La storia delle donne italiane ha nella Resistenza e nell’esperienza della guerra partigiana uno dei suoi punti nodali, forse il più importante. Benedetta Tobagi la ricostruisce facendo ricorso a tutti i suoi talenti: quello di storica, di intellettuale civile, di scrittrice. La Resistenza delle donne è prima di tutto un libro di storie, di traiettorie esistenziali, di tragedie, di speranze e rinascite, di vite. Da quella della «brava moglie» che decide di imbracciare le armi per affermare un’identità che vada oltre le etichette, alla ragazza che cerca (e trova) il riscatto da un’esistenza di miseria e violenza, da chi nell’aiuto ai combattenti vive una sorta di inedita maternità, a chi nella guerra cerca vendetta e chi invece si sente impegnata in una «guerra alla guerra», dalle studentesse che si imbarcano in una grande avventura (inclusa un’inedita libertà nel vivere il proprio corpo e a volte persino il sesso), alle lavoratrici per cui la lotta al fascismo è la naturale prosecuzione della lotta di classe. Tobagi racconta queste storie facendo parlare le fotografie che ha incontrato in decine di archivi storici. Ne viene fuori quasi un album di famiglia della Repubblica, ma in cui sono rimesse al loro posto le pagine strappate, o sminuite: le pagine che vedono protagoniste le donne. Un libro che possiede il rigore della ricostruzione storica, ma anche una straordinaria passione civile che fa muovere le vicende raccontate sullo sfondo dei problemi di oggi: qual è il ruolo delle donne, come affermare la propria identità in una società patriarcale, qual è l’intersezione tra libertà politiche, di classe e di genere, qual è il rapporto tra resistenza civile e armata, tra la scelta, o la necessità, di combattere e il desiderio di pace?
Sono piuttosto tiepida nei confronti di questo libro, nonostante l'argomento trattato mi interessi particolarmente.
In prima battuta, non ho capito perché abbia vinto il premio Campitello, dato che tale premio dovrebbe essere assegnato ad un'opera narrativa o ad una raccolta di racconti e il libro di Tobagi, di fatto, è un saggio.
In secondo luogo, non è ciò che mi aspettavo, vale a dire una serie di racconti ispirati a storie vere, strutturati in maniera narrativa, non un saggio storico - politico il cui stile narrativo mi ha ricordato una chiacchierata da sala da te, con porzioni descritte a spizzichi e bocconi. Un po' come se ne fosse stato colto un pezzo qua e uno là e lo stessi a mia volta raccontando ad un'amica, in una sorta di pettegolezzo. Non ha l'aspetto di un libro-intervista, non è nemmeno un saggio in senso stretto.
Il linguaggio usato, in generale non è nelle mie corde. Forse si è cercato uno stile narrativo svecchiante, ma non l'ho apprezzato per niente.
Definire una persona "quella con la madre tremenda" e ripeterlo a più riprese nel corso delle pagine, mi ha fatto venire voglia di chiudere il libro e abbandonarlo (tanto per fare un esempio). La prima metà abbondante l'ho trovata noiosa e difficile da portare avanti.
Bisogna, sicuramente, riconoscere a Tobagi un grande e paziente lavoro di ricerca e studio, oltre all'impegno riversato nel portare alla luce una parte della storia troppo spesso ignorata.
Ho apprezzato molto anche l'accuratezza della bibliografia, che ha contribuito ad allungare la mia lista di libri da leggere.
Un plauso particolare alla raccolta fotografica selezionata, vera perla di questo volume.
Riconosco a questo libro il merito di portare a riflettere su tutto ciò che ha significato l'apporto di ciascuna delle donne coinvolte nella storia del nostro paese, che sono parte integrante del nostro background, sulle sofferenze causate dalle guerre e sulla facilità con cui, a guerra finita, si sia finto che il loro contributo sia stato pressoché nullo, pretendendo di rinchiudere tutte nuovamente negli stretti confini della vita domestica, di accudimento e cura.
