Que faire quand on est une femme dotée de capacités physiques exceptionnelles et d’une volonté bien charpentée ? Grimper, toujours plus haut, toujours plus fort ! Que faire quand cette passion vous conduit dans un monde presque exclusivement masculin, celui des guides, des gendarmes, du secours en montagne, du groupe d’élite d’alpinisme de l’armée, et qu’on se heurte inlassablement au même plafond de verre ? Recommencer, encore et toujours, et donner une voix à sa colère. Marion Poitevin est aujourd’hui secouriste en montagne et présidente de l’association « Lead the Climb », qui ouvre les portes de la haute montagne aux femmes. Elle prend la plume pour la première fois dans cette autobiographie saisissante.
Marion Poitevin, 1985 ha un curriculum potenzialmente interessante. Nel 2006 viene ammessa nella prima squadra nazionale di alpinismo femminile creata dal CAF (club alpino francese, oggi FFCAM, Fédération Française des Clubs Alpins et de Montagnes). Nel 2008 diventa la prima donna ad essere ammessa al GMHM (Group Militaire de Haute Montagne), il celebre gruppo che ha forgiato alpinisti del talento di Christophe Profit e di Eric Escoffier. Nel 2012 partecipa ai giochi mondiali militari d’inverno e dopo aver vinto il primo posto nella categoria femminile, chiude anche una via pensata solo per gli uomini, assegnandosi così il terzo posto assoluto. Lascia il GMHM dopo soli 3 anni (su 10 previsti) perché non sentiva a suo agio (a suo avviso c’erano commenti sessisti o non veniva trattata in maniera non adeguata alla sua condizione di donna) e diventa la prima istruttrice donna all’EMHM, École Militaire di Haute Montagne. Fonda poi un club d’alpinismo per donne, Lead The Climb (una costola del CAF) dove insegna alle donne l’autonomia in montagna e diventa guida alpina. Nel 2015 lascia l’esercito per entrare nella polizia e diventa la prima securista donna e la prima istruttrice donna al CNEAS, Centre National d’Entraînement à l’Alpinisme et au Ski (tutto con base a Chamonix). Niente male, no? E invece no: Marion è eternamente insoddisfatta. Pagina dopo pagina, c’è sempre un graffio subìto (e restituito), un dubbio che l’assale, un senso di colpa, un’amarezza, un senso di ingiustizia, di ineguaglianza. E non se ne esce. Mai. Fino alla fine. La Poitevin parte da un problema concreto: per le donne, trovare un partner per fare cose interessanti in montagna è difficile. Lo confermo. O vai col fidanzato (quando può e vuole lui) oppure vai con una guida alpina. Ora, se sei una donna che vuole diventare guida alpina e che quindi devi scalare tanto e forte, pagarsi sempre una guida alpina è molto caro. Ed è vero che gli uomini non lo fanno – perché vanno a scalare tra di loro. Allora? O inizi a scalare in solitaria (come aveva fatto la Destivelle) oppure paghi una guida alpina, oppure cambi strada. Marion invece sceglie quello della lamentela. Che poi sparge su qualsiasi argomento. Per esempio, in una pagina racconta come “i maschi” le facessero un sacco di avances mentre andava a scalare (e questo ovviamente non le faceva piacere perché lei invece era lì solo per scalare) ma nelle pagine successive è irritata perché quelli del GMHM, l’avevano messa in spedizione in tenda da sola per “proteggerla” appunto da qualsiasi tipo di avance: era dispiaciutissima perché si sentiva molto sola. Poi non le andava bene che gli uomini facessero sempre delle battute sui loro piselli (con anche qualche fotina qua e là) ma si sa, ai maschi è un tema salace che piace molto (ho due figli maschi) e o ci ridi su anche tu oppure ignori completamente. Marion ancora una volta ha un pensiero divergente: sceglie di fare la maestrina e di spiegare perché questi siano degli scherzi volgari e di basso livello. Insomma, è tutto così, capite? Parte con delle sue amiche a fare una spedizione un po’ così (secondo me un po’ ad minchiam) in Antartide: volevano fare dei couloir con gli sci. Ok. No big deal ma le ragazze imparano comunque cosa vuol dire fare una (seppur breve) spedizione al freddo. Rientrata il GMHM comunica che si parte per una spedizione all’Antartide, ma la nostra Marion, ormai donna navigata, rinuncia alla spedizione perché non vede il senso di andare a soffrire al freddo. Quando sei mesi dopo sempre il GMHM organizza una spedizione al Polo, la Poitevin vuole però assolutamente farne parte e si stupisce che non sia stata scelta. Eh? Quando i militari del GMHM le hanno fatto il colloquio di selezione, le avevano obiettato che lei dava l’impressione di essere ancora alla ricerca di sé, che non fosse veramente sicura di questo percorso. Lei ovviamente ribatte con vigore che