Inverno demografico: e davanti a noi si stendono pianure infeconde e ghiacciate da far impallidire Il Trono di Spade, nella mente risuonano echi di tragedie shakespeariane.
In Italia non si fanno più figli, dove andrà a finire la nostra civiltà, ma soprattutto: chi pagherà le nostre pensioni? Ma che senso ha insistere a credere che l’unico modo per tenere in piedi il sistema sia procreare, anche laddove le donne – per la precisione una minoranza di donne quantificata dall’Istat nel 5 per cento – pur essendo nelle condizioni di fare figli, non li vuole?
Rispetto al tema della maternità spesso vincono gli schematismi e le donne si trovano rappresentate o come vittime di un Paese in cui fare figli è un privilegio- la precarietà del lavoro, gli stipendi bassi, gli asili inaccessibili, lo stato sociale che non provvede come dovrebbe -, o come un manipolo di ciniche, superficiali, carrieriste e future pentite destinate a una vecchiaia solitaria e amareggiata dal rimpianto di non essersi riprodotte. Tra questi due poli ci sono le persone vere, a cui danno voce gli interventi raccolti in questo libro. Tante donne, ma anche alcuni uomini, che hanno raccolto la sfida lanciata da Simonetta Sciandivasci con lucidità e ironia sulle pagine dello “Specchio”, inserto culturale della “Stampa”, una sfida a interrogarsi sui motivi per cui si diventa genitori oppure no, a ragionare sulle diverse possibili fisionomie di una famiglia.
C’è chi si dichiara fautrice dell’agnosticismo procreativo, perché diventare genitore è qualcosa di così intimo e personale da rendere impossibili posizioni di principio, chi insiste sulla necessità di rendere più semplice l’adozione per i genitori single, chi accusa il peso dei condizionamenti del passato e chi prova a sostenere le ragioni dell’incoscienza. Chi valuta il congelamento degli ovuli prima di intraprendere un percorso di transizione da donna a uomo, chi sostiene che i padri siano ben felici di non avere la parità genitoriale e chi patisce l’onnipotenza delle madri in caso di separazione. Ci sono donne che chiedono più rispetto per la scelta di non essere madri, uomini che provano a smontare i narcisismi, le fragilità, le contraddizioni dell’essere padre.
E poi ci sono doti che attendono pazienti nei bauli, nonne e madri che attendono nipoti da figlie che con noncuranza varcano la soglia dei trentacinque anni…
Una carrellata di interventi non ortodossi, pieni di intelligenza e senso critico, un vademecum fondamentale per chiunque sia interessato all’argomento. Un dibattito che ci fornisce ottimi strumenti per “smettere di pensare che l’inverno demografico sia una questione morale o economica: è, invece, una questione di prospettiva, che impone nuove lenti; è una questione di geografia politica e riorganizzazione del mondo secondo nuovi criteri”.
CON I CONTRIBUTI DI: Viola Ardone • Sandro Bonvissuto • Maria Cafagna • Elisa Casseri • Francesco Ditaranto • Marco Franzoso • Flavia Gasperetti • Loredana Lipperini • Elena Loewenthal • Andrea Malaguti • Michela Marzano • Daniele Mencarelli • Assia Neumann Dayan • Gianluca Nicoletti • Raffaele Notaro • Melissa Panarello • Veronica Pivetti • Silvia Ranfagni • Francesca Sforza • Caterina Soffici • Giorgia Soleri • Elena Stancanelli • Giorgia Surina • Nadia Terranova • Maria Sole Tognazzi • Alec Trenta • Carlotta Vagnoli • Ester Viola.
Di questa raccolta di saggi e articoli ho apprezzato il tentativo di portare più visioni sul tema della maternità come aspetto identitario e realtà esclusiva, totalizzante, che quando manca è privazione infelice e non scelta arricchente.
Ci sono voci molto diverse e alcune belle riflessioni non solo sul rapporto tra denatalità e scelta, ma anche sulla narrazione della donna in rapporto al dolore e sul rapporto tra stampa e ferocia dei social.
Se in generale alcuni saggi sono più riusciti di altri ho percepito una sorta di “calo” nella seconda parte, come fosse un aggiunta che ha solo allontanato la pagina di fine da quelle dove le riflessioni erano pungenti e cristalline.
Forse si è allargato un po’ troppo lo scopo, forse è diventato necessario a livello di marketing coinvolgere voci molto note sui social, che però non credo abbiano arricchito i temi di una virgola rispetto alla prima parte, molto più solida.