Ho zii e nonni morti cercando di contrastare il fascismo, ma fino ad ora tutto ciò mi sembrava molto astratto. Non ho mai conosciuto i miei nonni, non sono mai riuscita a chiedere a nessuno come fossero veramente quegli anni, ma Benedetta Tobagi è riuscita a darmi le spiegazioni che volevo. Lei ha dato voce alla parte meno visibile del fenomeno partigiano; alle donne. Ne “La resistenza delle donne” non racconta solamente le storie delle donne partigiane, ci fa vivere le loro storie, le loro sofferenze e tutti i marchi che si sono portate dietro. Riesce a fare uno squarcio nella storia per farci stare con loro, queste donne che per amore della patria e degli uomini hanno combattuto. Queste donne che cercavano giustizia e invece hanno trovato solo violenza. Donne che hanno sofferto il doppio per stereotipi e pregiudizi. Ma anche donne forti, che hanno dato la vita per la normalità che in tempi di guerra sembrava inaccessibile. È un libro estremamente femminista, che mostra come anche sotto il regime fascista, le donne si sono fatte valere ed erano uguali agli uomini. Nella quarta di copertina c’è scritto “E tu ora cosa farai? Come raccoglierai questa eredità?”, non so dare una vera risposta se non che non mi vergognerò mai più di essere italiana e continuerò a combattere per ciò in cui credo. Perché questo libro parla di donne a 360°, parla di relazioni omosessuali, di come venivano trattati i gay e le lesbiche… e sento di dovere qualcosa a tutte loro in primis, perché io posso mostrare la mia sessualità ed il mio amore (quasi) liberamente oggi. Loro non potevano. Loro sono morte perché avevano i capelli corti, io li ho portati con orgoglio.
Benedetta Tobagi ha fatto un lavoro eccellente a raccontare la storia delle nostre antenate, la storia delle ribelli che hanno fatto di tutto per la libertà, ed io non posso far altro se non amare questo libro alla follia. Grazie di cuore.
Benedetta Tobagi ha scritto un gran bel libro, molto ben documentato e arricchito da numerose foto, una più bella dell'altra. In alcune di queste foto ho trovato la bellezza, la genuinità e la limpidezza degli sguardi e degli occhi della mia mamma, classe 1924. Una generazione di ragazze che non ha conosciuto la leggerezza della giovinezza perché ha dovuto fare i conti con la miseria, le ristrettezze, la fatica e la crudeltà della guerra. Questo libro, che si basa su una poderosa bibliografia, dà il giusto riconoscimento a tante ragazze che con fatica e orgoglio si sono opposte al fascismo e al nazismo, spesso mosse solo dall'istinto di portare aiuto a uomini sbandati, senza spinta culturale o sociale, che peraltro il ventennio fascista aveva asfaltato. Un aiuto che viene sminuito dai compagni di lotta e ostacolato dalla restante società. Pregiudizi e preconcetti che hanno giocato un ruolo profondo ancora una volta sul corpo delle donne. Tanti fardelli e fatiche in più rispetto al mondo maschile. Un libro che ripercorre, non solo le gesta semplici o eroiche di tante donne, giovani o mature, nella lotta reale ma anche la storia della cultura femminista che nasce proprio dalla resistenza, perché dopo il 25 aprile si è aperta una stagione ancora più dura perché gli uomini, tornati dalla prigionia o dalla lotta partigiana, non hanno voluto per decenni riconoscere il ruolo decisivo che le donne in generale meritavano. Storie atroci e personalità uniche: gigantesche figure che sono rimaste per decenni nell'ombra, disconosciute e oltraggiate anche più volte perché prese in considerazione in minima parte. Grazie per aver tolto il velo alle storie di numerosissime ragazze, donne, madri e compagne che non hanno voltato il viso dall'altra parte. I nostri diritti attuali sono stati raggiunti soprattutto grazie ai loro sacrifici, anche delle loro vite. Dobbiamo a loro il dovere di vigilare su questi diritti e di andare avanti per raggiungere la vera parità di genere soprattutto nella cultura e nella vita reale, e non solo sulla carta.
Parte in maniera troppo aneddotica e un po' noiosa perfino per me che sono appassionata al tema della Resistenza. Il libro decolla solo quando si parla delle cose di cui non si sa mai nulla: le violenze, gli amori, gli stupri e la presa di coscienza di quanto il patriarcato permeasse persino le lotte partigiane.
Ho amato soprattutto la seconda parte, che rivela il malessere delle partigiane, il cui desiderio di affermazione personale deve essere messo da parte quando, con la fine della guerra, si ritorna allo status quo e alle donne si chiede un passo indietro. Si dice alle donne di tornare a fare le madri, le cuoche, gli angeli del focolare e non le protagoniste di una lotta che hanno mostrato di saper combattere e che non si è certo conclusa con la fine della guerra. Il libro ha il merito di dire chiaro e tondo che le "distorsioni retoriche alterano in modo fatale i racconti della partecipazione femminile alla Resistenza che non sono sprofondati nel silenzio, plasmando un ideale dell eroina che ne smussa, quando non censura del tutto, gli aspetti socialmente controversi o inaccettabili".
Non è un romanzo e non ne ho capito la candidatura al premio Campiello, ma è davvero interessante e sono contenta della visibilità che deriverà dalla vittoria.
