Ci sono eventi che non puoi controllare e che, da un giorno all’altro, possono sconvolgerti la vita, lasciandoti senza fiato. È quello che accade a Cecilia, una giovane donna che si trova ad affrontare la malattia della madre e ad assisterla nel suo calvario ospedaliero. Un percorso regolato da precise leggi di sterilità: mettere la mascherina, infilare i calzari, disinfettarsi le mani, evitare la contaminazione. Quando tutto ciò finisce Cecilia intuisce, in maniera quasi casuale, che lei stessa ha bisogno di altre regole, ed è il suo corpo che glielo richiede. Comincia così un percorso di esplorazione sessuale che è anche la scoperta di una comunità, quella BDSM, dove vigono parametri precisi (richieste di gioco, limiti da travalicare, safeword) e nuovi strumenti (frustini, corde, collari). Senza respiro è un esordio potente e del tutto anomalo, diviso in due parti tanto differenti da lasciare quasi sbigottito il lettore. Una storia nella quale il sesso diventa un inedito strumento di elaborazione del lutto, da affrontare con lucidità e determinazione. Un romanzo sul controllo: del proprio fiato, del proprio piacere, della propria vita. Per farci capire che esistono molti modi, a volte anche impensabili, per arrivare alla propria rinascita.
Affrontare argomenti di cui poco si parla non è facile. Raffaella Mottana, con il suo esordio, si carica sulle spalle un grande compito: farsi portavoce di un modo sotterraneo di esplorare la sessualità.
Cecilia, quando la madre si ammala, studia all’università. Cerca di conciliare le visite all’ospedale con gli studi, i viaggi, mantenendosi in bilico tra due vite opposte. Poi, il lutto. Come si sopravvive a una perdita tanto grande? Cosa viene dopo?
Per Cecilia inizia un periodo fatto di vuoti da colmare, di vuoti che annientano; per lei, in tutto questo, un’epifania: in intimità col proprio ragazzo capisce che ci sono sensazioni che non vuole smettere di provare. È questo che la conduce al BDSM, questo che la porterà a riconoscersi nel modo di giocare e creare una casa dei ragazzi del gruppo con cui comincia a esplorare.
Cecilia scopre un mondo fatto di parole in codice, di tentativi, di limiti e di corporeità; un mondo che rispetta e che esplora, che sfida e che lascia indietro il giudizio. Ma Cecilia ci è arrivata per un motivo, al BDSM, e sarà proprio alla ricerca di un attimo che le tolga il respiro a definire le sue scelte. Perché quello che ha visto in quel letto d’ospedale Cecilia non riesce a toglierselo dalla testa.
Scrittura votata all’immagine e all’azione, quella di Mottana; non un pensiero, non un’emozione. Veloce e fluida fino alla frenesia, complice il tempo verbale scelto, e minuziosa nei gesti. Pregio e difetto, a mio parere: il BDSM arriva troppo in fretta, difficile capire cosa provi Cecilia, se ne sia un minimo spaventata.
La prima parte devastante, arriva come un pugno. La seconda, invece, sarà che ho percepito violenza gratuita mascherata da gioco, mi ha dato fastidio. Il BDSM non lo conoscevo, e adesso ne so un pochino di più. Ma brutto, davvero, come uno dei protagonisti tratta Cecilia. È davvero solo un gioco?
Mi piace esplorare altri modi di stare al mondo. Per il gusto di conoscere, con curiosità bambina. Mi è piaciuto molto imparare, anche se il mondo raccontato non mi è proprio.
2.75 non è brutto è sconclusionato. tra l altro se dovete parlare di BDSM per favore informatevi meglio su cos'è e sulle dinamiche in quanto il modo in cui è trattato è veramente ridicolo.
