Il primo incarico di Massimo Ammaniti al Reparto dei minori irrecuperabili dell’Ospedale Psichiatrico Santa Maria della Pietà a Roma durò un giorno. L’orrore dei bambini che lì erano rinchiusi – confinati nelle sorveglianze, spesso seminudi, legati ai letti o ai termosifoni, abbandonati dalle famiglie – fu tale da essere insostenibile. Tornò sei anni dopo, nel 1972, per ridare a quei bambini, considerati irrecuperabili, una vita dignitosa. In due anni intensi e drammatici combatté giorno per giorno, con avveduta caparbietà, per cambiare abitudini, regole, comportamenti, spazi. Per rivestire i bambini, aiutarli a riscoprire il corpo, a riconoscere il loro nome. Per aprire i cancelli e far entrare il mondo. Fu una piccola grande rivoluzione, che si inseriva allora in un movimento più ampio di critica alle istituzioni manicomiali: sono gli anni dell’antipsichiatria, anni di grandi passioni che portarono Ammaniti vicino ai maestri Bollea e Basaglia, e poi su strade nuove e diverse, preferendo all’attivismo la ricerca e la cura. In queste pagine Ammaniti connette l’esperienza professionale alla sua vita personale e familiare, aprendosi al dolore di una ferita – una perdita – che è stata anche il movente dei suoi studi, della sua carriera, di una vita intera spesa ad aiutare i più piccoli.
Solo parte del libro è strettamente legata all'esperienza dell'autore nel Padiglione 8. Si tratta più di un racconto della crescita personale dell'autore contestualmente alla storia della psichiatria e delle istituzioni psichiatriche in Italia. Fatta questa precisazione...un buon libro, molto interessante.
Scorrevole e delicato nonostante i temi trattati e i tanti riferimenti molto colti e stimolanti per chi è del settore. Un racconto/autobiografia da leggere, che ci ricorda che le cose si possono cambiare, un pezzetto alla volta.
Deludente. Il sottotitolo recita "i miei anni tra i bambini del padiglione 8", ma più di metà del libro è un'autobiografia. Dei bambini non si dice quasi niente, né delle loro condizioni reali, descritte in maniera sommaria e ripetendo continuamente che fossero inaccettabili senza entrare nei particolari. Nonostante la prosa sia molto scorrevole e di piacevole lettura, alla fine ci si sente palesemente ingannati da quello che promettono il titolo e la quarta di copertina.
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Memoria autobiografica dell' autore Massimo Ammaniti, psichiatra infantile e psicanalista.
Nel testo é presente una forte rivoluzione contro le istituzioni per permettere ai giovani con problemi psichici e disabilità di aprirgli le porte del mondo.
Passoscuro è un libro di forte valore civile e umano, raccontando quanto un gesto semplice — come un viaggio al mare — possa restituire dignità e identità.
Ammaniti fu vicino a Basaglia, ed evidenzia il bisogno di mettere “la persona al centro” contro l’odio istituzionale nei manicomi.
L'autore del libro ripercorre la sua carriera e gli anni del suo impegno nella neuropsichiatria infantile. Ho trovato la lettura interessante, una prospettiva storica ma personale sull'evoluzione culturale e sull'approccio sociale alla disabilità
Uno spaccato tra storia e autobiografia. Uno squarcio di storia tutta italiana che è stata cancellata dalle normative ma non dai ricordi di chi ha vissuto quel periodo e dalla cultura ancora stigmatizzante nei confronti della malattia mentale. Da leggere e da approfondirne il tema.
Seguace non acritico di Basaglia, Ammaniti (padre di Niccolò) racconta la psichiatria infantile di 60 anni fa, la sua esperienza biennale con i bambini reclusi nel Padiglione 8, gli sforzi per migliorare le cose. Appassionante ma, nella mia opinione, troppo autoreferenziale.