Argomento decisamente interessante e più che mai necessario in questo momento storico. Lo stile dell’autrice mi lascia tuttavia perplesso: lo trovo confusionario, a tratti farraginoso, spesso prolisso. Questo, l’unico motivo dietro alle tre stelle.
Argomento sicuramente interessante e lavoro encomiabile dell'autrice, ma la resa non mi ha convinto. Le notizie sulle donne della resistenza sembrano abbozzate, come se fossero singole pennellate di un quadro che si intravede ma non si riesce a guardare nel complesso. Infatti le storie delle donne sono tantissime ma si susseguono troppo velocemente perché possano sedimentare.
Argomenti interessantissimi, però non mi è piaciuto molto lo stile eccessivamente retorico della scrittrice, e il suo cercare di modernizzare, attraverso l'uso di vari termini ed immagini pop, storie che secondo me non ne hanno bisogno.
Probabilmente la scelta è data dal voler alleggerire la lettura, ma dato che il titolo del libro è "La resistenza delle donne" in riferimento alla resistenza partigiana, uno dei periodi più duri e complessi dell'Italia unita, chi legge sa già che non si parlerà di Winnie de Pooh. Non c'è bisogno di scherzare e alleggerire e sdrammatizzare su ogni cosa.
Un libro meraviglioso correlato da un apparato fotografico a dir poco emozionante.
A parlare di donne nella Resistenza si scoperchia un vaso di Pandora di vissuti multiformi e Benedetta Tobagi è capacissima di farli emergere tutti. Ci sono le staffette, certo, ma anche le donne che preferiscono l'azione armata e se la guadagnano. Ci sono le donne politicizzate (comuniste, socialiste, sindacaliste) e quelle che la politica non le ha sfiorate mai. Ci sono le cattoliche convinte e quelle che non lo sono, quelle più attaccate alla moralità, alle tradizioni ed agli usi dell'epoca e chi tutte queste cose vuole infrangerle. E tutte convivono. Non sempre con facilità. Ma per tutte c'è posto. Ognuna può far qualcosa. Ognuna fa la sua scelta e scegliendo fa la sua parte. E nessuna di queste parti è piccola, anche se sono loro le prime a crederlo.
Oltre a questo arazzo bellissimo e complesso tra queste pagine ci sono temi spesso taciuti per pudore e difficoltà: sessualità, mestruazioni, le violenze e le torture subite da chi veniva catturata ed imprigionata. Pagine toccanti e intime scritte con precisa delicatezza.
Un libro che non si risolve in queste mie poche righe come non si risolvono tutte le questioni che esprime, tutte le difficoltà che le donne hanno incontrato durante la guerra e soprattutto nel dopoguerra e che ancora ci portiamo dietro.
Mi hanno molto colpita cose che noi oggi diamo per scontato come il semplice gesto del portare i pantaloni e che loro, le donne della resistenza, si sono dovute sudare andando contro a giudizi pesantissimi. È importante guardare le loro foto e sapere cosa c'è dietro, la rivoluzione nelle cose che a noi sembrano banali.
E proprio le foto sono uno dei punti di piú grande interesse di questo libro che offre anche preziose linee guida per distinguere le foto reali del momento e quelle ricostruite dopo, a tavolino, per riprodurre parte di ció che era stato.
Un libro che ho trovato molto bello, molto poco retorico e anzi assolutamente vivo e vitale nel mostrare luci ed ombre di tutto ciò che racconta.
Queste donne meravigliose me le tengo strette nel cuore. Hanno cercato di negarle e dimenticarle e per fortuna non ci sono riusciti.
quando ho iniziato questo libro mi aspettavo un modo diverso di raccontare i fatti accaduti durante la Resistenza, nonostante ciò mi è piaciuto e anche molto! in particolare mi ha conquistato la divisione dei capitoli (con titoli stupendi come "diventare pioggia, diventare tempesta", "uccidere l'angelo del focolare", "tornare alla luce"), le numerosissime foto con delle piccole descrizioni e le frasi dette da donne antifasciste e da staffette. il libro mette più volte in evidenza sia il contributo fondamentale svolto delle donne nel percorso verso la liberazione dal fascismo, sia quanto questo contributo sia stato screditato: da una parte erano giudicate immorali, perché sempre in mezzo agli uomini, (chissà mai che facevano...); dall'altra si pensava non avessero fatto "niente di concreto" in termini di combattimenti e di trasporto armi (ci sono numerose testimonianze che affermano esattamente il contrario). questo libro lo farei leggere a tutti, ma, in particolare, alle donne che non si proclamano apertamente antifasciste; devono pur capire che le partigiane della resistenza hanno contribuito a farci ottenere tutti i diritti di cui disponiamo oggi, come il poter lavorare o il diritto di voto!
