È la primavera del 1790 quando Vittorio Alfieri inizia a scrivere La Vita. Dalla casa di rue de Provence ha seguito la stampa parigina delle proprie tragedie; passando in carrozza fra le macerie della Bastiglia, ha assistito al dilagare della violenza. In questo tempo estremo, in cui i destini sono travolti dagli eventi della storia, si moltiplicano gli scritti autobiografici, dai Memoires, stampati da Goldoni nel 1787 per affermare la vocazione di commediografo, alle Confessions di Rousseau, completate l'anno successivo. Altri, come Casanova, avrebbero pubblicato scritti giocati su memoria e menzogna. Alfieri è al centro di questa temperie culturale, eppure La Vita segna per lui il culmine di un percorso di autoconoscenza, avviato nelle pagine di un diario giovanile e proseguito in generi letterari diversi: una ricerca della propria identità nel metaforico specchio della mente, con la capacità di prendere le distanze dal proprio personaggio, di estraniarsi dalla materia trattata per decantarla, se necessario, nel filtro dell'ironia. La sua autobiografia fu cominciata a poco più di quarant'anni, dopo aver scritto le tragedie e soprattutto dopo aver vissuto l'amara delusione della degenerazione della Rivoluzione francese. La Vita è quindi molti libri in uno: le memorie dell'infanzia e le avventure della maturità, gli amori, la riflessione politica e infine quella poetica, che trasformano quest'opera nell'unico, autentico romanzo del nostro Settecento.
3,5/4 stelle. La lettura è fondamentalmente piacevole, merito di una scrittura, come l’ha definita Battistini, «affabile e conversevole», i cui ostacoli sono principalmente le date che vanno via via moltiplicandosi, i dettagli biografici in alcuni casi quanto mai minuziosi e i numerosi “personaggi” che hanno affollato il cammino di vita dell’autore. Magistrale è, secondo me, l’uso combinato di una prosa, per l’appunto, estremamente godibile e di lessico e tono attinti dal repertorio lirico, tragico e satirico. Nella narrazione di episodi banalmente quotidiani, per intenderci, si aprono spiragli fortemente letterari che impreziosiscono e rendono alquanto dinamica la altresì monotona, quasi cronachistica narrazione dei fatti. Distinguendo l’Alfieri auctor dall’agens, quest’ultimo mi è piaciuto decisamente di meno, non tanto per il ritratto chiaroscurale che se ne ha, quanto per una divergenza personalissima di idee e modi. Si tratta, comunque, di una lettura che sono contenta di aver fatto, anche se ammetto che se non fosse stato per i miei studi universitari difficilmente avrei tentato di approcciarla.
Questa opera scritta da Vittorio Alfieri è un testo di speranza, di potenza, di perdizione, e di ritrovamento delle capacità intellettuali di un giovane scrittore. Egli è il preromantico per eccellenza, un preprussiano, capace di consumare la sua narrazione raccontando di sé e della sorte dell'Ancient Regime. Le sue condizioni di vitalità, di energia, ma anche di fragilità dell'autore sono note in questa autobiografia. Divisa in quattro epoche, ad esclusione di una probabile quinta epoca - della Vecchiaia - probabilmente mai scritta, l'Alfieri ci regala una recherche dell'io assolutamente costruita in chiave moderna, di una tale bellezza che confonde anche l'animo del contemporaneo che la legge. Alfieri è dunque egli stesso contemporaneo, non uno scrittore inatteso, denuncia coi suoi fermi occhi le ingiustizie, ma anche il troppo amor proprio, il dissimulare le azioni, le gesta, che invadono la società del periodo, in cui persino lui ne è vittima. Già l'incipit dato da una citazione di Tacito ci può far comprendere quale sarà la sua sorte, la sua battaglia combattuta col solo la penna e la carta, sommessamente in silenzio, in cui il narrare le epoche che si avvicinano alla sua età in cui scrive la Vita, rappresenta la perdita mentale e del suo incanto, della sua illusione, trasportandoci in un realismo crudo e di consonante contraddizione, circa il suo ritratto artistico.
studiosi molto più competenti di me hanno scritto pagine e pagine su come quest'opera sia un capolavoro della letteratura italiana, quindi mi limiterò a ricordare 3 momenti assolutamente degni di nota: 1. Alfieri che ha un esaurimento nervoso perché la madre lo manda in chiesa con una reticella da notte in testa; 2. Alfieri che cerca di togliersi la vita a 7 anni mangiando l'erba del giardino; 3. Alfieri che viene sfidato a duello dal marito della sua amante
nel complesso sua lettura scorrevole e piacevole per le prime tre epoche; molto più noiosa la Virilità, dedicata al suo 'diventare scrittore'.
