Mistero infinito
“Io scrivo, scrivo, scrivo/e non arrivo a nulla, a nessuno;/le parole di me hanno paura/come colombe, crepitano sorde,/si radicano al loro grumo scuro,/prevalgono con scrupolo finissimo/sull'innegabile stupore:/ben più dell'imprecisa scritta ombra/m'importa più d'amarti”.
“Escribo, escribo, escribo/y non conduzco a nada, a nadie;/las palabras se espantan de mí/como palomas, sordamente crepitan,/arraigan en su terrón oscuro,/ se prevalecen con escrúpulo fino/del innegable escándalo:/por sobre la imprecisa escrita sombra/me importa más amarte”.
Ida Vitale è una poetessa uruguaiana colta e ricercata, autrice di versi metaforici e esatti, mai criptici ma spesso aperti al simbolo e al molteplice. Ha ricevuto il prestigioso premio Cervantes, è stata traduttrice di letteratura italiana e ha origini italiane; viene considerata un'appartenente alla “Generación del 45” e la sua lirica è influenzata da Jimenez e da Paz, il quale fu anche suo contatto stretto e collaboratore nell'esilio messicano. Tratti fondamentali della sua poetica sono la sensibilità e l'empatia verso il mondo naturale.
La poesia di Ida Vitale sembra nutrirsi del silenzio del mondo. Cerca un vuoto fragoroso al centro della bellezza e della speranza, terribile seme, infinito turbamento. Dentro questo vivere quotidiano non c'è senso, solo la polvere del tempo, cenere residua. Le parole di Vitale sono sospese nell'oblio, si aggirano lente nella nebbia e nell'attesa, nostre tristissime sorelle. La solitudine del poeta per lei va accettata senza discrezione, anche quando non dia in alcun modo frutto, solo per essere istante senza caos. La poetessa canta il buio, il non essere, il fondo del pozzo del tempo, e insieme, prima di essere perduta e inghiottita, essere principio e dono di madre, di nonna, gemma e oceano, origine oscura ma brillante. Il fare versi è l'unica attività dove l'anima ancora si avviva. Il poeta non può che arrendersi alla secca corteccia del mondo, luogo privo di nitore e di chiarità, cosiddetta vita.
“Quella te stessa che appena hai sfiorato,/che non potrà mai essere,/in quel poco che resta,/quel che avrebbe voluto/e una somma di istanti sbreccati/della vita ha disgiunto/dai senza dubbio sogni:/cos'è in questa incertezza?/Cifre non più: candori/ed epidermide più o meno esposta./Un silenzio di grotta/sotto il bosco stridente./Sognavi di quel chiaro affatturato/proprio nel centro del groviglio oscuro,/le tracce intatte e le guide/e l'atrio tutto luce./Quello dal quale si tornava/al principio,/alla intatta voce./Alla felice, insensata certezza”.
“La tú misma con la que te rozaste,/la que no podrà llegar a ser/en lo poco que queda,/la que quiso haber sido/y una suma de instantes astillados/de la vida apartaron/de los sin duda sueños:/¿cual cierta entre lo incierto?/Ya no claves: candores/y epidermis más o menos expuesta./ Y un silencio de gruta/bajo el bosque estridente./Soñabas en el claro embrujado/en el centro de lo enredado oscuro,/e las señas intactas y la guías/y el portal todo luz./Ése por donde se volvía/al comienzo,/ a la voz sin fractura./A la feliz, irracional certeza”.