Donne che nella Resistenza cercano un riscatto, magari una nuova vita. Uno slancio di ribellione, la possibilità di scoprire se stesse, di avere finalmente una voce.
Molto scorrevole e dettagliato. Pur essendo un saggio riesce a trattare l’argomento senza annoiare, anzi. Ho apprezzato l’approccio storico e come si sia accompagnato a uno più narrativo grazie a tutte le storie e le testimonianze raccolte.
Preziosa la presenza di così tante foto. Peccato solo che, in alcuni punti, possa risultare dispersivo, ma era complesso gestirla diversamente con tutto il lavoro di ricerca che c’è stato dietro. Nell’offrire un quadro per certi versi scanzonato riesce a mostrare non solo la fatica della battaglia ma anche la vertigine della libertà. E penso sia questo il messaggio più importante: non considerare solo il coraggio o la sofferenza, andare oltre la retorica, capire davvero chi erano queste donne e, soprattutto, cosa le spingeva.
Ada Gobetti: "Finita la Resistenza intuivo che incominciava un'altra battaglia, più lunga estenuante e subdola. Si trattava non più di combattere contro violenza crudeltà - facili da individuare e odiare - ma contro abitudini interessi che si sarebbero presto riaffermati, pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose più vaghe sfuggevoli. E si trattava di lottare tra di noi e dentro di noi per chiarire affermare. Per tenerci vive, e faticosamente perseguir la propria luce e vita." Sulla Resistenza delle donne calò il silenzio, ma come disse Nelia Benissone: " quando trovi la tua voce finalmente, come puoi rinunciarci?" Scrive ancora Elsa Oliva: " il mio rimpianto più grande del dopo è di non essere morta prima. Se io ho invidiato qualcuno non ho invidiato i compagni vivi ma quelli morti..che non hanno visto tradire i propri sogni" La fine della Resistenza fu per esse "la fine della trasgressione", "la nostra vita non sarebbe mai più stata così straordinaria".. queste le citazioni e parole di donne arrestate, picchiate, violate, ma immensamente VIVE.
Libro molto bello ed interessante, sotto molteplici aspetti. Il primo, il più ovvio: che si cominci a conoscere anche questa parte della resistenza, così poco narrata anche nelle descrizioni - a volte agiografiche - fatte dalla storiografia ufficiali delle vicende del CNL e delle lotte partigiane. Ma c'è molto di più: fa vedere - come se ce ne fosse bisogno, ma putroppo ce n'è proprio un gran bisogno come le cose non siano poi così cambiate da quasi un secolo a questa parte, nè a destra nè, quello che è peggio, almeno dal mio punto di vista, a sinistra. Le donne nel 2025 come nel 1943 devono ribadire l'ovvio... e lo ribadiremo!
Da laureanda in legge e orfana di padre che ha bisogno di lavorare, Bianca, come molte altre, comincia a indignarsi anche per le pesanti discriminazioni a cui anche le donne, come gli ebrei, sono soggette. Molte professioni, infatti, sono loro precluse, per legge o per consuetudine (a cominciare dall’accesso in magistratura), e in quegli stessi anni il regime limita a un misero 10 per cento le assunzioni di personale di sesso femminile negli uffici pubblici e privati.
Sulle ragazze infatti non grava lo spettro della coscrizione obbligatoria, non devono nascondersi per sfuggire alla scelta impossibile tra essere arruolati coi nazifascisti o finire nei campi di prigionia. Non c’è nulla che le obblighi alla clandestinità, da cui piú breve è il passo verso la Resistenza. Nulla preme a forzare la loro scelta. Potrebbero restare alla finestra, in attesa che la tempesta finisca. Anzi, dovrebbero far cosí, è quel che ci si aspetta da loro: la cultura dominante e la pressione sociale congiurano per tenerle rinchiuse in casa, fare altrimenti è una vergogna e una provocazione, prima che un pericolo.
Emerge qui una sfumatura specifica che contraddistingue l’esperienza delle donne rispetto a quella dei loro compagni. L’8 settembre l’aveva già mostrato con chiarezza agli occhi di tutti: non serve esser madre nel corpo per esserlo in un senso piú ampio e profondo.
Anche la generatività non è solo una faccenda biologica, ma può esprimersi nel lavoro creativo, intellettuale, politico. Dentro e fuori dalle mura di casa, la donna può essere madre occupandosi di creature in carne e ossa, magari figlie e figli non suoi, o di bambini simbolici – un’idea, un libro, un’organizzazione – oppure entrambe le cose. Sono innumerevoli i modi in cui una donna può essere feconda, e persino genitrice della futura società (internazionale o meno). - e se l'avevano capito l'8 settembre 1943, perchè ancora lo dobbiamo ribadire???
