Di tutti i fumetti che ho letto, tolto forse qualche albo di Dylan Dog (che ho smesso di leggere quando mi ero accorto che aveva un effetto vagamente depressivo e, quello che è peggio, mi creava una specie di dipendenza) questo è in assoluto il più ficcante e straziante.
Chi sia Silvia Ziche, lo sappiamo tutti; esordì con qualche vignetta umoristica su Linus, poi un incontro cercato con intelligenza e testardaggine con il grande Cavazzano le aprì le porte della produzione Disney italiane, e parallelamente sviluppò altri fumetti che vennero pubblicati su Comix e altrove (Alice a quel paese, Lucrezia). L’impressione generale, comunque, è che sotto la superficie della comicità, perfino quella di Topolino e Paperino, ci fosse una maschera non dico tragica, ma per lo meno non particolarmente spensierata e gioiosa, che emergeva in pillole di sarcasmo piuttosto inusuali nella produzione Disney. E che in questo album, la storia di un rapporto tra la figlia e la propria madre (la dimensione autobiografica non è affatto taciuta, anche nel disegno; Silvia Ziche, che ho anche conosciuto personalmente, è perfettamente riconoscibile) esplode con una violenza drammatica e straziante.
All’indomani della morte di sua madre, Silvia la ritrova dentro la propria testa, e si mette a dialogare con lei; dialogo che, come è facile intuire, diventa ben presto una tribuna di accuse e recriminazioni. L’umorismo è puramente residuale; al contrario, molte delle porte che vengono aperte rivelano realtà non molto piacevoli, non solo per chi scrive, ma anche per chi legge e si identifica nella storia. A un certo punto entra in scena Gaia, la figlia che Silvia non ha mai avuto, e anche nei suoi confronti lei prova feroci sensi di colpa.
Il finale non è particolarmente incoraggiante; anche se emergono spunti di positività (quello che è un po’ il cuore delle psicoterapie: trovare del buono nel cattivo e capire che non tutto è da buttar via) la gabbia è quella che terrà prigioniera Silvia per sempre, assieme a sua madre e a Gaia, e da cui non potrà mai sfuggire.
Alla fine della lettura, mi resta solo un pensiero che ho già espresso altre volte. Il livello di autocoscienza delle donne, a cui ha certamente contribuito il femminismo, è molto più avanzato rispetto a quello degli uomini, al punto che certi tentativi in questa direzione (penso a Francesco Piccolo, o a Nic Kelman) non vengono ben accolti non solo dal pubblico femminile ma spesso anche da quello maschile. C’è sempre molta paura a mostrare le proprie vulnerabilità, a minare un’apparenza monolitica di genere in cui non si deve mai apparire come deboli, non solo di fronte agli altri uomini ma anche di fronte alle donne. Ancora peggio: spesso, anche per sottostare a tante delle modalità di politicamente corretto e wokeness, si finisce per denigrare o mettere sotto accusa la propria identità di genere. Auspico un momento in cui gli uomini possano parlare di loro stessi con la stessa analiticità e profondità delle donne, senza che questo parlare diventi un chiedere scusa di essere uomini, come purtroppo ho visto succedere in certi gruppi di autocoscienza maschile.