Sono stata molto, molto indecisa sul voto da dare a questo libro.
Che la scrittura non fosse niente di speciale me ne sono accorta subito, anche se riconosco che un tentativo di costruzione del linguaggio c'è stato. Se fosse stato costruito meglio, poteva diventare uno dei punti di forza del romanzo, ma mi bastava che fosse almeno leggibile.
Tutto sommato, il romanzo scorreva e potevo sopportare un po' di sessismo (al quindicesimo "pollanca" in riferimento a Meridia, l'ho capito che è bella, bro, giuro), visto che almeno l'insieme era scorrevole.
Ho apprezzato l'atmosfera generale e, fino all'ultimo terzo del libro, ero tentata di dare tre stelle. L'uso delle creature del folklore mi stava piacendo. Il Rione non si limita a figure note e le sa reinterpretare in modo interessante.
Ma.
Ma.
Questo romanzo ha due problemi - tre, contando anche quel difettuccio che è il sessismo di certe situazioni, personaggi e battute. Ma su quest'ultimo ero quasi disposta a passare sopra, per una volta.
Il primo problema si può sintetizzare con il ritmo, ma in parte riguarda anche la caratterizzazione di Nello, siccome tutta la storia è dal suo punto di vista.
Dal momento in cui inizia l'avventura fino alla sua conclusione, Nello non fa che fallire. Non solo non guadagna nessuna ricompensa (e l'ho aspettata per tutto il secondo terzo, perché era telefonatissimo il destino del sacco), ma sopratutto non impara niente, non acquisisce nuove abilità, non si confronta con il suo difetto... niente di niente.
Solo alla fine - quando è ormai "troppo tardi", perché in un certo senso ho smesso di sperarci - tutto va forzatamente a posto, perché ormai è il finale e quindi deve.
Il secondo problema è, appunto, il finale.
Ora, io come lettrice investo tutto nel finale, specie se il romanzo costruisce tensione sopra tensione sopra tensione, come in questo caso. Il Rione carica tutto il peso che ha come se dovesse prendere la rincorsa per un salto lunghissimo... e poi sperpera tutto quel bottino, buttando tutto in caciara.
Sono arrivata alla fine solo per vedere quanto profonda si stava scavando la fossa, tra San Gennaro che chiude a chiave il Vesuvio con il pastorale e Pulcinella che parla come Balanzone. Nello poco manca che sbagli in congiuntivi, però Pulcinella è laureato (ma parliamo dello stesso Pulcinella che a "quanto fa uno più uno?" rispondeva convinto "undici"?) e sa usare parole come disinnescare e antagonizzando.
Nel giro di più o meno cinquanta pagine sono passata dal voler fare i complimenti all'autore per l'impegno e la creatività a guardare il finale con la stessa morbosità che si riserva al gatto morto.
Mi dispiace, perché ci avevo creduto, però non me la sento di dargli più di due stelle.
Restano i meriti - per cui sotto non scende - però nemmeno posso alzare il voto.