Ada storce subito il naso sul nome. «Non mi piace; in primo luogo è troppo lungo; e poi perché “difesa” della donna e “assistenza” ecc.? non sarebbe piú semplice dire “volontarie della libertà” anche per le donne?» commenta. Si capisce lontano un miglio che la denominazione verbosa e pilatesca è stata partorita da uomini comunisti e democristiani preoccupati di non far sollevare il sopracciglio a nessuno. «Coinvolgimento» della donna, non «difesa», sarebbe molto piú appropriato. Se qualcuno ha difeso qualcuno, nelle settimane precedenti, sono state piuttosto le donne a difendere gli uomini, nascondendoli, rivestendoli, nutrendoli e mettendoli in salvo.
E in effetti il passaggio dal «maternage» di massa alla Resistenza coi Gdd per molte donne è una cosa del tutto naturale, perché questi riprendono, su vasta scala e in modo organizzato, tante delle attività già spontaneamente intraprese dalle donne di tutta Italia dopo l’armistizio. Ma i Gruppi fanno molto di piú. La novità piú importante è senza dubbio inquadrare le attività in una solida cornice pedagogica. I Gdd mirano a coinvolgere le donne a partire da ciò che sono abituate a fare, e a pensare di essere – madri e mogli e comunque creature destinate alla cura degli altri – con l’obiettivo di farle partecipare non solo attivamente, ma coscientemente alla Resistenza – recita il primo punto del manifesto
Durante un conflitto, quindi, non è una diminutio essere incaricate dell’«assistenza»: se questa componente mancasse, la guerriglia non potrebbe sopravvivere. Le donne lo sanno bene, e qualcuna osa persino rivendicarlo. «Ai compagni lo dissi chiaro e tondo», racconta Carlotta Buganza, nome di battaglia Gianna, impegnata nel Modenese come il fratello partigiano Cesare: «Tu sei il comandante e puoi rimproverarmi. Però ricordati che io sono venuta qui perché mi hanno mandata. Comunque sappi che tu hai bisogno di me, come hai bisogno di tutto il movimento femminile. Questo sia chiaro, perché voi, senza di noi, non fate niente». Definitiva.
Torna utile esser cresciute in un mondo che chiede loro di essere tutt’al piú un gradevole ornamento, mai di primo piano. In quel momento incarnare i piú triti stereotipi, dalla madre casta alla femme fatale, è una rivincita sul fascismo, un modo di rivoltargli contro i modelli in cui le hanno ingabbiate, che ora rendono i militari ciechi ai loro inganni.
Scegliere se stesse, affermare la propria verità vuol dire molto spesso rompere con la famiglia, con chi si ama, con chi credevamo (o speravamo) ci amasse. Avere il coraggio di liberarsi dalle proprie prigioni costa caro, in termini di solitudine e sensi di colpa – durante la Resistenza e dopo. Anche oggi. Allora la sorellanza diventa fondamentale.
Molte altre invece sono malmenate e poi arrestate. Ma quando le portano in carcere, loro cantano. Cantano inni di lotta e libertà, e le loro voci scavalcano i muri delle celle: «Sebben che siamo donne, paura non abbiamo…»
Comincia allora il lungo, lento cammino che riporta alla luce la Resistenza delle donne, quella vera – ruvida, febbrile e contraddittoria com’è sempre la vita. Un’appassionante avventura storiografica e insieme, per le protagoniste, una faccenda molto personale. Perché trovare la propria voce, talvolta, è una questione di vita o di morte.
Tobagi ci presenta - con stile accattivante ma non retorico, semplice ma non compendioso, esaustivo ma non compilativo - tante e tante storie di liberazione individuale entro la più ampia cornice della Liberazione. Femminismo nella sua radice più pura, allorché la ribellione e la lotta esistenziale di ciascuna si fa momento di avanzamento progressivo verso un nuovo tipo di convivenza civile e sociale. E, dunque, esempio universalizzabile di sprigionamento delle potenzialità inespresse e latenti in ogni soggetto umano che si volga alla ricerca dei tratti più profondi della propria personalità, per stare autenticamente nel mondo.
«Ho conosciuto invece un diffuso protagonismo femminile che, senza nemmeno mai impugnare un’arma, creò un nuovo modo di interpretare la presenza sociale delle donne».
“Dietro un grande uomo c’è una grande donna”: maschilista e misogina, questa frase di ampia diffusione è stata data in pasto al popolo. E si sa, è stata massificata ed è diventata pensiero comune.
