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Storia dei longobardi

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Finalmente una storia dei Longobardi che non patisce la distorsione di un'ottica tutta italiana. Di questo popolo interessantissimo, adatto a un'analisi antropologica e non solo storica, Jarnut segue in alcuni capitoli caratteri e mobilità (forse in Scandinavia, certamente nella Germania settentrionale e nelle odierne Boemia e Ungheria) precedenti la famosa invasione italiana del VI secolo.
L'Italia divise in due le vocazioni e i destini dei Longobardi, perché a nord, nella «Langobardia», posero le premesse per il «Regnum Italicum» e per i contatti con altri popoli germanici; a sud, dove dominarono più a lungo, ebbero contatti stretti con i popoli mediterranei. Il loro cammino verso una vera integrazione latino-germanica fu interrotto dall'invasione di Carlomagno.
Di questi aspetti Jarnut dà conto in pagine che non rinunciano alla narrazione e che contengono, utilmente, tutte le informazioni di base.
È un popolo fortemente caratterizzato da un atteggiamento di migrazione totale: non si espande in Italia (come faranno poi i Franchi nell'VIII secolo), ma vi si trasferisce integralmente, lasciando ben poco di sé nelle regioni di provenienza.

162 pages, Paperback

First published January 1, 1995

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Jörg Jarnut

11 books

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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
Profile Image for Ivan.
361 reviews54 followers
June 10, 2018
Embè, sì, possiamo dirlo. Per l’avventura dei Longobardi in Italia Jarnut è il contraltare tedesco del nostrano Gabriele Pepe. Nel suo libro pubblicato nel lontano 1965 (Pepe pubblicò nell’ancor più lontano 1941, quando eravamo alleati di guerra dei Teutoni, mentre l’alta cultura italico-romana dell’epoca li disprezzava) Jarnut proponeva una tesi che rivalutava , e di parecchio, i tanto disprezzati selvaggi e crudeli Longobardi, necatori dei Romani e della Romanitas. Tenendo per mano Paolo Diacono, passo passo Jarnut ci accompagna nelle loro migrazioni, dalla mitica uscita dalla Scania (“matrice di popoli”), all’isola di Rugia e alle sponde dell’Elba, fino alla Boemia, alla Bassa Austria, all’Ungheria e infine all’Italia. Non che i Longobardi siano stati dei gentlemen (né hanno scannati a iosa di Romanici appena entrati in Italia, li hanno spogliati e cacciati dalle loro terre, hanno distrutto etc., etc.,), anzi, già in epoca imperiale i Romani erano sbigottiti dalla loro selvatichezza e ferocia, ma come succede sempre (quale popolo invasore non sì è comportato così?) i tempi cambiamo, gli atteggiamenti e i comportamenti mutano a contatto con una civiltà più sviluppata. Soprattutto con l’avvicendarsi al potere di sovrani cattolici, i longobardi hanno lentamente perso le loro peculiarità di popolo combattente e occupante, duro e “razzista” con i vicini sottoposti. In interessantissimi paragrafi Jarnut mostra come in primis con la bavarese e cattolica regina Teodolinda, con Pertarito, Liutprando e Ratchis poi, i due popoli si sono lentamente avvicinati fino ad una parziale fusione, manifesta e indicata dai matrimoni misti, un tempo vietatissimi, tra longobardi/e e romanici/che, fino all’imposizione di nomi romanici a neonati longobardi e viceversa; o all’utilizzo del latino nella codificazione di leggi e editti, o alla dicitura attinente alla regalità, “per grazia di Dio re del popolo dei Longobardi”, ma anche “dell’assegnato dal Signore popolo dei Romani”. Lo stesso re Ratchis (744-749) sposerà una nobile romana, Tassia, e non si definirà più rex gentis Langobardorum, ma “princeps”, in voluta continuità con la tradizione imperiale. Beh, insomma la ferocia fu deposta, in parte. Ratchis spodestato dal fratello Astolfo, infatti non sarà scannato come di prassi, ma “monacato”, a forza, lui, moglie e figlie. Qualchecosa insomma stava cambiando. Ed anche la selvatichezza. Lentamente la cultura romanica permeò i longobardi, piccola minoranza in un mare di romanici. L’uso del bilinguismo cedette il passo ad un latino mooolto volgare parlato da tutti (è l’italiano?). Le aristocrazie pur consce della loro peculiarità (dopotutto siamo sempre guerrieri, cribbio!) si ingentilirono e, magari “monacate”, produssero intellettuali finissimi del calibro di Paolo Diacono.
Insomma, l’avventura longobarda in Italia, è degna di essere narrata.
Post scriptum. Vivendo in ciò che era il territorio di confine tra la Pentapoli interna e il Ducato di Spoleto, ovvero con l’Esino che faceva da confine (a sinistra la Pentapoli, a destra il Ducato) si può cogliere e leggere ancora oggi la passata presenza longobarda, sia nei toponimi, fitonimi e agionimi. Il castello di Staffolo, da staffal, le varie e scomparse da tempo selve della Vallesina che avevano il nome di Gualdo (da wald), gli agionimi di S. Michele (S. Michele è il santo per eccellenza della nazione longobarda, guerriero e psicopompo che erediterà da Odino-Wotan le funzioni, e che i nostri portava effigiato sulle lance) e San Giorgio continuamente ricorrenti a Jesi, distretto e castelli. La stessa (scomparsa) abbazia di S. Savino (ai margini dell’ex Campo Boario) voluta e patrocinata, secondo la tradizione, dalla stessa grande regina Teodolinda. O il gastaldato di Castel Pietroso (Pierosara) i cui resti incombono su S. Vittore alle Chiuse e sulle Grotte di Frasassi, etc., etc.,.
Ma come accidenti si fa a non appassionarsi alla storia del Longobardi vivendo in un accidenti di posto così?
Profile Image for Marmott79.
141 reviews37 followers
December 2, 2017
Il saggio si dipana agilmente in 137 pagine, estremamente maneggevole dunque e di scorrevole lettura, la fonte principale è naturalmente la Historia Longobardorum di Paolo Diacono, epurata dalle infinite seppur preziosissime digressioni di cui è costituito che dilatano parecchio la narrazione. Altre fonti rilevanti sono il Libri Historiarum di Gregorio di Tours soprattutto per la parte relativa alle migrazioni e agli incontri/scontri con le altre popolazioni in Europa, il De Bello Gothico di Procopio di Cesarea riguardo i primi anni di insediamento in Italia) e il Liber Pontificalis, citato in modo assai ricorrente a partire dal regno di Liutprando a testimonianza di come e quanto la storia dei Longobardi si sia legata a quella della nascita dello Stato della Chiesa.