In ogni caso è un libro che consiglio, anche solo per riflettere sull’uso che facciamo ogni giorno della parola “parto”, su tutte le persone, gli animali, le cose di cui ci definiamo madri, sull’esigenza di un paragone performativo tra quello che riempie la vita di una donna senza figli e l’esperienza unica ed escludente della maternità.
L'idea alla base di questo libro è buona: dare voce a chi non vuole figli per scelte. La resa però non è particolarmente convincente, alcuni interventi sono mediocri e non si coglie davvero perché la curatrice abbia scelto di coinvolgere alcune persone rispetto ad altre.
Avere o non avere figli sono entrambe scelte valide, ma questo libro sembra cadere nel costante tranello di dover trovare una giustificazione, che non c'è in nessuno dei due casi, si tratta semplicemente di scegliere l'una o l'altra direzione.
Mi è piaciuto molto questo libro perché parla della maternità senza fare due fazioni. Finalmente non ci sono mamme schierate contro non mamme. Mi piace molto anche lo stile con cui è scritto.
Se ne parla in modo pacato tranquillo e rispettoso: dopotutto ognuno è libero di decidere come crede e non per questo deve sentirsi superiore o inferiore agli altri per questo, no?
Ho letto volentieri la maggior parte dei contributi, alcuni molto interessanti altri addirittura spassosi.
Aggiungo che è pieno di spunti per nuovi libri da leggere - molti dei contributors sono scrittori - e io stessa me ne sono segnati diversi (il prossimo che leggerò è “In principio furono le mutande” di Rossana Campo, e questa cosa mi fa molto ridere perché da un libro così non mi aspettavo certo spunti del genere!!)
Ho trovato questo libro davvero bello e interessante. Mi ha fatto ridere, piangere ed emozionare profondamente. È uno di quei libri che ti restano dentro.
Mi è piaciuto molto leggere i punti di vista di così tante persone diverse, ogni testimonianza mi ha fatto riflettere, mettere in discussione certezze e ampliare la mia visione: non esiste un’unica verità dietro al desiderare (o meno) dei figli, ci sono mille sfumature, esperienze, motivazioni, dubbi e consapevolezze. Non esistono solo due schieramenti contrapposti ma un intero spettro di possibilità, tutte valide e meritevoli di rispetto.
Consiglio la lettura a chiunque voglia approfondire questo tema senza pregiudizi, con curiosità e apertura mentale.
"Tutto ebbe inizio quando Simonetta Sciandivasci, giornalista de La Stampa addetta alla pagina culturale, se ne uscì durante una riunione di redazione con la scottante frase: “Io non voglio figli. Li posso avere. Ho trentasei anni e abbastanza soldi per mantenerli. Ma non mi interessa, tutto qui”. Sebbene si trattasse di un’asserzione – oltre che di una proposta per un possibile articolo – senza alcuna domanda sottintesa, si sollevò all’istante un dibattito ricco di contributi personali e non pochi pareri contrari. Dopo qualche giorno, Simonetta firmò il suo pezzo dal titolo I figli che non voglio, indirizzato all’Istat, pungente, sarcastico, sufficientemente provocatorio da far diventare in breve tempo il dibattito nazionale e scatenando gli interventi più disparati pro o contro la maternità. (...) È da questo fenomeno giornalistico che è nato I figli che non voglio, il libro recentemente pubblicato da Mondadori a cura della stessa Simonetta Sciandivasci, in cui sono racchiusi i contributi editi e inediti di scrittrici, giornaliste, influencer, attrici, insegnanti ecc, maschi e femmine. Ognuno racconta la propria esperienza, esprime liberamente il suo pensiero, ed è per questo che non si tratta di un testo incentrato solo sulla non-maternità scelta e voluta: in linea di massima, infatti, a parlare sono per lo più i genitori o coloro che non lo sono diventati per diversi motivi, ma in fondo avrebbero voluto esserlo. Solo poche voci fuori dal coro rappresentano quel 5% di donne che secondo l’Istat non fa figli per scelta e una di queste è, ovviamente, quella della Sciandivasci, colei che ha dato avvio al dibattito. Sebbene, dunque, tutti i contributi siano a loro modo interessanti e meritevoli di essere letti, la protagonista indiscussa che tiene il filo dei vari interventi e apporta sempre qualche elemento di novità è proprio l’autrice del libro: sono sue le parole più originali, controcorrente, davvero utili a un possibile cambiamento di visione, tanto che viene da sperare in un prossimo progetto editoriale interamente incentrato sulla sua esperienza, o sul suo pensiero a proposito dell’argomento specifico".