Lo stile dell'autrice è scorrevole, d'impatto, diretto e cadenzato. Personalmente non amo le storie di malattia e nemmeno le storie di bdsm, le prime sono facili ricettacoli di empatia, mentre le seconde rischiano di romanticizzare situazioni che, per le persone in carne e ossa, possono essere davvero rischiose e complicate. A volte ho sentito la protagonista molto distante e alcune parti le ho trovate un po' approssimate. Leggerò comunque altro dell'autrice, che ho avuto la fortuna di conoscere e a cui auguro tante soddisfazioni
Per parlare di bdsm nel 2022 e risultare originale significa avere veramente qualcosa di nuovo da dire e non è questo il caso. La contrapposizione con la morte è uno spunto interessante ma purtroppo non è stato ben sviluppato. L’asetticità del romanzo è tangibile ma mi ha fatta sentire solo estranea alla lettura e per nulla coinvolta. Ps: non ho mai letto così tante volte “scrollare le spalle”.
Non ne ho capito il senso. Questo libro mi sembra voglia mostrare soltanto una pornografia del lutto fine a sé stessa. Ci sono scene che mi hanno triggerata, non credo per mia sensibilità, per mio limite di comprensione, ma proprio perché non hanno una logica, è pura perversione che resta in superficie. La protagonista si addentra nel mondo BDSM dopo aver subito una perdita pesante, ma non ne viene spiegato il motivo in modo dettagliato, non vengono delineate le dinamiche. Per tutto il tempo ho sperato di intravedere un barlume di psicologia dietro a dei comportamenti discutibilmente ribelli, ma purtroppo, ahimè, rimarrò con il beneficio-maleficio del dubbio. Il libro si divide in due parti nette: c’è il lutto e c’è il mondo del sesso e questo passaggio repentino tra i due mondi l’ho trovato insignificante e quasi offensivo nei confronti di chi possa aver subito una perdita grave che può vedere accostato il dolore derivante dal lutto a una voglia di soffrire sessuale, che sinceramente mi ha fatto sentire sporca e ho provato schifo e nausea - ma ripeto, non perché la tematica in sé mi turbi, perché altrimenti sarei stata stupida a scegliere questo libro - ma proprio per il modo di trattare il tutto: insulso, insignificante, privo di scopo. È un libro che dimenticherò presto e che non mi ha lasciato nulla.
Per me questo libro è formato da due libri diversi: un libro dove muore la madre e un libro dove la protagonista entra nel mondo del BSDM. Ho trovato queste parti molto sconnesse fra loro, non si capisce bene cosa spinga la ragazza a interessarsi a queste pratiche sessuali dopo la morte della madre.
“Senza respiro” di Raffaella Mottana, libro vincitore nel 2023 del Premio Opera Prima (POP) e prima pubblicazione della casa editrice @accento, è uno spettacolo teatrale drammatico in due atti.
Nella 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 Cecilia, protagonista poco più che ventenne, affronta insieme alla sua famiglia la malattia della madre. La sua quotidianità è scandita dalle telefonate fatte alla madre e al padre ma soprattutto dalle visite in ospedale che diventano per lei un rituale ripetitivo e ossessivo di disinfezione, fatto di precise regole da rispettare. Tutto si ripete, tutto è uguale al giorno precedente. Anche quando riesce ad andare in vacanza qualche giorno con la zia, la mente di Cecilia è in quell’ospedale senza colore, senza sapore e senza tempo. Fino a quel fatidico giorno in cui la madre esala l’ultimo respiro.
Nella 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 Cecilia affronta la difficile e delicata fase dell’elaborazione del lutto, e lo fa a modo suo, cercando nel dolore fisico associato al sesso una via di fuga dalla realtà. Inizia a frequentare il mondo BDSM e con lui le persone di cui ne fanno parte, instaurando con uno di loro, Tommaso, un legame molto particolare. In questo nuovo mondo, dove il dolore è associato al piacere, tutto è concesso, a patto che si usino le safe word durante i così detti “giochi”. Cecilia troverà nella pratica del breath play (asfissia erotica) un modo per disconnettersi dal suo corpo, dalla sua mente, da quel dolore dato dal lutto che già da tempo non la faceva più respirare.