"Mi capitò in quell'anno alle mani, e non mi posso ricordare il come, un Ariosto, l'opere tutte in quattro tometti. Non lo comprai certo, perché danari non avea; non lo rubai, perché delle cose rubate ho conservata memoria vivissima; ho un certo barlume, che lo acquistassi ad un tomo per volta per via di baratto da un altro compagno, che lo scambiasse meco col pollo che ci era dato per lo piú ogni domenica, un mezzo a ciascuno; sicché il mio primo Ariosto mi sarebbe costato la privazione di un par di polli in quattro settimane. Ma tutto questo non lo posso accertare a me stesso per l'appunto. E mi spiace; perché avrei caro di sapere se io ho bevuto i primi primi sorsi di poesia a spese dello stomaco, digiunando del miglior boccone che ci toccasse mai." (Ep. II, cap. II)
"Onde, pieno di mal talento contro quel Galateo, lo apersi. Ed alla vista di quel primo Conciossiacosache, a cui poi si accoda quel lungo periodo cotanto pomposo e sí poco sugoso, mi prese un tal impeto di collera, che scagliato per la finestra il libro, gridai quasi maniaco: «Ella è pur dura e stucchevole necessità, che per iscrivere tragedie in età di venzett'anni mi convenga ingoiare di nuovo codeste baie fanciullesche, e prosciugarmi il cervello con sí fatte pedanterie»" (Ep. IV, cap. I)
noia noia noia, il riassunto è: odio i francesi, da ragazzo ero un ignorante, mi piacciono i cavalli e ho verseggiato la mia 23453esima tragedia. peggio libro mai letto
Adoro Alfieri: è il mio autore italiano preferito del XVIII secolo. Questa autobiografia racconta un animo poco avvezzo alla rigida morale, e al conformismo imperante nel Regno di Sardegna, del quale fece parte attivamente fino a quando il richiamo dell'arte del raccontare non lo rapì. Drammaturgo e poeta, girò l'Europa, visse gli ambienti aristocratici, ma sempre con un occhio distaccato, dotato di una capacità critica misurata. Ambizioso e capace, non si fece mai trascinare dai facili entusiasmi promessi dai grandi movimenti politici della sua epoca, anzi, individuò ed espresse, dopo una breve simpatia per la Rivoluzione Francese, tutte le sue perplessità prima, e tutte le sue feroci critiche a riguardo poi. Il suo sentimento anti francese è noto, così come la sua sottile misoginia. Vita attiva, raccontata da un grande "cronista" dell'epoca. " L'innamorato: stolto, un uom si crede, e ch'un uom non è già piú non s'avvede".
Ho iniziato questo libro con un disgusto incredibile, sicuramente fondato sulla mia disconoscenza di Alfieri e i ricordi noiosi del liceo. La Vita mi ha fatto scoprire un autore vero, umano, pieno di vigore e personalità; ho rivalutato moltissimo la sua figura, nonché il suo pensiero. Una piacevolissima scoperta di essermi sbagliata (di nuovo!), e di potermi sempre ricredere, senza aspettarmelo
La Vita di Alfieri altro non è che la sua autobiografia rimasta incompiuta. E' un'opera vivace e spontanea, animata dall'ironia pungente e sagace dell'autore. I racconti della sua infanzia e giovinezza sono squisitamente divertenti, e capaci di appassionare sinceramente, come appassiona il suo resoconto del periodo della rivoluzione francese e dei suoi risvolti sulla sua vita. La parte quarta dell'opera, la più corposa, è dedicata al processo di stesura delle sue opere durante gli anni della sua maturità. Senza mentire, anche per uno studente di lettere come me interessatissimo ai retroscena riguardanti la composizione delle opere letterarie, è stata un poco tediosa. Molto spesso si ripete nel riportare meccanicamente l'avanzare del processo di scrittura dei suoi testi e ha ben pochi guizzi. In generale credo sia una lettura preziosissima per gli appassionati di letteratura o per chi è interessato a scoprire qualcosa di questo monumentale personaggio dalla sua viva voce, ma non penso sia un libro per tutti. Altro elemento di grande interesse sono tutti i dettagli sulla cultura, la società, la politica, i modi di vivere del tempo di Alfieri.