non era assolutamente vero (e poi scrive del dubbio che forse le avessero fatto questa domanda perché lei era un donna, quindi un essere più debole…): ora io trovo, in tutta onestà e alla luce di questo testo, che in realtà non fosse una domanda tanto peregrina perché Marion non ha mai detto di voler assolutamente fare parte del GMHM perché era un suo sogno fino dall’infanzia (dico così, per fare un esempio) e poi del resto, il suo abbandono e il suo continuo cambiare posizione, dimostra che forse quei militari non avessero posto questa domanda poi così a torto. Marion quindi, pagina dopo pagina, mi ha convinta sempre di meno: intrappolata in una eterna insoddisfazione che deriva proprio dal non aver trovato il proprio posto nella vita. La Poitevin raggiunge però il colmo quando racconta di una violenza sessuale subita nel corso della sua adolescenza. Ora, alle parole “violenza sessuale” mi si sono drizzate le antenne: forse la ragazza ha un serio motivo di confusione/malessere personale. Se non che mi ritrovo a leggere a p. 155 “Lo incoraggio a finire” e poi qualche riga sotto “il ragazzo non mi voleva fare male” nella pagina seguente, cioè la 156, tratta questo evento come una violenza sessuale: io non credo che “incoraggerei” qualcuno a “finire di violentarmi” (sue parole!) e poi lo congederei, dicendo che in fondo non voleva farmi del male (sue parole!), ma poi dopo invece gli punto il dito contro. No? Ecco, arrivata a questo punto io prendo le distanze da questa donna, veramente troppo confusa e suo malgrado, proprio a causa di questa confusione, pericolosa per le donne perché il #metoo è pieno di donne irrisolte che puntano il dito contro il sistema patriarcale ma non sanno bene poi quello che vogliono. Che noi si viva in un sistema patriarcale è vero, ma specialmente nel mondo della montagna (indiscutibilmente molto machista) c’è un fair play che tante donne spesso ignorano: quello dei risultati. Davanti a questi, gli uomini (tranne una manciata di idioti, ma vabbè, quelli ci sono sempre, anche tra le donne) portano sempre rispetto. Una come la Poitevin solleva acidità senza uno scopo ben preciso. Genera malessere e malcontento. Penso alle prime guide donna, sia francese che italiana, che si sono sicuramente confrontate con un ambiente molto machista eppure hanno fatto il loro percorso – e non hanno mai scritto una riga di lamentela. Pare anzi fossero ben felici di poter fare le guide. Perché persone con un buon potenziale, invece si lamentano così tanto? Concludo dichiarando di aver preso definitivamente le distanze da Marion Poitevin quando finisce il libro parlando di “combattimento” (per migliorare l’uguaglianza): ecco, la scelta di questa parola mi perde. La dove c’è un combattimento, una guerra, ci sono anche barriere. Con gli uomini (che mi piacciono da morire, specialmente quelli che vanno in montagna!) io ci voglio parlare, dialogare, non certo fare la guerra. Mi sembra che Marion ora abbia trovato una certa serenità con la sua famigliola e col suo lavoro di Lead The Climb. Di tutto cuore spero che davvero questa strada sia quella che stesse cercando fin dall’inizio.
Je n'ai pas réussi à lire le livre jusqu'au bout par manque de fluidité dans le style d'écriture. Les nombreuses remarques féministes m'ont semblé caricaturales par moments. On ne peut pas comparer l'homme et la femme, on n'a pas le même organisme, le même métabolisme... Néanmoins, je suis d'accord avec cette sorte de paternalisme qu'elle souligne au fil des chapitres faisant qu'un parcours n'est pas ouvert à une femme alors que celle-ci s'en sent capable. Son parcours est à souligner, l'autrice peut en être très fière.
N'est pas écrivain qui veut. C'est dommage parce que Marion Poitevin a un parcours super intéressant, mais vraiment l'écriture est catastrophique. Travailler avec une ghostwriter aurait été pas mal je pense, là on a l'impression de lire le premier jet et que personne s'est penché dessus avant publication pour dire "je sais que c'est important, mais peut-être que c'est pas nécessaire de dire mot pout mot pour la 4e fois en 2 pages que ce n'était pas la place d'une fille à cette époque..."
Un livre qui vaut la peine d’être lu pour son fond (la vie et le parcours de Marion Poitevin dans l’alpinisme et la haute montagne) mais moins pour sa forme. En effet l’actrice rencontre quelques écueils de style d’écriture lorsqu’il s’agit de mettre en avant les situations sexistes dont elle a été victime. Mis à part cela, il faut aussi rappeler que c’est un premier livre et une première autobiographie, j’ai aimé découvrir ce monde sur lequel je ne connais que peu !