È un tempo lungo quello che Denise Pardo racconta in questo romanzo. Un tempo affascinante, cosmopolita, tollerante, ricco di stimoli. Un tempo di amicizie e di comprensione. Al centro de La casa sul Nilo, una famiglia di ebrei sefarditi arrivati al Cairo assieme alle vicissitudini dell’Europa dei primi trent’anni del Novecento. La narratrice racconta la sua infanzia in una sorta di Eldorado magico: i caffè del Cairo, le feste, gli stimoli, la civiltà della conversazione, i salotti. L’Egitto di quel tempo è un crocevia di storie e di suggestioni: un paese mondano e sorprendente dove le diverse religioni sono rispettate e si parlano tutte le lingue. E il Cairo di quel tempo, di quei primi anni Cinquanta, è narrato con una precisione e una nitidezza esemplari perché questo romanzo è soprattutto la storia dell’autrice. La sua famiglia composta dalla nonna, dal padre, dalla madre e da altre due sorelle non avrebbe mai immaginato di dover fuggire da quel mondo. Finché non sale al potere Nasser, cambiando in pochi anni le regole del gioco, e della convivenza civile. E tutto, dapprima impercettibilmente, e poi con sempre maggiore evidenza, diventa fosco e insidioso. Gli stranieri non sono ben visti, l’intolleranza religiosa si fa dogma. E gli stranieri, che stranieri non sarebbero, si sentono sempre più in pericolo. Fino a una partenza precipitosa per Roma e l’Italia, nel 1961. Un abbandono doloroso, straniante, figlio di un mondo cambiato senza una ragione. La casa sul Nilo è un romanzo bellissimo e raro, appassionante. È la storia di un tempo perduto, e di un tempo ritrovato a fatica. Ci mostra mondi dove tutto era scambio e curiosità, rispetto e attenzione. Ci dice, senza alcuna nostalgia, ma con l’intensità dei sentimenti e delle passioni, che non dobbiamo dimenticare che c’è stato un tempo diverso e piú giusto. Dove ogni dettaglio era una ricchezza e ogni giorno una scoperta.
Ci avevano vestite come per un appuntamento importante. «Dov’è la festa?» aveva chiesto Raymonde, la sorella grande. Nessuno aveva risposto.
“La mentalità della nostra famiglia non esprimeva qualcosa di speciale, incarnava lo spirito e la libertà di quel tempo in quel Paese, in quella città, o meglio, in quella fetta di città e comunità. Era abituale che la vigilia di Natale Fanny, Leila, Vicky e tutte le compagne di scuola ebree e musulmane aspettassero le amiche cattoliche fuori dalla chiesa per festeggiare insieme.”
Questo romanzo autobiografico è soprattutto una testimonianza. Di un luogo e di un tempo in cui la convivenza tra etnie e religioni diverse era non solo possibile, ma auspicabile. Stiamo parlando dell’ Egitto, in particolare Il Cairo, tra la fine della Seconda guerra e gli anni Sessanta, quando sale al potere Nasser e finisce l’ultimo residuo del colonialismo e anche la dolce vita a cui tutti gli stranieri benestanti erano abituati.
La famiglia di Denise appartiene alla ricca borghesia sefardita da parte di madre; la nonna, nata a Odessa, è fuggita dalla rivoluzione bolscevica; il padre, invece, è un imprenditore italiano che ha trovato la sua fortuna lavorando in Egitto. È a Roma, infatti, che nel 1961 la famiglia dell’autrice troverà rifugio dopo avere definitivamente sepolto la speranza di vivere nell’amata (e sempre rimpianta) capitale egiziana.
La descrizione di una società cosmopolita, multietnica, benestante e tollerante costituisce l’interesse principale di questo denso racconto, insieme alla visione dall’interno di quel passaggio epocale costituito dall’espulsione dell’inetto re Faruq alla presa del potere da parte di Nasser e i suoi fedeli (tra cui spicca Hafez, il consigliere del futuro presidente, che disgraziatamente si innamora di Kate, inglese purosangue e intima amica di Fanny, la madre della narratrice).