Molto meno noioso di quel che mi aspettassi. L'epoca terza, la giovinezza, è sicuramente la parte più avvincente per i numerosi viaggi in Europa e i vari intrighi amorosi. Sono molto interessanti anche le numerose riflessioni sulla psicologia dell'uomo e i meccanismi della sua mente. Divertenti le critiche al popolo francese.
Non ho mai amato le tragedie di Alfieri, ma credo che questo sia il suo reale capolavoro. Ironico, vivace, sa raccontare la sua vita come realmente è stata, senza camuffarne i difetti. Come tutti gli aristocratici dell'ancien regime è pomposo e, imbevuto di letture classiche, talvolta sa parlare della sua vita con toni altisonanti da parata regale. Ma sa anche prendersi poco sul serio, rider di sé stesso e dei suoi tempi. Per esempio ci racconta di quando da bambino il suo balio lo obbligasse per punizione ad andare a messa con una terribile retina per capelli, che lo faceva disperare fino alle lacrime. Ci dice di quando gli prende lo shopping pazzo e compra 14 cavalli a Londra, e se ne pente poi per tutto il tragitto a farlo scendere in Italia. Davvero divertente è inoltre il suo odio profondo per i francesi, che insulta a ogni piè sospinto in modi fantasiosi.
Forse l'«italica lingua» da lui adoperata è un po' faticosa, ma ne vale la pena: il piccolo sforzo merita sia per la gran musicalità della sua lingua che per il valore umano dei suoi contenuti.
Bello pesantuccio. Da leggere anche solo per i suoi sporadici atteggiamenti nevrastenici (aka episodi di violenza inaudita) e per la sua melodrammatica insoddisfazione. Una vera drama queen.
VITTORIO ALFIERI VITA - DO NOT LET YOURSELF BE SUBDUED IN THE RING OF LIFE BY THE MAJORITY ! ! BECAUSE THE MAJORITY CAN NEVER BE RIGHT BECAUSE THEY INSIST ON THEIR BEING RIGHT AS THEIR OVERALL WRONG ! YOU NEED TO FIGHT MANKIND BECAUSE MANKIND IS THAT VERY MAJORITY ! , AND LISTEN TO THOSE WHO DEPART FROM THE OVERALL OPINION OF MANKIND , BECAUSE THEY HAVE A TALE TO TELL YOU FULL OF TRUTH , A DOLEFUL , UNHAPPY ONE , BECAUSE IT IS THEIR INDIVIDUAL TALE NO LONGER TAINTED WITH THE HAPPINESS OF THAT REPUGNANT MAJORITY UNFOLDING AN INTELLECTUAL CRIME , SOMETHING UNIQUE THAT YOU WILL NEVER ENCOUNTER AGAIN , WHICH ELEVATES THEM TO THE PREROGATIVE OF TRUTH : THEY ARE NO LONGER SHAMMING , AS THE TRUTH IS NOT ABLE TO ! ALAS , CHILDREN , VITTORIO ALFIERI ! , HIS POETRY BOTH SADDENING AND GLADDENING THE HEART , COMFORTING YOU IN HOURS OF MADNESS AND DESPAIR AND ANGUISH ! 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IF , HOWEVER , YOU STOP RUNNING IN A BROAD ARC AROUND EVERYTHING , ABOVE ALL , AROUND YOURSELF , AROUND YOUR COWARDICE UNABLE TO CONFRONT THE TRUTH , IF YOU STOP RUNNING IN A WIDE CIRCLE AROUND LIFE BECAUSE YOU FEAR THE CENTRE OF THAT CIRCLE THE CENTRE WHICH CONSISTS OF LIFE ALONE , YOU FINALLY AWAKEN BUT IT IS A MORTAL AWAKENING , AS IS THE MORTAL DREAD OF THOSE WHO FEAR THE SLIGHTEST DEVIATION FROM THEIR DAILY PROFOUND ROUTINE , BECAUSE ALL THE PEOPLE AROUND YOU ARE ASLEEP BECAUSE THEY CONTINUE TO RUN AROUND THEMSELVES IN EVER WIDER CIRCLES IN ORDER TO AVOID COGNISING THE SHAME , WRETCHEDNESS AND GUILT OF THEIR EXISTENCE WHICH IS NOT THEIR OWN BUT HAS BEEN FAKED AS SOMETHING TO RESEMBLE A BREATH OF MAGIC THAT HAS BEEN FANNED INTO THE ILLUSION OF A LIFE'S THROBBING PULSE BOUNDING WITH THE BLISS OF ITS ANGUISH, A LIFE'S FLAME NOT EVEN FLICKERING BUT LONG GONE EXTINCT IN ALL THIS HELLISH LYINGNESS BEING THEIR ONE