Per il suo ventiduesimo romanzo, Andrea De Carlo ha scelto di raccontare la storia di una lunga amicizia eterosessuale che tende verso l’amore e la spiritualità, facendo i conti anche con il dubbio e la fede. Io, Jack e Dio sarà in libreria edito da La Nave di Teseo (pp.400 €20) - a ben quarantuno anni di distanza dal suo celebre esordio con Treno di panna. Ma la capacità dell’autore milanese di stupire e provocare il lettore, sembra essersi smarrita.
Il nuovo romanzo è fatto di tanti dialoghi, un confronto che spazia dalla vita al rapporto con la religione e il 69enne De Carlo adotta il punto di vista femminile, quello di Mila, un’illustratrice dal cuore tempestoso. Disegnare è il suo modo di misurare il mondo e comprendere gli oggetti, adottando una certa distanza ma con il passare degli anni, quella libertà rivendicata l’ha privata di ogni riferimento. E quella vita con valigia sempre pronta, le presenta il conto: Mila non ha amici, i genitori non le sono mai stati di conforto ma soprattutto, le manca Jack e la loro insolita amicizia, coltivata d’estate a Lungamira - sulle coste dell’Adriatico - negli anni dell’adolescenza.
Un patto di sincerità e quell’unico bacio, senza spingersi oltre. Anni di telefonate, un rapporto interrotto bruscamente da Jack con sette anni di silenzio. Finché, la tragica morte di Brusko, una rockstar locale, richiama in scena l’amico perduto. Con un saio addosso e «i capelli castani tagliati corti in quella specie di foggia medievale», lanciato in un’irriverente omelia per il cantante scomparso.
Scopriremo che sette anni prima, Jack aveva scelto di tagliare i ponti con tutti e adesso, con un gruppo di confratelli, sta restaurando il convento di San Firmiano. Ed ecco che il romanzo deraglia e De Carlo si fa prendere la mano, lanciandosi in un trattato religioso, una decostruzione impietosa della Bibbia, dei Vangeli e della religione strutturata, partendo dal Dio vendicativo del Vecchio testamento e giungendo sino ad una terza dimensione, «fluida, fluttuante, intangibile ma fondamentale, a cui appartengono le apparenti coincidenze di ogni vita».
Una confusione dei sensi che si avverte anche sulla pagina e trasmigra sino a Jack e Mila, destinati ad amarsi ma incapaci di lasciarsi andare. Nell’arco di 400 pagine, sfida il lettore sui temi evergreen dell’amore e della fede, su quel crinale in cui vengono meno le certezze, fra la voglia d’infinito e il bisogno di donarsi all’altro. Ma se l’inizio della storia è promettente, Io, Jack e Dio perde la presa con il lettore e si dilunga nell’intenzione di dimostrare ad ogni costo una tesi di fondo, sfoderando una trattazione sulle religioni che monopolizza un centinaio di pagine, appoggiandosi ad una prosa sempre molto ricercata ma cerebrale. Voltata l’ultima pagina, ciò che resta sono tanti, tantissimi dialoghi sulla fede e un confronto uomo/donna che non si incendia e in definitiva, finisce per annoiare il lettore.