Tre racconti, un uomo, Pietro Vella, sua moglie Nadia, sua figlia Emma e la sua alunna migliore, che poi diventerà una scienziata affermata, Teresa.
Un uomo dal bell'aspetto, che ha una storia con la sua studentessa modello, dopo il diploma di lei, una storia di amore-odio, che per poter essere governata, occorre frapporre tra i due una distanza oceanica.
L'amore di Pietro e Nadia: un amore durato una vita, in cui però non c'è mai l'abbandono vero e tra i due c'è sempre lo spazio necessario per accogliere il risentimento (di lei), le frustrazioni (di entrambi), e l'ombra di Teresa.
L'amore di Pietro ed Emma: quello che ci può essere tra padre e figlia, l'adulazione completa della figlia, per questo padre che tanto aveva fatto per la scuola. Un'adulazione ingombrante che incide sui suoi due matrimoni, sulle sue relazioni sentimentali.
E Pietro, infine, con la costruzione certosina dell'impalcatura che non lo fa aderire pienamente a se stesso, solo Teresa è riuscita a smontarla e per questo lui si è sempre ostinato a tenerla a distanza, a tenerla a bada e a etichettarla con un "donna dal carattere difficile". Teresa, la donna con la quale Pietro stringe un matrimonio "etico": se uno dei due avesse tradito la fiducia dell'altro, allora questo sarebbe stato autorizzato a svelare a tutti le confidenze turpi, rivelate nei momenti di intimità e custodite nel tempo.
"Gli dirò, a fine giornata: esperimento riuscito, la vita è finita, siamo al sicuro. E aggiungerò per prenderlo in giro: non è la pedagogia dell'affetto che ci migliora, ma la pedagogia dello spavento.
[...] Poi mi sono tornati in mente certi momenti rarissimi di Pietro [...] Erano attimi che sembravano belli, lui con il viso assorto, la bocca socchiusa, gli occhi rivolti a qualcosa di invisibile mentre si ravviava i capelli passandoci le dita. Finché mi accorgevo che qualcosa di veramente repellente lo stava attraversando tutto come uno spasmo insopportabile del sistema nervoso. Io ritraevo subito lo sguardo inorridita, lui no, seguitava ancora per un attimo a guardarsi come se si avesse davanti agli occhi. Certe volte gli chiedevo: Pietro, che c'è? Mi dava spiegazioni volenterose e autoironiche.
È il malessere delle origini [.]
è il malessere delle capacità insufficienti [.]
è il malessere della degradazione dei ruoli [.]
è il malessere del corpo ben fatto [.]
è il malessere della violenza che ha imparato a nascondersi nelle parole."
Siamo creature fragili, che a volte siamo ossessionati dalla falsa idea di perfezione: e non appena qualcuno prova a smontarla, gli affiabbiamo l'etichetta di "pericoloso". Questo libro è un invito a riflettere, a tenere lo sguardo su noi stessi il più possibile pulito: "Lo sguardo degli altri è la nostra ossessione, la nostra gratificazione, la misura della nostra inadeguatezza. Siamo disposti a perderci, curvando la vita intera, pur di somigliare al nostro profilo migliore. È allora che diventiamo pericolosi: quando diamo il meglio, ben sapendo che il peggio si nasconde poco lontano."
Tra 3 e 4 stelle.