Il passaggio dalla prima alla seconda parte avviene di netto, lasciando il lettore completamente spiazzato mentre l’epilogo è qualcosa di perfetto. Il cerchio si chiude, arriva l’apice del dramma, quella voglia di capire cosa si prova a non respirare più, per purificarsi, per rinascere. Cala il sipario.
Quella raccontata da Raffaella Mottana in questo suo esordio audace e intelligente, è una storia di morte e di rinascita durante la quale il dolore si fa strazio e piacere allo stesso tempo.
La scrittura è lucida e diretta, fredda e controllata così come dev’essere Cecilia per poter elaborare il suo dolore. Durante la lettura è impossibile non provare tutto quello che prova la protagonista: rabbia, solitudine, dolore e si, anche piacere. Si vive un’esperienza totalizzante, e alla fine si rimane davvero senza fiato.
Tempo di lettura: non perdete tempo a leggerlo Cosa vi serve: un altro libro
Quando andate in un ristorante prendete solo il menu oppure siete lì anche per mangiare ciò che avete ordinato? Io direi la seconda. Bene, leggendo questo libro è come se vi fermiate alla prima. Scorrerete velocemente ogni pagina in attesa di capire quando il libro inizi davvero. Ammetto di non averlo finito, o almeno non in modo canonico, perché ho sfogliato qua e là le pagine dalla 130 in poi, ma il registro rimane lo stesso. La storia è narrata in terza persona ed è come se la scrittrice ci racconti le vicende di Cecilia senza mai veramente farci immedesimare in lei. Frugalmente colpita dalla morte della madre, con scarsa descrizione di un momento così drammatico, Cecilia, non si sa come, si ritrova con un ragazzo che le mette una mano sul collo (si, c’è scritto collo e non gola e ci ho messo un po’ per capire che cosa le avesse fatto) ed ha un’epifania sadomaso da cui lei da lì in poi entra con nonchalance nella scena kinky milanese. Fra un ape e un eventino a casa, vengono snocciolati in maniera asettica giochi erotici vari che causano nel lettore la stessa empatia che può suscitare un…boh, niente mi ha mai suscitato meno empatia! Nemmeno i rapporti interumani extra erotici sono più interessanti, né quelli familiari né quelli amicali.
Un libro che puoi vivere in due modi: medaglia o sfera. Come una medaglia con le sue due facce in opposizione o come una sfera, forma che mette in continuità lato esposto e lato oscuro.
Versione medaglia. Lato uno: Cecilia è una studentessa milanese che affronta il dramma della malattia della mamma. Si ammala e muore - Cecilia odia gli eufemismi come “se n’è andata” - sotto i suoi occhi. Lato due: Cecilia ascolta il proprio corpo, le sue esigenze, e si avvicina al mondo del BSDM.
Versione sfera. Cecilia è una ragazza che soffre enormemente. Nessuna opposizione, nessun contrasto, ha tutto perfettamente senso: il dolore della mente lo può realizzare solo se prende forma sul proprio corpo. Troppo semplicistico definirla come una ragazza ambivalente. Lei è sempre se stessa, lei ha un invidiabile senso della realtà.
Ho amato lo stile narrativo: il punto di vista esterno, freddo, logico e razionale. Quanto potere ha la parola ordinata che descrive una situazione che è quasi inspiegabile? L’oggettivo che spiega il soggettivo di Carver.
Mi ha ricordato il più recente “L’Anniversario” di Andrea Bajani. Quindi se ti è piaciuto uno, consigliatissimo l’altro.
(Non iniziamo coi paragoni tra autorə, io parlo di atmosfera, metodo e messaggio. Questo è l’esordio dell’autrice e gli altri che ho citato sono colonne.)