Insomma.. perché la struttura dell'opera fatta di tanti brevi interventi (all'incirca ognuno di 3 pagine) rende il tutto troppo a strappi. Più da quotidiano che da libreria.
Interessante, diverso da altro che ho letto sul tema freechild. L'idea nasce dalla riflessione dell'autrice condivisa con i colleghi de La Stampa su un tema molto attuale ultimamente, ma anche vecchio come la maternità stessa: è legittimo che le donne rivendichino il diritto alla scelta di avere o non avere un figlio, ed è sacrosanto che non si rompa loro il cazzo per questo. Attorno a questo punto di vista si è agitato un dibattito vivace che ha coinvolto i lettori del giornale e che ha generato gli articoli raccolti in questo volume, firmati da scrittrici, giornaliste, influencers, attiviste, attrici, e pure qualche uomo. Sorgono un sacco di temi paralleli attorno a quello principale: il ruolo dei padri, il divorzio, la maternità surrogata, le adozioni, l'aborto, gli orientamenti sessuali e le identità di genere, il femminismo, l'emergenza climatica.. Non sono d'accordo sul fatto che le prese di posizione rispetto al tema non debbano diventare contrapposte e ideologiche; e infatti le argomentazioni di chi interviene mi paiono troppo moderate. Pur tuttavia, è molto interessante l'approccio per affrontare un argomento così complesso e di cose su cui riflettere ne vengono fuori tante. Ben scritto da tutti, peraltro, ed egregiamente riequilibrato dall'autrice.
“Morirebbe per un ideale? Risposta: Morirei solo per mio figlio. Che cosa c’era di diverso, nella sua vita, prima di diventare madre? Risposta: Che sarei morta per un ideale. Penso che vorrei abbracciarla, ma non lo faccio. Continuò a chiederle cose, un sollievo stupendo mi si allarga dentro, sono il balcone di una casa sul mare, vuota, che si apre e lascia entrare la luce e la brezza, sono la tenda che comincia a volare. Sono sollevata perché non sono trafitta, e invece avrei potuto esserlo, avrei potuto sentire il morso di una mancanza, la piccolezza della mia esistenza, l’insensatezza di una vita che se non dà altra vita è mal spesa, la tristezza di non avere qualcuno per cui non morire per un ideale, la tristezza di non avere qualcuno per cui morire. E invece no […] (p. 19)
In un’intervista del 2016, Natalia Aspesi ha detto: “Il destino delle donne non è fare figli. Il destino delle donne è vivere”.
- Simonetta Sciandivasci
In un articolo del gennaio 2018 intitolato La domanda più scema: e tu, figli? e apparso sul “Foglio” nell’inserto “Il Figlio”, curato da Annalena Benini, Nadia ha scritto: “Dev’essere stato guardando le mie nonne che ho saputo cosa significa mettere al mondo un altro essere umano: la possibilità di vederlo morire”. E ancora: “Nessuno sa davvero perché alcune persone hanno figli e altre no, e ‘E tu, figli?’ continua a sembrarmi la domanda più scema che esiste, più scema che maleducata, più scema che sgradevole, quindi quando me la fanno taccio o rispondo a caso. Non dico mai una delle mie verità: ‘Non ne faccio perché ho paura che muoiano’”.
- Simonetta Sciandivasci su Nadia Terranova
Se penso ai tentativi di medicalizzazione della gravidanza che ho dovuto eludere in questi mesi, al modo in cui l’ostetricia – il regno delle donne – è stata ridicolizzata dalla ginecologia – a lungo il regno degli uomini –, alle recenti battaglie per rimettere al centro dell’esperienza del parto la volontà e il corpo delle donne, so esattamente di che parlo. So di che parlo se dico che dietro ogni “Riposati!” strillato in gravidanze fisiologiche c’è un bisogno neanche troppo nascosto di esercitare un controllo sul corpo delle donne, e che la maggior parte dei farmaci o dei cosmetici sconsigliati in questi nove mesi non sono davvero nocivi: semplicemente, nessuno ritiene utile fare dei test seri per metterli a disposizione delle donne incinte.