TRUTH ; BUT THAT IS SPINELESS STUPIDITY AGAIN , MAY NO ONE DENY ITS EXISTENCE ! AND EVERY AWAKENING IS GRIEVOUS IT NO LONGER TASTES OF GREED AND THE COMEDY OF HUMAN EXISTENCE, HAVING BEEN MADE AN END OF, AN AWAKENING WHICH AT THE SAME TIME PLUNGES YOU INTO AGONY , NAUSEA , MORTIFICATION TENDING TO SOLITUDE WHICH NO ONE CAN BREAK THROUGH AS IN THAT STATE , YOU ARE MERELY SURROUNDED BY THOSE SLEEPERS WHO ARE AFRAID TO OPEN THEIR EYES LEST THEY BE PINNED DOWN BY THAT CHARGE OF AWAKENING SINCE EVEYRTHING ABOUT THEIR LIVES IS A LIE : REVERENCING '' THE MASK '' AND HENCE ALLOWING ONESELF TO BE MISLED BY FALSE CONCLUSIONS YIELDS SUCH A SEMBLANCE OF GAIETY IN THE WHOLE HUMAN WORLD SUCH OSTENTATIOUS FROTHINESS OF A NOBILITY OF AN OFFICIOUS TASTE THAT EVERYBODY IS ABLE TO REFERSH THEMSELVES WITH SUCH SUPERFICIALITY THAT NO CURE FOR SUCH INCURABLE MINDS CAN BE PROVIDED , SINCE TO BE MISUNDERSTOOD FURTHERS A REFINED HUMANITY MASKING ITSELF AS HAVING REVERENCE FOR TRUTH ! THE FERVENT ADOARTION OF HIS TREACHEROUS HEART AND ITS SYMPATHETIC TEARS SPILLED AS THE BLOOD OF THOSE WHO HAD TO BE OFFERED UP AS A SACRIFICE TO ENSURE THE HAPPINESS OF HIS EXISTENCE ARE IN KEEPING WITH THE TRUTH OF MAN AND HIS PROGRESS SEEN THROUGHOUT THE WORLD TO AVOID POURING SCORN ON HIS SOCIAL ORDER OR GOING AGAINST THE PROPRIETY THEREOF ! MAY NO ONE VIOLATE HIS WELL-ORDERED ORBIT OF LONG-STANDING TRADITIONS AND ESTABLISHED CONVENTIONS AROUND WHUCH HE KEEPS ON REVOLVING FOR HIM NOT TO BE CAUGHT UP WITH SOMETHING ERRATIC TO BRING TO NOUGHT HIS COURSE OF CHERISHED IDEALS IN WHICH HATRED IS SOWED IN ORDER TO REAP REALITY , THUS BURSTING THE SHACKLES OF THIS ENTIRE LOATHSOME MEDIOCRITY !... EXIT BAMBINA '' PULLING AWAY THE MASK OF MAN ''... I NODDED MY HEAD TO HER IN DEEP GRATITUDE, FULLY CONVINCED OF THAT FACT OF NO LONGER BEING ALIVE ! I FELT LIBERATION FROM THE CHAINS OF THE NOTHINGNESS OF THE PLEASURES OF ALL THOSE WELL-TO-DO MEN AND THEIR HUMAN INSTITUTIONS ! I WAS DEAD, I HARBOURED NO DOUBT ABOUT THIS : THE DEAD WERE TALKING... ---
"Allo studio dunque dell'uomo in genere è principalmente diretto lo scopo di quest'opera. E di qual uomo si può egli meglio e più dottamente parlare, che di sé stesso? "
Un'autobiografia animata dall'amor proprio che ha lo scopo pratico di restituire un'immagine vera dell'autore, evitando mercificazione posteriore da parte di altri del suo dato biografico - cosa che lo stesso si attende che accada - e che permette di perseguire il suo fine ultimo: indagare l'uomo in generale. L'opera è divisa in epoche, la prima è naturalmente dedicata alla puerizia e oltre a situare lo scrittore nel contesto nobiliare della nascita, restituisce una serie di gustosi aneddoti che riflettono un carattere vivace, incline alla fantasia e qualche volta alla marachella, la quale viene immediatamente punita, rimanendo il suo un carattere deciso e a volte ostinato. Un bambino educato con metodi rigorosi, orfano di padre, morto già sessantenne quando egli aveva pochi mesi, un patrigno, fratelli e sorelle acquisiti da unioni precedenti e successive a quelle che lo hanno generato ma anche naturali, i quali curiosamente non coincidono mai nel numero con la fonte biografica del Dossena, più volte citata in nota. Prossimo all'adolescenza, per volere dello zio paterno, suo tutore, viene inserito nell'Accademia di Torino: l'infanzia finora tratteggiata, per Alfieri sarà, secondo un adagio pedagogico sotteso al suo