Ma le donne sono grandi, non stanno “al di dietro”: le donne hanno fatto la guerra al pari degli uomini. Le donne hanno fatto la Resistenza. L’hanno fatta le casalinghe, rammentando calze o creando vestiti civili per i soldati che avevano disertato all’ indomani del ‘45. L’hanno fatta le giovani di povera famiglia, le aristocratiche, le contadine e le nobili. Hanno fatto la guerra le donne che giorno dopo giorno rischiavano la vita, fingendosi “femmine ignoranti” davanti ai tedeschi, pur di portare i messaggi agli alleati. Hanno rischiato la vita le staffette, le donne di chiesa con la loro resistenza pacifica e con la protezione dei prigionieri. L’hanno rischiata le donne confinate negli uffici a scrivere i programmi di azione e le donne in prima linea col fucile in mano. Finalmente, afferma Benedetta Tobagi, le donne possono vivere il loro “carnevale”. Hanno tolto la gonnella imposta e hanno dimostro forza e indipendenza. Un carnevale ossimorico e paradossale: durante la Resistenza le donne hanno tolto la maschera di verginale pudicizia che le regole della società imponeva loro e hanno lottato per la libertà.
Tuttavia, finita la resistenza, si ritorna alla normalità. Incarcerate e, di nuovo, impotenti.
Le grandi donne che hanno fatto la resistenza al fascismo sono boicottate e si auto-boicottano. Si scherniscono: “No, ma io non ho fatto nulla”. Sono state seviziate, catturate, torturate. È meglio dare il prestigio all’uomo. È meglio buttare l’osso succulento all’uomo, invece di pungere l’ ego maschile rivendicando le proprie azioni. Tobagi riprende Virginia Woolf con il suo “Una stanza tutta per sé”: i professori sono arrabbiati, gli uomini sono arrabbiati perché hanno capito che le donne possono essere una potenziale minaccia. !Devono! essere poste in secondo posto. Sottomesse. Le poche donne che, dopo la caduta del fascismo, sfilano accanto ai partigiani sono etichettate come “poco di buono”, “puttane”. A molte donne, donne importantissime per la Resistenza, addirittura viene suggerito di mettere la fascia di infermiera per sfilare. Il ruolo dell’infermiera era facilmente ben accetto, in quanto l’infermiera aveva semplicemente un ruolo di assistenza. Anche lì, un ruolo secondario rispetto al medico uomo.
“La Resistenza delle donne” si conclude con un monito. Che il coraggio delle donne, che il “carnevale” delle donne non possa mai passare inosservato. Che scorra in noi, che ci attraversi, che fomenti quel fuoco per l’ emancipazione femminile che è nostro dovere alimentare.
Benedetta Tobagi racconta la storia di ogni Donna che ha vissuto il periodo della seconda guerra mondiale. Ma non solo: Benedetta entra nella vita di ognuna di loro, riesce a far uscire dalle pagine,utilizzando parole decise e determinate, che arrivano dritte al cuore, ogni fibra vissuta dalle Donne che hanno fatto parte della Resistenza. Donne che hanno lottato per un’idea. Donne che hanno lottato per la famiglia. Donne che hanno lottato per libertà. Donne che hanno lottato per un amore. Donne che volevano far sentire la loro voce, far parte di quella lotta per non starsene zitte in casa a fare le brave mogli o le brave madri. Donne che hanno lottato per essere ascoltate, per essere LIBERE. Benedetta Tobagi mi è arrivata dritta al cuore. Quasi verso la fine del libro, Benedetta racconta le violenze e le torture subite dalle Donne nel periodo della Seconda Guerra mondiale…quella parte è stata difficile da assorbire fino in fondo: ho provato dolore, rabbia, angoscia, tristezza. Ho percepito il dolore perfino delle Donne che non se la sono sentita di raccontare ciò che hanno passato. Ho percepito il dolore nel loro silenzio e tra le parole non dette, perché fanno troppo male per essere pronunciate. Ma soprattutto mi sono chiesta:”Perché?” Perché fare del male in maniera così atroce? Perché tutta quella violenza, tutto quell’orrore. Benedetta Tobagi ha lasciato il segno nel mio cuore, un segno che se tutte queste Donne hanno Combattuto per la loro Vita in un periodo storico fatto di paure e odio, allora non dovrò mai smettere di combattere in nessun momento della mia vita, per nessuna ragione al mondo.