- Nadia Terranova
“Stringiti alla comunità delle donne, perché quando sarai vecchia saranno loro a salvarti, non i maschi” ha detto Luisa Muraro, filosofa femminista tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano, a Valeria Parrella, che con questa frase ci ha fatto l’esergo di un suo libro, Quel tipo di donna (HarperCollins, 2020). E i maschi, chi li salva? Esistono comunità di mutuo soccorso maschile, a parte i monasteri macedoni dove di femminile non è ammesso nemmeno il pollame? Temo di no. Non ci sono nemmeno centri antiviolenza che accolgono uomini vittime di violenza. La comunità delle donne di cui parla Muraro è però qualcosa di profondamente diverso, esiste in filigrana, c’è ma non per forza si vede, è un fatto di spirito, una rete invisibile e possente, intelaiata dagli sguardi, e sostentata non dall’amicizia ma dalla sorellanza, che è un sentimento diverso, che è una unione, è una corrispondenza, è una vicinanza tra simili che si riconoscono uguali nell’eredità storica e culturale che portano addosso, è la cosa in più che le donne provano al cinema quando una donna spara, urla, piange, viene stuprata, viene ammazzata, lancia un bicchiere in faccia a un cretino, incendia il camion di uno che l’ha importunata in autostrada. È quella cosa che hanno i gemelli, quella che se uno si ammala l’altro sta male pure lui, quel modo di sentirsi coinvolte e interpellate da quello che succede a un’altra. È uno degli insegnamenti di Cristo nel Vangelo: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, voi lo avete fatto a me”.
- Simonetta Sciandivasci su Carlotta Vagnoli
Maria Sole Tognazzi, regista e sceneggiatrice, ha scritto questo per il nostro dibattito: io non ho figli ma sono madre delle cose che realizzo. Quando l’ho letto, ho pensato: wow, bello, anche io. Poi però mi sono domandata se non fosse ingiusto togliere alla maternità la sua specificità, se non fosse un pensiero quasi consolatorio: non ho figli, ma ho un lavoro che amo come un figlio; non ho figli, ma ho un lavoro che mi fa sentire come una madre. Soprattutto, mi sono chiesta perché un lavoro, un amico, un libro debbano essere paragonati alla maternità, come se non avessero un valore, proprio e assoluto, come se da soli non stessero in piedi.
- Simonetta Sciandivasci su Maria Sole Tognazzi, Melissa Panarello, Viola Ardone
Procediamo per paragoni e assoluti, abbiamo questa specie di pensiero comparativo-agonistico che immagino abbia radici nel patriarcato, quindi nel capitalismo – come tutto, no? Quante volte ho sentito dire che non esiste amore più grande dell’amore di una madre per un figlio: così tante che l’ho preso per buono, per vero. Ma buono non è per forza vero. Un giudizio non è un’informazione, eppure la maggior parte della mia educazione sentimentale si basa su giudizi scambiati per informazioni. La mia, la vostra, quella di tutti. Davvero non esiste amore più grande di quello materno? Lo abbiamo sempre pensato tutti, ci abbiamo sempre creduto tutti, e questo ha fatto sì che quell’amore diventasse per noi non solo il migliore amore possibile, e quindi, di fatto, l’unico, ma pure un paradigma. Così, i romanzi sono diventati figli, i cani e i gatti sono diventati figli, le fidanzate sono diventate mamme, le persone premurose sono diventate materne, giocare con un bambino è diventato istinto di maternità. È una specie di gigantesca appropriazione culturale nella quale tutto scompare, si fluidifica, s’accorpa in un unico grande elemento: la maternità. Esagero? Forse. Però ho sentito un sollievo quando ho letto Melissa Panarello, che al nostro dibattito ha partecipato scrivendo proprio che no, la maternità non è un’espressione di sé, la maternità è la maternità, e scrivere un libro non è come fare un figlio.
- Simonetta Sciandivasci su Maria Sole Tognazzi, Melissa Panarello, Viola Ardone
Soltanto una cosa: gradirei che questa indifferenza fosse reciproca. Moralmente intendo. Perché se affrontiamo la questione del fare o non fare figli sul piano etico, la faccenda si complica parecchio per le mamme e i papà. Se c’è una cosa che gli sventolatori di culle vuote non possono accreditarsi è infatti la legittimità. Pare brutto doverlo ribadire, perché sembra non si voglia far posto agli altri, ma il mondo è strapieno. […] Mettere al mondo un figlio non è affatto un regalo alla Terra, è piuttosto un dispetto. Perché i bambini ci sono, ce ne sono moltissimi e molti di loro non hanno niente da mangiare o una di quelle culle in cui riposare. […] Non sono una che la prende sul personale, ma se c’è una cosa che il nostro tempo chiede a gran voce non è certo un nipotino, ma il rispetto per la gente che sulla Terra c’è già, e ha diritto di non morire di fame e di freddo. E non dite che le due cose non sono incompatibili, perché un po’ lo sono, ammettiamolo. Dunque io non la tiro fuori la questione morale quando mi chiedono perché non ho fatto figli e vado in giro con un cane squinternato quanto me. Ma gradirei che non la tirassero fuori neanche gli intervistatori. Perché se c’è una cosa che davvero non piace a noi squinternati è vincere sul piano morale.