pensiero, il nucleo primitivo e originario del suo essere uomo. E contro l'ineducazione patita negli anni dell'adolescenza trascorsi in Accademia si scaglia la sua critica: non ha imparato nulla se non che "la vicendevole paura" governa il mondo. Con la morte dello zio paterno acquisisce la libertà che gli deriva dall'eredità del patrimonio del padre e rinnova la sua vita dandosi a divertimenti e alla frequentazioni di suoi pari. Sperpera e gareggia con i giovani nobili, si vergogna della sua ricchezza con i compagni meno abbienti, evidenziando la sua naturale inclinazione "alla giustizia , all'eguaglianza ed alla generosità d'animo". Sul finire della seconda parte liquida gli otto anni della sua adolescenza come " infermità ed ozio, e ignoranza". La giovinezza è un susseguirsi di viaggi e si sorride nel leggere che visita i luoghi senza consapevolezza alcuna, rimpiangendo a posteriori ad esempio di non aver colto occasione di rendere omaggio a Petrarca quando si trovava a Padova e quindi poco distante da Arquà, ma d'altronde all'epoca "che m'importava egli di lui, io che mai non l'avea né letto, né inteso, né sentito… ".Una certa sua indolenza spinge poi un conoscente di famiglia, incontrato a Genova, a spronarlo alla partenza per la Francia dove viene attratto dal teatro, pur non pensando minimamente che anche lui avrebbe potuto scrivere composizioni teatrali. Predilige comunque la commedia. Lasciata la Provenza giunge finalmente a Parigi e la paragona a una cloaca, anche qui entra in contatto con gli ambienti regali, è presentato a Luigi XV e riflette a posteriori sulla Rivoluzione francese nutrendo dubbi su un migliore governo di "questi re plebei". Predilige di gran lunga Londra e in Olanda vive il suo primo amore con una giovine già sposata, la forzata separazione da lei culmina in un tentato suicidio e nel ritorno in Italia: ha diciannove anni, inizia a leggere Machiavelli e rientra con un baule carico di scritti dei più noti illuministi, ma è Plutarco a interessarlo maggiormente. Durante il secondo viaggio, ormai nel pieno possesso del suo patrimonio, si reca in Austria, i a Buda, ancora nei paesi nordici, leggendo ora Montaigne, evitando l'adulazione di corte che vede in Metastasio e che aborre, per giungere finalmente a riscoprire la lingua italiana, nell’ impratichirsi con il toscano, e con la stessa letteratura nazionale mai compresa. Ogni spostamento lo allontana sempre più dalle forme di governo assoluto che ancora imperano, la massima distanza in Russia. Tornato a Londra amoreggia con una bellissima donna sposata e diventa, suo malgrado, protagonista di uno scandalo pubblico; sono pagine serrate, dal ritmo veloce e degne di un vero e proprio feuilleton, vi si scopre un giovane temerario e romantico al tempo stesso. Il terzo amore infine in Italia per una donna più grande di lui è vissuto come un laccio che gli fa però maturare la sua predisposizione congenita alla indipendenza e solo attraverso numerosi tormenti dell'animo riesce progressivamente a disfarsi di tali lacci: lascia la donna e anche il servizio militare, prova infatti viva e decisa avversione verso uno sbocco lavorativo adatto al suo lignaggio: ora che conosce le misere regalità europee mai potrebbe fare egli l'ambasciatore e torna, più consapevole agli studi, decidendo lui ora i lacci, era solito infatti farsi legare alla sedia per mantenersi costante nell'attività atta a colmare la sua ignoranza della