Libro a cui vanno messe le cinque stelle in profondità fino ad arrivare alla carne ed alle viscere delle donne che pure hanno FATTO questo nostro nuovo Paese. Un viaggio doloroso quello in cui la brava Tobagi ci conduce, non ci sono pranzi di gala nelle rivoluzioni ( come disse qualcuno ) ma sangue, morte, stupri e cadaveri. Oggi si parla di PATRIOTI con molta facilità, quando una parola diventa slogan elettorale quella parola è bella che morta, una scatola vuota. Nulla di male nessuno ne ha la proprietà intellettuale o storica ma bisogna anzi bisognava ONORARLA come si deve ed invece violentemente ce ne si è appropriati e poi svuotata della sua anima . Le donne della resistenza sono state poco onorate, poco storicamente rispettare prima, durante ed in particolare dopo quando i tantacoli della società patriarcale con molta troppa fretta a ristabilito ruoli e posizioni nella società normalizzata . Ma le storie di Ada Gobetti, VIRGINIA Tonelli, Gina Negrini, Joyce Lussu per citarne alcune sono lí che brillano ad indicarci la strada enpotrebbe essere necessario in un futuro non lontano guardarle.
Un libro che è insieme cronaca e tributo a queste donne straordinarie che scegliendo la resistenza hanno combattuto due guerre: quella contro l’invasore e quella contro il pregiudizio. Benedetta Tobagi restituisce alle partigiane la loro dignità e il loro valore, dopo che pur avendo rischiato tutto e affrontato umiliazioni, torture, stupri, ma anche assaporato per la prima volta la libertà di pensare, esprimersi e decidere per sé stesse, alla fine del conflitto furono ricacciate nel ruolo di “angeli del focolare” e private di ogni riconoscimento. Una lettura intensa e profonda, sotto ogni punto di vista.
Storie di Donne e storia italiana si intrecciano creando un 'unica storia: la Resistenza delle Donne.ha una doppia valenza sia per quanto riguarda il ruolo delle Donne nella Resistenza sia per quanto riguarda le scelte,le azioni e il coraggio dell donne durante il secondo conflitto mondiale.sole con famiglie da parlare avanti,fabbriche da non chiudere,le donne hanno preso il posto degli uomini e,forse,fatto più di loro. Consigliatissimo
Testo fondamentale. Andrebbe portato a scuola per colmare le enormi lacune sull'importanza delle partigiane nel periodo della Resistenza. Ampia bibliografia. Saggio scorrevole.
Ti fa capire che anche le donne hanno combattuto la guerra, hanno subito abusi senza aver detto una parola;hanno dovuto nascondere compagni e nemici senza dire niente. Un libro da leggere
"[...] a ricordarmi che non siamo incatenati al passato come a una zavorra che trascina in basso o una condanna fatale, non siamo incastrato nel solco scavato da genitori, nonni, antenati di sangue, possiamo, anzi, liberare anche loro, con noi stessi- in noi. Correre insieme a scioglierci nel mare." (p. 338)
"Vivere, gioire, procreare, raccontare è la miglior rivalsa contro i carnefici, ma per alcuni il danno del trauma è troppo vasto. Troppo profondo. Un buco nero che, prima o dopo, risucchia l'orizzonte degli eventi."
“Per chi ha trovato il proprio significato, il proprio posto nel mondo, ció per cui sente di voler vivere, la morte è solo una parte - inevitabile, ma non spaventosa - di una buona vita.”
Semplicemente meraviglioso. Tobagi ci accompagna con delicatezza negli anni più tumultuosi della Resistenza, tra le vite di donne immense e delle loro gesta.
Nonostante il mio grande interesse per l'argomento, questo saggio mi ha lasciata abbastanza tiepida. Ho trovato la prima parte decisamente troppo aneddotica e frammentaria, priva di sintesi - che invece è ciò che mi aspetto da un libro di questo tipo: non una semplice carrellata di testimonianze, ma un tentativo di rileggere le esperienze individuali all'interno di una certa cornice interpretativa. Sotto questo profilo, la seconda metà del saggio è più riuscita. Un altro elemento per i miei gusti un po' indigesto è lo stile, a tratti veramente sciatto. Per esempio, Tobagi commenta le parole di un ex partigiano che ha sminuito il ruolo politico delle staffette scrivendo: "Da prenderlo a schiaffi". Ecco, il libro è continuamente disseminato da questi giudizi da bar: capisco l'intento divulgativo e la volontà di scrivere un testo scorrevole e godibile, ma ho trovato questo continuo ammiccamento al lettore un po' straniante. In alcuni capitoli, poi, anche il rigore storico vacilla: non avendo sufficienti testimonianze dirette circa il rapporto tra uomini e donne nelle bande partigiane, Tobagi ricama storielle da romanzo rosa a partire da alcune fotografie: "La giovane sulla destra, un po' scostata dagli altri, ha l'aria di essere una che a certe cose non ci pensa proprio; i due sdraiati a pancia in giù, sulla sinistra, se non stanno insieme poco ci manca. Mentre al centro [...] si annusa che la rivalità delle due ragazze per il partigiano con cappello e fucile è reale - anche se non lo ammetterebbero mai". Queste osservazioni, ascrivibili più al romanzo che alla trattazione storica, mi hanno lasciata a dir poco perplessa. Ho apprezzato molto, invece, la seconda metà del saggio, così come l'apparato fotografico che accompagna la narrazione. C'è una fotografia, in particolare, che mi è rimasta nel cuore: raffigura due giovani, una che imbraccia un mitra e l'altra che tiene orgogliosamente in mano un matterello, su cui è stesa una sfoglia. Come a dire: essere libere significa poter scegliere di essere qualsiasi cosa - casalinghe o combattenti - con la stessa dignità, senza essere mai ridotte a un'appendice.