Mi riesce veramente difficile dare un voto a questo romanzo. Forse avrò bisogno di un po’ di tempo per digerirlo. Chiunque ha già parlato della divisione della storia, due parti che forse sembrano forzatamente dissonanti. Ho preferito molto di più la prima che la seconda dove la scrittura asettica e chirurgica riesce ad esprimere bene il disorientamento davanti ad una sofferenza così grande come perdere un genitore. Nella seconda avrei preferito un po’ più di intensità ed empatia, a tratti l’ho trovata un po’ superficiale e anche respingente, invece di “farmi appassionare”” a questo mondo, mi sono ritrovata dal lato opposto. Resta il fatto che ci sono delle intuizioni che mi sono piaciute molto, come ad esempio la scena finale che ho trovato coerente e forse il momento in cui ho capito di cosa effettivamente volesse parlare l’autrice. In generale alcune cose mi sono piaciute moltissimo e altre molto meno
Un libro che mi ha meravigliato, il testo raccontando la scoperta della malattia che ha colpito la madre di Cecilia, e da qui si analizzano e affrontano tutte le sofferenze, emozioni e sentimenti che manifesta Cecilia nel vedere sua madre giorno dopo giorno peggiorare in un letto di ospedale. La ragazza si ritrova a dover affrontare il lutto più doloroso per una figlia, la perdita della propria madre, il che crea un vuoto enorme e spesso che volentieri questo porta a un vero e proprio cambiamento della persona stessa. Al termine della prima parte ci si aspetta un elaborazione del lutto colma di sofferenza e abbandono, ma non è il caso di Cecilia che nell’elaborarlo decide di “avvicinarsi” al mondo BDSM il che le permette in determinati momenti e azioni di evadere dalla realtà e ritrovarsi in un mondo sicuro per lei. La scrittura di Raffaella una grandissima scoperta, riesce a intrecciare nel racconto delle realtà completamente opposte e racchiuderle in un romanzo strepitoso.
le due parti sembrano due libri diversi. Ammetto di aver scelto di comprarlo per le tematiche e per come pensavo che il lutto si intrecciasse al BDSM. L'operazione, secondo me, è riuscita per metà. Una buona opera prima, sarei curiosa di leggere il resto dell'autrice, appena pubblicherà altro. Ancora devo ragionare se mi sia piaciuto fino in fondo oppure no. Riesco a darmi una spiegazione delle scelte stilistiche dell'autrice fino a un certo punto. L'asetticità dell'ospedale, quel senso di freddezza e di dissociazione che permea tutta la seconda parte si sposa perfettamente con il dolore sordo e profondo della prima. A tratti però mi è sembrato tutto troppo distante: era molto difficile capire la protagonista, così come i personaggi che le ruotavano intorno. Anche solo per la freschezza della prosa e per la rapidità con cui si legge, vale la pena dargli una possibilità.
Mi aspettavo qualcosa di diverso. Non appartengo a quella comunità, ma mi è sembrato che le tematiche BDSM siano state trattate in modo superficiale. Avrei voluto assistere a una maturazione della protagonista anche attraverso l'esplorazione di queste pratiche, invece dal punto di vista emotivo rimane identica alla persona che era all'inizio. Anche la scena finale, che avrebbe dovuto essere un momento catartico, l'ho trovata forzata e fine a sé stessa perché non si rispecchia in una effettiva crescita della personaggia. Credo che l'asetticità della scrittura fosse una scelta stilistica consapevole, ma non mi ha convinto: la terza persona presente è un punto di vista difficile e in questo caso non mi sembra che abbia funzionato. Comunque non è un brutto libro; probabilmente non era per me.
Dietro a una storia diversa che si presenta con un veloce twist c’è una scrittura ancora acerba e poco profonda, ma per essere un esordio è un libro che merita la lettura e la cinquina del Premio Opera Prima (POP). Mi sono piaciute alcune parti descrittive e pochi dialoghi, mentre c’è da lavorare sulla profondità dei personaggi e sulla struttura narrativa; in ogni caso leggerei altro dell’autrice.