Si può dire infatti che proprio la presenza dei Longobardi in Italia, relegati i Bizantini a scarsissima influenza, sia stata di fondamentale importanza per l'autonomia di Roma e del Papa che sempre più divenne autorità riconosciuta in Europa al di sopra degli stessi sovrani, garante degli equilibri tra stati nonché potenza creatrice di re d'Europa o, nel caso dei Longobardi, distruttrice di re.

La storia dei Longobardi è un susseguirsi di colpi di scena e cambi di alleanze che hanno come scopo il mantenimento dell'unità del regno longobardo da una parte e la realizzazione di autonomie delle sue provincie dall'altra in un periodo storico in cui l'influenza di Bisanzio in Europa sta velocemente scemando, grazie soprattutto ai Longobardi che ne conquistano i territori, e due future potenze stanno nascendo:

la Repubblica Cristiana, così Gregorio Magno chiama il futuro stato della Chiesa in una lettera a Teodolinda moglie di Autari e Agiulfo
il regno dei Franchi di Carlo Magno

Sarà proprio Carlo Magno, chiamato da Papa Adriano I a porre fine al Regno dei Longobardi assumendo da allora il titolo di Rex Francorum et Langobardorum.

Ritornando alla descrizione del saggio di Jarnut, l'autore ha redatto un'opera davvero completa mettendo a confronto diverse fonti: quella longobarda per eccellenza di Paolo Diacono dalla quale prende le maggiori informazioni nonché la struttura dell'opera, quella papale e fonti franche, soppesa attentamente gli scritti degli uni e degli altri cercando e trovando un equilibrio sufficientemente realistico.
Come la Historia Langobardorum di Paolo Diacono si struttura in sei capitoli arrivando fino alla conquista di Carlo Magno che Diacono però non racconta poiché la sua narrazione si ferma all'apoteosi del regno longobardo con Liutprando. In ognuno dei sei capitoli, dopo una narrazione scorrevole delle vicende storiche, vengono analizzati aspetti importanti della cultura Longobarda e la sua evoluzione: il passaggio da popolazione di guerrieri in marcia a regno strutturato, da insieme di popoli con religioni diverse a stato cattolico, dalla tradizione prevalentemente orale dei miti delle origini e delle leggi all'elaborazione di un codice di leggi e di almeno due opere storiche sul popolo dei longobardi: quella di Paolo Diacono e la Historiola de Langobardorum Gestis di Secondo di Non, consigliere spirituale e politico della regina Teodolinda, che rappresenta la fonte primaria dello stesso Diacono fino alla storia de secolo VII e poi ancora analisi della progressiva romanicizzazione dei Longobardi.
Decisamente un testo ben fatto.
Cosa manca per essere perfetto?
- Una lista dei sovrani longobardi (che però si può ritrovare su Wikipedia): ci sono momenti in cui si inizia a far fatica nel ricostruire i legami di parentela, soprattutto nella seconda metà del VII secolo.
In fondo al link una follia: il tentativo di ricostruire la lista dei sovrani con relative figlianze e matrimoni da Ibor e Aio a Desiderio 😱😱😱. Alla fine viene riportato tra i figli di Desiderio anche Ermengarda, data in sposa a Carlo Magno e da lui ripudiata in seguito al cambio delle alleanze. Il nome Ermengarda è quello che ha consegnato alla storia il Manzoni, altri la citano come Desideria, in realtà quel matrimonio fu cancellato dalla storia e così il nome della donna.
- Un indice dei nomi che renda immediata la ricerca
- Una cartina che riassuma il tragitto del popolo longobardo dalla Scania all'Italia.
https://marmott79.blogspot.it/2017/12...
Profile Image for Sergio.
1,441 reviews182 followers
June 23, 2018
La storia di un popolo nomade che diventò stanziale nelle ubertose valli del nord Italia e che seppe creare un regno dimostrando doti oltre che guerriere anche diplomatiche.
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