All'inizio ho pensato che non ce l'avrei fatta a finire questo libro. Le prime pagine scorrevano lente impigliandosi in stereotipi e frasi fatte che mi facevano pensare: "Ecco, sempre la solita storia, sempre lo stesso modo di raccontare le donne". Sono contenta di aver perseverato. Il grande merito di quest'opera sta nell'aver raccolto in modo organico centinaia di testimonianze, di storie, di voci che, insieme, ricompongono il frammentato quadro della Resistenza dalla prospettiva delle donne. Donne di tutte le età ed estrazioni sociali che - inutile negarlo, come già all'indomani della Liberazione si è tentato di fare - ne sono state componente attiva e fondamentale. Pagina dopo pagina, la cosa che colpisce di più è constatare che non si è trattato di figure isolate ed eccezionali, ma di una vera e propria marea, ed è bello veder restituito a ciascuna il proprio nome e il proprio volto - voglio ricordarli tutti ma, davvero, sono così tanti -. Ci sono pagine di una potenza straordinaria: quando si lascia spazio alle testimonianze dirette e quando, messa da parte ogni retorica, l'Autrice unisce i puntini e restituisce la memoria nella sua cruda e profonda verità. Il lavoro documentaristico e la bibliografia finale sono notevoli e rendono questo libro un punto di partenza prezioso per altri, doverosi approfondimenti. Sarebbe bello se un giorno qualcuno, come auspica l'Autrice, ricostruisse anche la storia della Resistenza Queer, come pure (aggiungo io) quella di tutte le altre minoranze che hanno dato il proprio contributo. Penso che non c'è nulla che possiamo fare che renderà giustizia a queste persone. La cosa più vicina che mi viene in mente è quella di portargli rispetto, difendere la loro memoria e, soprattutto, cercare di proseguire sulla strada che hanno aperto con i loro passi. Sono convinta che mentre camminavano non pensavano solo a loro stesse. So che lo hanno fatto anche per noi.
All’inizio faticavo a entrare nel ritmo. Troppe voci, troppi frammenti, un impianto un po’ aneddotico che, persino per chi come me ha un forte interesse per la Resistenza, rischiava di spegnere l’entusiasmo. Ma poi, con una lentezza quasi necessaria, il libro cambia tono. E quando lo fa, ti inchioda.
Perché finalmente si parla di quello che raramente si racconta: le tensioni, le contraddizioni, i corpi. Le relazioni tra donne e uomini, il desiderio, gli abusi, la libertà che si insinua perfino tra le righe della paura. Si parla del patriarcato che non è rimasto a guardare, nemmeno durante la guerra. Che è entrato nei boschi con le staffette, nei comandi, nei silenzi e negli sguardi, e ha chiesto il conto quando tutto è finito.
La seconda parte mi ha commossa. Lì le partigiane non sono più solo figure eroiche in bianco e nero, ma persone vive, affamate di senso e di spazio. Donne che hanno sperato di ricominciare e si sono invece ritrovate a dover rientrare nei ranghi, nelle cucine, nei silenzi. C’è un dolore sordo in quelle pagine, ma anche una forza che brucia ancora.
Questo libro non è un romanzo, anche se talvolta si legge come se lo fosse. È un saggio denso e pieno di voci, fotografie, dettagli che riescono, nonostante qualche digressione dispersiva, a costruire una narrazione potente. Non idealizza, non censura. Dice le cose come stanno: la memoria selettiva ha reso le partigiane figure docili e simboliche, ma la realtà era molto più complessa, contraddittoria, umana.
Mi ha fatto riflettere su quanto ancora ci sia da fare per restituire a queste donne la complessità che meritano. E sul fatto che, a volte, la libertà vera è un abisso: fa paura, ma chi l’ha intravista non può dimenticarla.