Un libro tosto, sull'elaborazione del lutto in maniera non convenzionale. Non consiglio ai deboli di cuore. Però è un gran bel libro, che rischia e turba e fa male - plus, è scritto pure benissimo. Va capito, e digerito, ma alla fine lascia una bella sensazione di rinascita.
La prima parte, fino a metà libro è stata una descrizione di ciò che è il lutto, in parte mi ha detto qualcosa; poi dalla seconda per me è stato disturbante quasi sempre.
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Il primo elemento che colpisce di Senza respiro è l’enorme distacco tra le due parti che compongono il libro. Nella prima, dedicata alla malattia della madre, l’atmosfera si dipana tra i ricordi dell’infanzia, del mare e dei momenti passati con lei, alla narrazione asettica dell’ospedale. Di mani lavate, di odore di disinfettante, di ultime parole e di rassegnazione davanti a uno squarcio di cielo intravisto dalla finestra. Cecilia rifiuta ogni prospettiva di futuro, concentrata sul presente e sul passato. Non pensa che ad accudire la madre, si rifugia nei ricordi, e prova quasi repulsione all’idea di iscriversi a un corso di fotografia o riprendere l’università.
La seconda parte, invece, è incentrata sulla scoperta casuale del breath play, l’input che spinge Cecilia a recarsi per la prima volta a un munch, l’aperitivo BDSM di Milano in cui entra in contatto con un gruppo di ragazzi che si riuniscono dopo per giocare assieme. Tra loro, Tommaso, con cui si spinge a fare giochi più pericolosi e con cui sembra recuperare una dimensione di stabilità. Anche se ci si aspetta un mutamento di ritmo rispetto alla prima parte, questo non cambia: l’asetticità della percezione di Cecilia trascina il lettore nel suo distacco emotivo dalla vita, almeno finché qualcosa in lei non si risveglia.
Questo gioco dicotomico si estende nei vari elementi della narrazione: le atmosfere rilassanti e vivide del mare si legano alla sterilità mortifera dell’ospedale; la sicurezza dell’ambiente BDSM si contrappone al desiderio di Cecilia di perdere del tutto il controllo, anche a discapito della propria sicurezza. L’intera trama di Senza respiro gioca proprio sull’asimmetria e sul bisogno di abbandonarsi, di affidarsi, in qualche modo, a un elemento esterno dopo che la morte ha portato via l’unico pilastro solido della propria esistenza.
Senza respiro di Raffaella Mottana purtroppo non è riuscito a coinvolgermi né a convincermi, né sul piano narrativo né su quello stilistico. L’idea di partenza poteva forse avere del potenziale, ma lo sviluppo risulta confuso, scollegato e privo di una direzione chiara. La trama fatica a decollare e i personaggi non riescono a suscitare empatia o interesse: sembrano più abbozzati che realmente costruiti.
Lo stile di scrittura, anziché valorizzare la narrazione, finisce per appesantirla. Spesso pretenzioso, a tratti ridondante, non aggiunge profondità ma sembra più interessato a impressionare che a comunicare. Le metafore si accavallano, i dialoghi suonano innaturali e il ritmo è disomogeneo: momenti lenti e ripetitivi si alternano a passaggi forzatamente drammatici, ma senza un vero impatto emotivo.
Anche i temi che il libro cerca di toccare – che pure avrebbero potuto essere potenti – restano vaghi, sfiorati senza vera introspezione. Alla fine, mi è rimasta la sensazione di aver letto qualcosa di incompleto, più intento a creare atmosfera che a raccontare una storia solida.
Un’esperienza deludente, che mi ha lasciato più perplesso che coinvolto. Peccato, perché le premesse c’erano. Ma a mio avviso, Senza respiro resta un’occasione mancata.