Interessante anche il racconto della prima incrinatura sulla superficie di questa bolla dorata: l’attentato ai Grandi Magazzini da parte dei Fratelli Musulmani, una bomba che getta tutti nel panico e produce i primi fremiti di preoccupazione tra la comunità multietnica dei ricchi stranieri. Significativa è la conversazione in merito che avviene tra due italiani durante la festa di fidanzamento dei futuri genitori di Denise: uno di loro afferma di avere un amico all’ambasciata, dal quale ha avuto la rassicurazione che i disordini causati dalla nascita dello Stato di Israele erano stati messi in conto e che tutto si sarebbe risolto in pochi mesi.
Un'importante testimonianza storica di quella che era la vita cosmopolita in Egitto fino al 1960 vista con gli occhi di una bambina. La sua famiglia, quella dei suoi nonni, paterni ebrei sefarditi italiani e materni aschenaziti dell'Europa orientale, viveva al Cairo tra amici di varie provenienze e religioni, fino a che tutto finisce e si ritrovano come esuli in Italia.
Che meraviglia! Ho amato moltissimo questa storia, che si dipana per le strade del Cairo multiculturale. È il racconto della famiglia dell'autrice che attraverso tutti i personaggi che la compongono, narra un'epoca che non c'è più, e sopratutto al centro ritrovi sempre questa città meravigliosa, con la sua gente gentile i suoi profumi e le delizie del cibo.
Valutazione 3,5 Libro che si snoda su diversi piani temporali, partendo dal 1962 a Roma per poi riannodare il discorso e ripartire al Cairo dalla fine degli anni quaranta del novecento per ritornare lentamente agli anni sessanta. Pardo ci fa vivere, attraverso le vicende della sua famiglia - di religione ebraica - e di tanti altri personaggi, amici e parenti, la storia dell'Egitto negli stessi anni. Si inizia immergendosi nell'ambiente cairota, fiabesco da una parte, quello degli stranieri, multiculturale e interreligioso, ricco e sofisticato, viziato e che non conosce barriere di lingua o di formazione, dove hanno trovato rifugio persone fuggite alle persecuzioni fasciste e naziste o comunque provenienti dalle spoglie dell'Impero ottomano e dall'altra quello degli egiziani, poveri, senza sussidi, analfabeti, succubi e sfruttati. Un crogiolo di religioni e culture dove tutti erano ben accetti e dove non vi era recriminazione. Il Cairo e l'Egitto del dopoguerra sono uno degli ultimi luoghi in cui è ben presente il colonialismo con i suoi privilegi ma anche con le sue profonde contraddizioni sociali e politiche. L'Egitto conoscerà attraverso la figura di Nasser e dei suoi seguaci una rivoluzione profonda, devastante con connotazioni anche religiose, basata sulle nazionalizzazioni delle principali opere, che nel giro di pochi anni non lascerà più spazio agli stranieri, che si troveranno a dover lasciare la terra che per alcuni di loro era stata natale e per altri ultimo rifugio dopo tante peregrinazioni, con poche valigie o poco più. Ma con grandi limiti a tutto ciò: pagine in cui si respira un ambiente da grande Gatsby, balli, aperitivi, alberghi lussuosi, vestiti all'ultima moda dove si muovono quasi esclusivamente gli stranieri e dove gli stessi vivono in stridente contrasto con la realtà del paese, dove si piangeva più per la morte di una gallina schiacciata da un'auto che non per quella di un bambino. Leggendo il romanzo ho avuto la sensazione che i protagonisti vivessero in un mondo privilegiato, posizionato in alto rispetto ai nativi, e che non si siano mai abbassati a cercare di capire la realtà effettiva del paese. Il libro è piacevole: ho fatto fatica all'inizio a entrare nella storia ma dopo le prime decine di pagine ha iniziato a essere più chiaro. Il limite più grave, secondo me, è la presenza di troppi personaggi, troppe figure, alcune senza alcuna importanza che a me hanno creato confusione. Una confusione alimentata anche dalla decisione da parte dell'autrice di indicare la madre come "mamma" o come "Fanny" all'interno anche della stessa frase; lo stesso dicasi di "nonna" e di "Bobe". Un libro quasi tutto improntato al femminile, a parte poche figure maschili, che, come al solito, sono quelle che decidono il destino di tutti. Figure femminili assolutamente non indipendenti, molto legate fra loro e chiuse in ruoli di assoluta elegante e fascinosa rappresentanza.