lingua italiana e dei suoi maggiori poeti. Inizia intanto a poetare componendo insulsi sonetti e le prime tragedie, ha ormai ventisei anni. L'ingresso nell'epoca quarta, quella della "virilità" avvicina finalmente al letterato, il giovane si piega allo studio, con fatica e disdegnando ancora il canone imposto dal suo percorso scolastico, del "Galateo" di Della Casa non vuole sentir parlare, è però risoluto nel dedicarsi allo studio dell'italiano e il timore è ora quello di vedere contaminato il suo naturale sentire tragico dalla lettura delle tragedie dei grandi, è infatti ormai pienamente consapevole delle sue potenzialità. Rinuncia completamente ai suoi possedimenti cedendoli alla sorella per liberarsi della servitù feudale alla corona, soprattutto perché essa lo limita negli spostamenti e nella pubblicazione delle opere, entrambe le azioni necessitano infatti sempre dell'accordo reale. La dimora a Pisa e poi a Firenze per migliorare lo studio della lingua lo porta alla conoscenza e alla frequentazione di una donna sposata ma strettamente sorvegliata dal marito, si tratta della donna della sua vita, Luisa di Stolberg-Gedern, contessa di Albany. Alfieri cede all'amore anche perché ella è donna di cultura e lui sa che non lo potrebbe mai sottrarre alla sua arte. In questa sezione è contenuta anche l'interessante digressione sul suo metodo di composizione delle tragedie: "ideare, stendere e verseggiare". Continua inoltre imperterrito la cronologia che ora scandisce sempre più il numero delle tragedie composte, legate con duplice filo alla storia d'amore travagliato che vive; la ritrovata serenità dopo lo scioglimento del matrimonio dell'amata coincide infatti con una ricca stagione creativa, "Merope" e "Saul" fra le tante del 1782. Segue poi un forzato allontanamento dalla donna amata che continuava a frequentare in casa del cognato di lei e un successivo peregrinare tra i luoghi dei nostri maggiori poeti e poi di nuovo in Inghilterra a comprare cavalli; si distende in questa passione ma perde ancora una volta la pratica dello studio sentendo al pari compromessa la vena creativa che infatti tace. La terza parte si chiude con l'amarezza per la Rivoluzione trasformata in barbarie e un congedo al lettore con la speranza che, se lui dovesse nel frattempo morire, queste memorie vengano rispettate nella loro integrità e nel loro stile, a compendio dei suoi quarantuno anni di vita ivi narrati. In realtà sarà lo stesso Alfieri a rimetterci mano dopo tredici anni proseguendo la narrazione da dove l'aveva interrotta e apportando i dovuti cambiamenti nello stile. Narra dunque di altri soggiorni, dell' incontro fortuito con la donna amata in Inghilterra, e della fuga rocambolesca dalla " Cloaca massima", una Parigi trasformata in barbarie che nella plebe inferocita vede un giustiziere fallito quando tenta di fermare lui e la sua donna e il loro seguito di carrozze e cavalli. Il rifugio sarà Firenze. Riprende gli studi e da autodidatta impara il greco, con tanta caparbietà, si premura di proteggere i suoi scritti da edizioni da lui non riconosciute. Scorrono infine gli ultimi anni della sua vita senza che lui sappia che saranno tali, interrompe la scrittura il 14 maggio 1803, morirà nell’ottobre dello stesso anno, a cinquantuno anni; lo scritto si chiude con il racconto della sua morte da parte della contessa d’Albany in una lettera indirizzata al Signor abate di Caluso, Tommaso Valperga.
