto accoglienti. Se foste più accoglienti, sui moduli ci sarebbe scritto nato/a a/in. Invece c'è sempre e solo scritto a, seguito dallo spazio e dalle parentesi in cui mettere la provincia.
Una lettura molto piacevole. La vita dell’autrice vissuta attraverso una serie di fotografie della bambina che era, che a undici anni si trova costretta ad impacchettare la propria esistenza per trasferirsi nel sogno dello stivale, nell’Italia delle opportunità. Un susseguirsi di sensazioni dolci, amare, di spaesamento di una vita che Andreea non riesce mai a sentire come propria. Una bimba in balia degli eventi che la travolgono: una famiglia disfunzionale, con un padre padrone, violento, che non esista a sfogare la rabbia e la frustrazione sulle figlie e la moglie, una madre premurosa ma arida e prosciugata dalle fatiche quotidiane, una sorella vittima di bullismo che a sua volta la rende mira delle sue silenziose e personali vendette. Una scrittura secca, molto ritmata, degna del flusso di coscienza che mi immagino possa avere una bambina di quinta elementare. Frasi ed espressioni volutamente semplici o semplificate per permettere al lettore di vivere un’esperienza totalmente immersiva: mi sono sentita tanto vicina ad Andreea. L’autrice è riuscita a trasmettere in modo molto efficace le emozioni o le impressioni di chi lascia tutto ciò che conosce in cambio di asilo da un popolo non accogliente, che continua a farti sentire diverso e mai abbastanza. Non ci si sente capiti e si rimane sempre stranieri per chi ti accoglie, e vigliacchi per chi rimane.
I was lucky enough to attend the presentation of the book, in Trento, Italy. I was put off by the title and was frankly expecting a stereotypical story of hardship in post-communist countries and forced migration. However, I was also curios, I always felt that migration from the eastern european countries to the west is often put aside, forgetting the struggles that adults but especially youth, in search of identity, have to go through to adapt to a new language, way of living and to accepting that for a long time, at least, you will be treated as an outsider. The book presentation and the book itself blew me away. There was nothing of what I was expecting. The personality of the author is really captivating and is reflected in the book. All the bits of dark humour, mix of subtle and striking irony, emotions, I loved every bit of this book and would recommend it to anyone. It's different from anything I have read before.
ps: At the end of the presentation, I was pleasantly surprised to find out that we actually grew up a couple of streets apart. So I could vividly picture every little place described in the book.
Una lettura che mi ha trascinata in un racconto di vita che credo che rispecchi quella della maggior parte dei ragazzi emigrati dalla Romania in Italia, me in primis. In alcuni passaggi mi sono bloccata poiché rapita da ricordi dolceamari della mia infanzia. L'autrice ha descritto con ironia, rabbia e in alcuni passi vergogna la realtà dell'immigrazione, la difficoltà di iniziare una nuova vita, di imparare nuove abitudini, ma soprattutto delle emozioni contrastanti che portano a non saper più riconoscere sé stessi . Un libro che travolge, una voce fresca e spontanea.
Considerando che l’autrice ha due anni in meno di me e che questo è il suo esordio, mi sento un po’ stocazz0 a dare tre stelle al libro, ma tant’è. L’espediente è una scrittura asciutta, asciuttissima, secca, e la penna è quella di una bambina di 10 anni, Andreea, che nasce e vive per un tot in Romania, ma poi è costretta a raggiungere il padre, che è emigrato in Italia. Non so, tre stelle perché comunque è un buon esordio, ma la lettura in sé non mi ha lasciato nulla. Sarà un libro che dimenticherò.
“Non sono nata a. Sono nata in. Questo è uno dei motivi per cui non siete molto accoglienti.”
Una storia di emigrazione che punta i riflettori sulla violenza interiore di dover annientare ciò che siamo per ricostruirci in un paese straniero. A partire da una cosa semplice come l’alfabeto. Pensiamoci, quando osserviamo qualcosa che iniziamo a giudicare velocemente.
Un libro che ti rapisce per lo stile di scrittura e ti colpisce fortissimo per i temi trattati. Simionel ha creato un romanzo davvero formidabile che tutti dovrebbero leggere.
L’ho adorato . Questo libro descrive la dura esperienza di una bambina immigrata in Italia insieme alla sua famiglia. Ben scritto a tratti divertente, se non fosse che il sorriso è amaro.
Questa storia ha due voci, una rumena e una italiana, è la doppia voce della protagonista. Le storie di migrazione sono storie di fratture, tra ciò che si lascia e ciò che si trova e questa storia estremizza uno degli aspetti più frequenti, anche nelle migrazioni interne, la negazione. Nel processo d’integrazione di Andreea (che si legge “normale”) c’è la disintegrazione della sua appartenenza, la negazione delle sue radici e questo è ancora oggi il fallimento a cui tendiamo ad andare incontro quando accogliamo. Questo libro ci parla in quanto migranti, ci parla in quanto accoglienti o respingenti, parla tra le righe dei pregiudizi che chiunque porta con sè, anche se viene da est. C’è tanto lavoro da fare ma non purtroppo è in agenda.