Una storia di grande fascino, intrisa di nostalgia, sfarzo e disincanto che impatta con la realtà velando i bordi di un’istantanea di vita perfetta. Denise Pardo, in questo romanzo di chiara matrice autobiografica, ci racconta attraverso una narrazione a ritroso nel tempo, della fuga dall’Egitto partendo dai momento dell’arrivo a Roma.
Puntando poi sulla cartina del mondo le origini della sua famiglia che al Cairo aveva messo radici, l’autrice apre l’album dei ricordi descrivendoci la vita incantata in un’epoca di grande multiculturalità, sfarzo e ed eleganza che evolve nel tempo, i salotti, gli amori e gli incontri, giungendo poi a narrare gli eventi che portarono alla Rivoluzione egiziana del 1952 e alla fuga in Italia, lasciando sospesa nell’aria una nostalgia che aleggia tra le pagine e negli occhi della narratrice.
Conosciamo la piccola protagonista a Roma nel 1961, impaurita e priva di speranza, legata all’apprensione delle sorelle e della nonna, fiduciosa nella fermezza del padre e osservatrice delle movenze della madre in balia di eventi instabili in una città nella quale non si sente a casa, dove inizia però il racconto di una famiglia, di tre generazioni e di una nazione, ma anche del mondo intero tra cambiamenti, rivoluzioni, guerre e una società che si sfalda lentamente tra le strade di una città affascinante che pulsa aggrappandosi al cuore e ai ricordi.
Il romanzo di Denise Pardo, che si dipana in una lunga e incessante narrazione in brevi capitoli e sbalzi temporali, riesce a trasmettere al lettore il fascino e la grande eleganza del Cairo del secondo dopoguerra, di quell’elitè privilegiata che viveva appieno le sfumature dorate di una città incantata, perfetta, multiculturale e raffinata.
Emerge da questa narrazione la storia di una famiglia, delle sue radici, della libertà religiosa, di un multiculturalismo naturale e invidiabile, ma soprattutto la storia di due ragazzi che si incontrano e innamorano e che affrontano vent’anni di grandi cambiamenti che porteranno alla fuga in Italia a seguito della Rivoluzione Egiziana.
“La casa sul Nilo” è un racconto nostalgico e affascinante di tutto questo, passato familiare e Storia si fondono in queste pagine creando uno spaccato di vita vissuta utile a ricreare in modo minuzioso una città e una società che non esistono più.Si avverte la nostalgia in ogni riga, l’amore per le proprie radici e il desiderio di ricostruirne i dettagli condividendoli con i lettori.Si respirano i profumi, si ascoltano le danze e gli idiomi, si conosce la Storia e si riscopre il passato attraverso le vicende di una famiglia che si dona in questo libro in un lungo e disincantato ritratto che attraversa anni cruciali della Storia egiziana.
Resta un grande fascino, una storia di cui si vuol sapere ancora un po’ e una gran voglia di partire per l’Egitto!
