Seguito dei Quaderni russi, questi due volumi ne riprendono lo stile, appunto frammentario e un po’ diaristico da quaderno, ma anche l’impronta di composizione. In primo luogo puntano a scavare, rilevare le sfumature, fuggire dai giudizi rapidi e dagli stereotipi; insomma, puntano a capire davvero cosa succede, perché, a chi va la responsabilità, quali sono le conseguenze e, in seguito, a informare, contro la disinformazione propagandistica russa ma anche contro la superficialità di molti dei media europei. In secondo luogo portano in primo piano la vita delle persone in Ucraina, ne riporta le parole, le esperienze, ricostruendo così una quotidianità che è davvero viva, che fornisce voce ai tanti numeri delle statistiche o ai tanti volti anonimi dei vari reportage. Igort si prende il tempo di conquistare la fiducia delle persone e poi di ascoltarle, senza mettere in avanti il proprio Io. Alternando così racconti individuali a momenti di contestualizzazione storica o più collettiva, Igort ci sprofonda in quella cupa realtà di miseria e guerra, ben antecedente all’attuale conflitto, ma lo fa con un grandissimo rispetto per le vittime, per la sofferenza, con discrezione ma fermezza, svelando orrori inimmaginabili ma senza sensazionalismo o morbosità.
Nel primo quaderno, Le radici del conflitto, Igort ripercorre la storia dell’Ucraina all’epoca dell’URSS e soprattutto riporta varie testimonianze sulla carestia causata volutamente da Stalin per fiaccare lo spirito di un popolo fieramente indipendente, seguita da deportazioni di massa di chi non era morto di fame. Certo, gli anni ‘30 sono un buco nero di disperazione in tutte le testimonianze che riporta e riguardo al quale fornisce le maggiori contestualizzazioni, ma la privazione e la sofferenza sembra colare lungo quasi tutti gli anni delle vite narrate, forse uno dei motivi che spiega la capacità di resistenza ucraina, un popolo con alle spalle decenni di miseria e sopportazione.
Nel secondo quaderno, Diario di un’invasione, tramite svariate testimonianze sommate al racconto di alcuni episodi, Igort segue più di tre mesi di invasione. Nell’albo si intrecciano più linee tematiche, dall’assurda propaganda russa alla quotidianità scardinata di un territorio invaso, dalla violenza crescente alla mancanza di risorse, dal desiderio di resistere a quello di scappare per salvare la vita, dalle contraddizioni collettive a quelle singolari; il tutto con integrità intellettuale, di chi non ha paura di accusare i responsabili (ad esempio riportando numerosi esempi di violenza brutale e gratuita esercitata da soldati russi - ma anche, in passato, da quelli ucraini - senza che possa essere avanzata alcuna scusante di ordini dati), ma al contempo vuole capire il motivo del loro agire (come quando ipotizza che uno dei motivi nella violenza di giovani soldati russi, oltre alla propaganda e al lavaggio del cervello, sia il desiderio di non sfigurare di fianco ai veterani, in ossequio a una cultura machista russa deleteria), beninteso senza che ciò ne riduca la responsabilità. Da questa lettura, per me, emerge anche un altro aspetto: l’esigenza di smetterla di deresponsabilizzare i soldati che commettono violenze gratuite, perché queste sono frequentemente una scelta in ultima istanza personale e non legata a ordini diretti. Eppure nei grandi processi per crimini contro l’umanità, sono quasi sempre solo le persone al comando a rispondere di fronte alla corte, mentre ben pochi soldati semplici, autori comunque delle atrocità, sono chiamati a farlo, ingenerando così una sensazione di impunità e anonimato che non funge certo da deterrente per future guerre.