[...] Mi trovo quindi nella difficile situazione di salvare il povero Alfieri, che certo si sarebbe risentito non poco di dover essere salvato e di essere salvato dall’asinissimo me. Le sue tragedie non si recitano più, se mai sono state recitate, e il resto della sua produzione è oramai escluso anche dai corsi universitari. Oltretutto Alfieri era un uomo del passato in epoca di grandi cambiamenti, di li a poco la borghesia e il romanzo avrebbero vinto anche in Italia, tutto sarebbe cambiato per sempre. Eppure. Il suo lavoro può ancora essere letto, a fatica certo, con esercizio per abituarsi al verso scuro e spezzato, pieno di rotture e inversioni e alla prosa classica dal lento periodare. [...]
Un altro libro letto per l'Universitá, che si è rivelato essere un piccolo gioiello. Sono sempre stata attratta dalla figura di Alfieri, il ribelle innamorato della libertà, l'individualista, il romantico. Avevo paura che la lettura della sua vita avrebbe potuto compromettere la visione-forse un po' ideale- che avevo di quest'autore e delle sue tragedie. Niente di più falso. Conoscevo l'artista, ora ho conosciuto l'uomo. Un uomo che non si è mai piegato, spinto da passioni ed emozioni che ha tramutato in arte. Quello che più ho apprezzato è la coerenza che Alfieri mostra: non ha problemi nel mettere in luce le sue lacune, (soprattutto nello studio) nel mostrare i suoi errori e nel giudicare il sé stesso del passato. La libertà fu il suo più grande amore, la tirannia il suo nemico, la malinconia la sua compagna e l'arte? L'arte fu la sua vita.
Un'autobiografia interessante perché mi ha svelato il carattere di un grande della nostra letteratura che conoscevo solo molto superficialmente dagli studi scolastici. Bellissime e divertenti, perché ironiche ed avvincenti, soprattutto le pagine dedicate all'infanzia e alla giovinezza, quando Alfieri condusse una vita attivissima (sfrenate corse a cavallo, viaggi continui, incontri...); più difficili quelle della maturità, dove si diluga molto, a volte in modo un po' pedante, sugli studi e i suoi lavori (qui la lingua italiana del '700 costringe ad una lettura più concentrata). Nel complesso, un libro da leggere.
Che bella scoperta. Scolasticamente Alfieri è il classico autore di passaggio, più predecessore che protagonista di un'epoca; per me questo è il primo approccio diretto con la sua opera. Da questa autobiografia prematura e figlia della cultura settecentesca dei libri di memorie, nonostante il forte legame con le Confessioni di Rousseau, a cui rimandano l'atmosfera culturale, certi luoghi, il gusto picaresco della descrizione dei primi anni e la sensibilità particolare e tutta individuale del modo di guardare a sé e in sé, manca totalmente l'autocelebrazione paranoica ed esasperata del filosofo ginevrino, vero picaro che guarda dal basso agli alti papaveri della sua epoca e ha, però, la possibilità di confrontarsi in modo più ricco e sorprendente con il mondo. La Vita scritta da esso rientra nei sobri ranghi delle memorie di un gentiluomo, cui non manca nulla, ma che deve emanciparsi dall'aria asfittica che lo circonda e deve darsi uno scopo senza sapere dove metter mano e cosa può raggiungere effettivamente. All'immagine esteriore di titano, ribelle e testa calda si sovrappone quella di uomo modesto (forse non troppo), pacifico, autoironico ed autocritico, capace di affetti profondi e fratellanza, restio all'attacco gratuito e alla polemica, politicamente freddino e conservatore, arroccato su una ricerca astratta e aristocratica di libertà ed emancipazione, ma tutto sommato franco e coraggioso. Ho amato la prima parte, fino ai primi studi letterari, per la vivacità e brillantezza dei ricordi, degli episodi e dei resoconti di viaggio, raccontati in tono dimesso e spontaneo; in particolare spiccano le riflessioni sulla sua "asininità" e le considerazioni sul modello educativo del tempo, superficiale, dogmatico e poco efficace, cui pure si adatta. La seconda parte è indubbiamente barbosetta, sprofonda nella delusione per il contesto politico della Rivoluzione Francese, porta