Denise Pardo in La casa sul Nilo racconta la storia della sua famiglia e di come per loro Il Cairo si sia trasformata da città paradiso multiculturale, ricca di sfumature, di profumi e di sensazioni a un ambiente ostile da cui sono dovuti scappare. Il racconto nostalgico che ci avvolge sin dalle prime pagine è un insieme di ricordi ricchi di descrizioni e di personalità, come se Pardo aprisse l’album di famiglia e ci mostrasse tutte le foto al suo interno. L’effetto, a mio parere magico in alcuni momenti, ha però un contraccolpo: il turbinio di persone, luoghi e ricordi rischia di far perdere la concentrazione al lettore non avendo punti di riferimento ben fissati nella mente. Per intenderci: la percezione è simile a ciò che succede quando guardiamo le foto delle vacanze di un nostro amico di un posto che non conosciamo. Per questo motivo il mio coinvolgimento è rimasto smorzato e non è scattata in me la fiamma della lettura 🔥 . In queste pagine però si rimane ammaliati dal fascino dell’Egitto anni 40 e 50 descritto amabilmente dall’autrice. Chi ama questo periodo storico deve assolutamente leggere questo libro.
"La diversità mi metteva all'angolo, avrei voluto essere come loro perché avevo conosciuto l'agiatezza di sentirsi uguale agli altri nell'Egitto cosmopolita". In questo bel romanzo l'autrice, Denise Pardo, narra la storia della sua famiglia nell'immediato secondo dopoguerra in un Cairo cosmopolita, dove arabi, inglesi, francesi, musulmani, ebrei e cristiani convivevano pacificamente, in un melting pot di religioni e lingue. Purtroppo, la presa di potere dei Fratelli Musulmani portò al progressivo deteriorarsi, negli anni '50, del rispetto reciproco che aveva contribuito a creare quella bella atmosfera cosmopolita finché, a inizio anni '60, la famiglia si vide costretta a lasciare per sempre l'Egitto. Il romanzo è scritto in uno stile brillante che, anche nei momenti drammatici, riesce a strappare un mezzo sorriso grazie alla caratterizzazione dei personaggi (realmente esistiti) e alle loro "particolarità". Do 4 stelle e non 5 in quanto la punteggiatura mi è sembrata più volte "stramba". L'autrice vive in Italia da oltre 50 anni, quindi credo che gli "errori" siano voluti. Tuttavia, non ne capisco il motivo: a volte l'assenza delle virgole mi porta a pensare a un flusso di coscienza, ma poi mi ritrovo virgole in punti decisamente non convenzionali.
Bellissimo 😍 poetico, nostalgico, emozionante. Un romanzo familiare ricco di dettagli e che ha lo spessore dei sentimenti autentici. Un viaggio coinvolgente in un mondo scomparso.
“Faceva caldo a Roma il 16 settembre, noi sentivamo freddo.”
Nel 1961 la piccola Denise si trasferisce dal luminoso e sfavillante Cairo a una Roma pallida e scialba nonostante il giallo sole primaverile, assieme alla sua famiglia composta dalla nonna, il padre, la madre e le altre due sorelle, Con loro 52 valige di cuoio marrone contenti tutto ciò che si era fatto in tempo a racimolare nella partenza precipitosa, ciò che era permesso portare. Nel cuore il bene più prezioso: i ricordi della vita come era stata prima, fino a quel giorno. A questi ricordi è dedicato “La casa sul Nilo” primo libro della scrittrice e giornalista Denise Pardo, romanzo autobiografico e memoir. Denise Pardo ci racconta una realtà meravigliosa, quella del Cairo degli anni ’40 e ’50 città cosmopolita, crocevia di popoli di diverse culture e religioni, dove la diversità era scambio e arricchimento, dove a tolleranza era la norma.
In questo luogo magico e accogliente hanno trovato una casa i nonni della scrittrice, di origine ebraica, sopravvissuti alle vicissitudini europee dei primi trent’anni del Novecento. Attraverso la storia coinvolgente della sua famiglia, Denise Pardo ci restituisce le atmosfere dell’epoca: le mille sfaccettature, i suoni e i colori di una città elegante e irresistibile. E ci sembra quasi di essere lì a conversare in un salotto di fronte a un Martini olive e pistacchio, a bere caffè alla turca su un terrazzo sul Nilo, a mangiare un dolcetto dalla pasticceria Groppi, a perdersi nel caos travolgente del mercato.
