209 d.C. Quando, dopo una lunga traversata dell'oceano, il tribuno Marco Terenzio Massimo sbarca con la sua coorte di classiari sulla banchina del porto indiano di Nelkinde, ha ormai compreso che la missione affidatagli dall'imperatore Settimio Severo, volta a dar concreta prova al maharajah del regno Pandya dell'amicizia di Roma, non sarà di pura rappresentanza. Durante uno scalo sulla costa araba, ha appreso che il regno è stato assalito dai rajah confinanti, intenzionati a trarre profitto dall'inesperienza del suo giovane sovrano, Nedunj Cheliyan. Appena toccato il suolo indiano, dunque, la coorte romana si trova in guerra. Ogni passo che Massimo e i suoi classiari muoveranno sulle impervie piste che dalla costa del Malabar conducono alla capitale pandya li trascinerà in una successione di furibonde battaglie, contro nemici del tutto nuovi e temibili. Nel contempo, Nedunj Cheliyan sembra sul punto di essere sopraffatto dai troppi nemici, e nel suo stesso palazzo qualcuno prepara il tradimento. Difficilmente il suo coraggio e la ferma determinazione della sua sposa, la bella e risoluta Satyavati, basterebbero per salvare il suo regno, se egli non potesse contare sul soccorso dei soldati romani e sulla fedeltà della sua guardia personale: uomini duri, avventurieri ormai senza patria, che tuttavia sapranno mettere a rischio le loro vite per tener fede al loro giuramento, nel solco di una tradizione di tenacia e onore che ancora li lega a Roma.
Abbastasnza indeciso tra il 2 e il 3. La trama è lineare anche se un po' scontata alla fine; un grosso problema sono i protagonisti (due o tre non è ben chiaro alla fine quanto fossero i "centurioni" intesi come protagonista dall'autore): abbastanza anonimo fino alla fine. Di buono ci sono almeno due grosse battaglie ben narrate e diversi altri scontri e scene d'azioni.
Lo stile di Cervo è senza dubbio vecchissimo (chi vi scrive è suo lettore dalla primissima ora). Il narratore è saldamente onnisciente e il raccontato sovrabbonda. In sé non sarebbe neanche male, il problema è la sostanziale presentazione di troppe cose in questo modo.
Un mezzo punto per lo scenario esotico, senza dubbio, e per aver mostrato certe differenze culturali tra romani e indiani.