il segno del suo isolamento inevitabile e dell'ossessione metodologica per gli studi sempre più avanzati ed eruditi, ma in cui è difficile rintracciare lo slancio. L'aspetto più bello del libro è il "romanzo della lingua": lo scrittore, bilingue, prigioniero dell'aborrito francese e di un dialetto barbaro e impuro, è costretto a cercare e conquistare la lingua letteraria italiana; da una condizione di totale incapacità di comprendere i classici moderni inizia a fuggirli per vergogna, finché il bisogno di trovare un'espressività autentica e conciliabile con il suo sentire lo porta a "defrancesizzarsi" e a riscoprire il toscano, sia letterario che contemporaneo, a scoprire da capo i grandi poeti e prosatori e a costruire la sua opera e il suo stile. Si avverte il marchio della passione in questa conquista, romantica ante litteram, che richiede uno sforzo incessante e un traguardo che si allontana quando sembra vicinissimo; Alfieri abbassa le sue capacità e non dà mai per scontata la sua padronanza e anche per questo riesce a superare i suoi maestri. Gli studi letterari si dispongono come una specie di oltretomba dantesco: dall'assoluta ignoranza e incapacità di intendere, dall'asininità infernale, con la fatica e l'applicazione l'autore sale sempre più, a tratti ricadendo, verso l'Empireo, a ritroso nel tempo, passando per Ariosto, Tasso, Dante, Petrarca, imparando da capo a comprendere e apprezzare i latini Virgilio, Orazio, Plauto, Terenzio, Sallustio, Giovenale fino a toccare le vette della letteratura greca, imparata e acquisita da solo, alle soglie della morte, dopo una carriera da tragediografo di successo. È peculiare anche la sua teoria embrionale della creazione artistica, che deve essere spontanea e ispirata, involontaria e irresistibile, in cui si ravvisa il concetto di genio. Lo stile è semplice e non troppo arduo e antico, la creatività linguistica e la sperimentazione ricordano certa espressività leopardiana, spesso egli inventa termini composti, calchi sul latino e greco, ricorre a espressioni del parlato, con ironia e leggerezza. È una lettura significativa e interessantissima e piena di notizie di vario genere per approfondire il periodo, spesso visto solo in chiave storica.
La Vita non è altro che la storia di una conversione letteraria, dall’ineducazione (o meglio gli studi che mirano meramente all’acquisizioni di una forma) allo studio, strettamente connesso al contenuto (linguistico, letterario e pedagogico). Non si tratta della riduzione della narrazione della sua inesistenza al singolo aspetto dell’esperienza letteraria, poiché questo è ciò che permette al poeta di trovare un significato, un obiettivo verso cui protendere. Questo costituisce dunque l’appagamento di questo desiderio, il quale Alfieri, nella sua petulanza giovanile, non era prima nemmeno riuscito a identificare. Percorrono tutto la biografia l’odio indomito per i Francesi, le travagliate storie dei suoi amori e gli innumerevoli viaggi.
Un libro piacevolissimo! L'ho comprato perchè era in offerta, ma temevo che fosse una noia... invece è bellissimo, strampalato da morire. Alfieri racconta la sua vita fin dalla nascita, non trascura niente, ne fa di tutti i colori... deve essere stata veramente una persona straordinaria, uno che se ne faceva un baffo di tutto e di tutti. Peccato che sia morto giovane (54 anni) altrimenti chissà cosa altro avrebbe combinato!
Interessante. Una biografia autentica e spontanea.. scritta, come spesso detto dall’autore, “di getto”. Alfieri fa un’analisi molto dettagliata della sua vita dalla nascita fino a qualche giorno prima della morte. Quest’opera da al lettore una visione molto particolare e sincera della biografia di Alfieri (evento innovativo nella letteratura).
Ho apprezzato molto la cura per la narrazione dell’infanzia e della puerizia che molto spesso nella nobiltà veniva trascurata. Proprio come la Terzoli credo che la fanciullezza dia una chiave di lettura privilegiata e compressa di tutta l’opera e dalla puerizia si possano comprendere molti aspetti e decisioni dell’Alfieri maturo.