“Aveva bisogno di assorbire l’energia del Cairo per sentirsi di nuovo in asse con sé stessa, camminare in centro la metteva sempre di buonumore, era un percorso a ostacoli per dribblare venditori di pistacchi e gelsomini, lustrascarpe, indovini, mendicanti con il sottofondo inarrestabile dei clacson delle macchine.”
La ricchezza delle diverse civiltà viene esaltata dalle diverse lingue non solo il lessico famigliare, ma anche il francese della politica,lo yiddish parlato dalla madre e dalla nonna. Denise Pardo ci racconta le vicende della sua famiglia e come si sono incrociate con la Storia. Quando l’atmosfera incantata del Cairo è cambiata con la salita al potere di Nasser, gli stranieri hanno iniziato a non essere ben visti, l’intolleranza religiosa ha preso sempre più piede, fino alla partenza per l’Italia e all’abbandono di quel El Dorado. Lo fa con uno stile nitido e coinvolgente senza mai cedere eccessivamente alla malinconia e con eleganza, senza che la sua presenza sia invadente, senza che traspaia un giudizio attraverso le pagine. La storia della sua famiglia che è anche la storia di personaggi femminili che mi porterò dentro, tenaci, resilienti, capaci di reinventarsi, di sfidare i pregiudizi e le convenzioni sociali.
Una riflessione sul senso di appartenenza, sull’importanza delle radici, sul cercare il proprio posto nel mondo, che mi ha stimolato a voler sapere di più delle mie stesse radici e non far sì che per timore reverenziale, pigrizia o inerzia vengano perduti ricordi preziosi come quelli che ci racconta l’autrice. Tuttavia il libro non è stato scritto soltanto per rievocare questo mondo perduto e per rendere immortali questi ricordi ma anche per dare una speranza ovvero quella di poter ricreare una realtà simile senza fanatismi, dove sia possibile convivere pacificamente tra culture diverse in armonia come è già successo in passato.
È stato difficile per me empatizzare con la famiglia protagonista, che si vede obbligata a lasciare l'Egitto per trovare una nuova vita in Italia. (Il libro inizia proprio con l'arrivo a Roma.)
Questo libro, molto nostalgico, fa conoscere la società multietnica e multiculturale degli anni cinquanta al Cairo. La storia della famiglia (ebrea) della protagonista si intreccia ovviamente con la storia del paese, la nazionalizzazione del canale di Suez, l'avvento di Nasser e la cacciata di inglesi e stranieri dall'Egitto. Viene descritta, soprattutto all'inizio, una società in cui cristiani, musulmani, ebrei, greci, italiani, francesi, inglesi convivevano in un contesto aperto e tollerante, in una capitale piena di vita, café alla moda, eventi, luoghi di incontri esclusivi... Tutto molto bello e affascinante, peccato però che questo tipo di società fosse meramente elitario e vissuto solo dalle classi ricche, e straniere, della società. Gli egiziani "comuni" vivevano in condizioni terribili di povertà, mancanza di cure mediche, analfabetismo dilagante, e questo fatto è a malapena accennato perché la protagonista e la sua famiglia vivono in una bolla assolutamente superficiale e discostata dalla realtà del paese, completamente adagiati nei privilegi di una fascia di popolazione straniera potente, ricca e illusa che le proprie conoscenze e contatti personali riservino loro trattamenti speciali sempre e comunque.
Ogni forma di repressione o persecuzione su base etnica, religiosa o di orientamento sessuale è sempre sbagliata e immotivata, ma che i colonizzatori cerchino di passare dalla parte delle vittime perché vengono cacciati dal paese, non possono più vivere la loro vita agiata di sempre, e non viene più permesso loro di fare i padroni, non me li rende più simpatici. E soprattutto, essendo un libro scritto nel 2024, non c'è minima analisi, non c'è volontà critica, purtroppo non c'è nemmeno il desiderio di capire davvero i mutamenti della società egiziana (tutta) degli anni 50 e 60 e quali ne fossero le reali cause. C'è solo tanta nostalgia per una vita privilegiata che non esiste più.
che bello la mia prima recensione. forse una stella è troppo poco? lo scopriremo più avanti nel tempo.
in questo libro ci sono più nomi propri che virgole. forse per fare capire che l'Egitto fosse un posto molto vivace? boh, c'era davvero tanto bisogno?
empatia provata per questa famiglia molto poca -solo Misha mi ha toccato per un'istante il cuore. il libro prova a raccontare le trasformazioni che subisce l'animo quando attorno ci vogliono cacciare via, aka razzismo.
li ho visti passare di bar in bar da dolcetto a dolcetto da tessuto a tessuto da prosecco a prosecco da marmo a marmo. e nel momento del trasferimento -senza sicurezza economica-, si stabiliscono in un albergo dei Parioli, boh, per dire.
l'Egitto che hanno vissuto era quello dei balocchi e la fame che c'era attorno ne ha fatto le vittime sacrificali -non che sia giusto, sia chiaro.
non ho intravisto nessun dinamismo in questi personaggi. pochi i momenti poetici. apprezzato il contesto storico presentato con leggerezza di stile.
poi tutti i complimenti in copertina me l'hanno reso ancora più sopravvalutato.
Splendida la prima parte in cui viene descritto il mondo cosmopolita del Cairo (accennando solo per un attimo al divario tra i ricchi stranieri e gli egiziani), mi ha colpito il senso non di tolleranza ma di profondo rispetto che sembrava regnare. Anche la seconda parte interessante, non conoscevo le vicende dell'Egitto degli anni 50 e le vicissitudini di chi a mano a mano si sente davvero rifiutato nell'ambiente che ha sempre chiamato casa sono ben narrate. Lo trovo un romanzo sui generis, accattivante e ben scritto. Lo consiglierei
Sono stata contattata dall’autrice Denise Pardo, per una collaborazione. Quando ho letto la trama del libro di primo impatto l’ho trovato così distante dai miei standard, non era un fantasy o la classica storia romance. Ma sono in un periodo in cui sento di dover ampliare i miei orizzonti e non fossilizzarsi nella mia zona di comfort.
Il romanzo di Denise mi ha incuriosito tantissimo per l’ambientazione, Il Cairo del dopoguerra fino agli inizi degli anni ‘60. Ammetto di conoscere poco dell'Egitto, a parte il classico viaggio che la maggior parte di noi ha fatto nel consueto villaggio turistico. E’ un paese che mi affascina tantissimo, ricco di storia e cultura, ma ammetto nella mia ignoranza, mi fa anche un pò paura. Ho accettato con grande curiosità questa collaborazione, oltre alla storia di Denise, volevo conoscere una parte del passato di un paese così misterioso.
E’ stato sorprendente scoprire che l’Egitto era un paese multiculturale, dove le diverse religioni coesistevano armoniosamente. Attraverso il racconto dell’autrice conosciamo Il Cairo, come epicentro culturale di raffinata bellezza.
E’ la storia di una famiglia che in questa città ha messo le sue radici. Leggere questo racconto è stato come osservare fotografie di una vita idilliaca e perfetta, di una famiglia ammettiamolo privilegiata, che affronta i cambiamenti politici e culturali di quegli anni. Una vita dettata dallo scorrere lento del Nilo, tra incontri nei locali di lusso e salotti. E’ in questo modo che procede la narrazione per la prima metà del romanzo, Denise ci racconta la storia di due ragazzi, i suoi genitori che si incontrano, si in morano e che dovranno affrontare anni di cambiamenti fino alla fuga in Italia.
Tutto procede con tranquilla lentezza fino al 1952, da quel punto in poi lo stile del racconto cambia. Percepivo sulla mia pelle la frenesia e l’incertezza di quel momento storico. L’ingenuità con cui i genitori di Denise affrontano la rivoluzione Egiziana, il loro desiderio di mantenersi aggrappati alle loro radici, o forse è quella patina di perfezione che li ha resi ciechi davanti a ciò che stava succedendo.
E’ un racconto di commovente bellezza, la nostalgia che l’autrice prova verso quella terra è tangibile.
Mi sono dovuta abituare un pochino allo stile di scrittura, frasi lunghe e spesso discorsi che cambiano repentinamente soggetti. Però Denise ha saputo trasmettermi ogni emozione che ha vissuto e provato, mi ha fatto conoscere e vedere di persona quanto splendido fosse l’egitto.
Mi ha fatto amare ogni componente della famiglia: Nonna Bobe, melodramamtica ed inarrestabile. La mamma Fanny, raffinata, dolce e di animo buono. Sam il padre tranquillo e riflessivo.
E’ un libro coinvolgente, stupendo ed emozionante che vi farà vivere luoghi magici ed incontrare persone affascinanti e carismatiche.
Lo consiglio a tutti, soprattutto a chi come me sentiva il desiderio di cambiare un pò genere ed ampliare i propri orizzonti.
Romanzo storico e saga familiare: un testo i n cui i ricordi dell'infanzia dell'autrice ci informano sulla situazione in Egitto tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso, quando il canale di Suez viene nazionalizzato da Nasser e il re Faruq viene destituito. Un testo che a tratti fa sorridere, a tratti prelude a situazioni drammatiche e che ci informa su eventi storici. E' la storia di una famiglia ebrea di origine italiana nata, cresciuta e che ha lavorato in un Egitto fino a quel tempo cosmopolita. Poi tutto cambia.
Libro bellissimo specialmente per gli amanti del Cairo e dell’Egitto, un Egitto che ahimè non esiste più ma che ha dato tanto a molti. Scritto bene, fluido anche se pieno di dettagli su cose che potrebbero sembrare non importanti ma spiegano l’essenza della vita in una città molto cosmopolita, forse la più cosmopolita del mondo.
Il libro è scritto così bene che mi sono sentita fisicamente trasportata tra le vie luminose del Cairo, ho ammirato la sua estetica, i suoi profumi e cibi. La ragione per sole due stelle è dovuta al fatto che purtroppo sia la storia che i suoi personaggi sono presentati senza spessore o carattere, rendendo la lettura superficiale.
Una storia bella, triste e interessante, in un contesto di cui non conoscevo nulla. La mia valutazione non è del tutto positiva, perché, inaspettatamente, dato che il libro è stato scritto da una giornalista, ci sono tanti errori di punteggiatura, che spesso bisogna rileggere più volte una frase per carpirne il significato.
Avevo un buco nero nel cuore e non sono piú riuscita a colmarlo del tutto come se la capacità di provare fiducia mi avesse abbandonata, fosse rimasta al Cairo nella casa sul Nilo.
Libro fantastico. La mia famiglia ebbe la stessa sorte, dall’Egitto all’Italia lasciando indietro tutto. Noi si guarda avanti, chi ci ha rubato tutto è fermo agli anni 50. Never forget never forgive.
Storia di una famiglia multireligiosa costretta a fuggire dal Cairo. Lettura scorrevole e simpatica. Un libro che ti fa venire voglia di vivere l’Egitto degli anni 60
Purtroppo, La casa sul Nilo non è riuscito a coinvolgermi come speravo. Fin dalle prime pagine, la trama fatica a decollare e ho trovato che mancasse quell’introspezione psicologica che avrebbe potuto dare profondità ai personaggi. Le loro storie restano sulla superficie, senza mai immergersi davvero nei loro pensieri, nelle loro emozioni o nei dilemmi interiori.
La narrazione ripropone il tema, già visto, delle difficoltà di adattamento di una famiglia ebrea emigrata in Italia: un argomento importante e attuale, ma che qui non riesce a distinguersi con uno sguardo originale o memorabile. Mi sarebbe piaciuto vedere una maggiore attenzione alle sfumature e ai dettagli che rendono un’esperienza migratoria unica, ma il racconto resta purtroppo prevedibile e poco incisivo.
✨ Consigliato a chi cerca una lettura semplice sul tema dell’emigrazione. Personalmente, ho sentito la mancanza di quella profondità che rende una storia veramente indimenticabile.