Riconosco l'importanza di questo libro, ma mi ha messo una terribile ansia.
Un'accozzaglia di opinioni di diversi personaggi pubblici sul tema della genitorialità, che ruota attorno allo stesso loop: la scelta di non avere figli.
Apprezzo il tentativo, tuttavia la struttura del libro è sempre la stessa e l’autrice non riesce a farsi da parte lasciando la voce agli altri personaggi che interpella. Vuole rimanere filo rosso di giunzione fra gli scritti degli altri autori (sì, ci sono anche degli uomini e delle riflessioni sul concetto di "padre") e scrivendo quindi lunghi cappelli introduttivi -a volte più lunghi dell’intervento stesso, in alcuni casi fumosi e inutili, spesso enigmatici. Spesso è difficile riconoscere la voce dell'autrice da quella di chi ha dato il suo contributo. Allo stesso modo, diversi interventi mi sembrano inconcludenti, poco pratici, tutti basati sull’opinione personale, in alcuni casi poco audaci, quasi mai netti e coraggiosi.
Simonetta Sciandivasci raccoglie in questo libro diversi interventi e contributi sul tema di avere e non avere figli, a seguito di un suo articolo uscito su “La Stampa” nel 2022 e da voce a diverse voci ripercorrendo ragioni, situazioni ed esperienze personali di chi racconta mettendo a nudo la propria visione e il proprio stato delle cose. Il libro è un perfetto dibattito sul tema, una lettura preziosa per chi ha figli, per chi non ne ha, per chi li vuole e per chi ha deciso di non volerne. Da leggere assolutamente.
Alcuni mesi fa su "La Stampa" è uscito un articolo sulla maternità che ha dato il via ad un dibattito proseguito per settimane, in questo libro l'autrice dell'articolo originario ha riassunto e ampliato l'argomento, raccogliendo alcuni dei contributi già pubblicati e addizionandolo di nuovi punti di vista. Infatti a rendere piuttosto unico nel suo genere questo volume è proprio il fatto che non segua un'unica linea di pensiero, ma si biforchi più e più volte abbracciando punti di vista ed esperienze così lontani da sembrare inconciliabili, ma che invece risultano complementari, in una varietà non confusionaria, ma arricchente. Troviamo storie di non madri per scelta, condizione o caso e madri a loro volta per scelta, condizione o caso. Ci sono padri e non padri. Tante donne, alcuni uomini, giovani e meno giovani e ognuno apporta al dibattito prospettive inedite, originali, con cui si può essere d'accordo o meno, ma che sono in ogni caso interessanti da leggere e valutare. Mettere al mondo figli e perpetuare la specie umana, nell'illusione, forse, di garantirsi un qualche tipo di immortalità è un impulso biologico; negli ultimi anni però sempre più persone cominciano a domandarsi se rispondere a quell'impulso sia ancora doveroso o necessario. E tra queste pagine sono certa che qualunque lettore potrà trovare un punto di vista che risuonerà incredibilmente simile al suo pensiero, facendolo sentire meno solo nelle sue riflessioni sulla questione. Secondo me questo libro è un ottimo punto di vista per cominciare ad esplorare il proprio pensiero sul volere o aver voluto avere figli, per poi, magari, approfondire il tema con testi più complessi.
Il libro è una raccolta di brevi interventi sul tema della genitorialità, figli (è il caso di dirlo) di un coro di voci molto diversificate. Ci sono interventi di donne che hanno scelto di non essere madri, ma anche testimonianze di donne che hanno voluto la maternità, da sole o con un partner. Si parla della libertà di scegliere se essere madri, del diritto di abortire. Si dà voce anche ad alcuni uomini, padri che vogliono assumere il proprio ruolo e padri che perdono il rapporto con i figli dopo il divorzio. Emerge anche la riflessione sul fatto che prima di volere (o no) procreare siamo anche figli/e, a volte anche genitori dei nostri stessi genitori. I testi sono in generale interessanti e ben scritti, anche se ci sono testi che ho apprezzato più di altri. Il mio preferito sicuramente "Il mio tempo". Avrei desiderato anche qualche contributo sull’omogenitorialità e sulle famiglie adottive, aspetti a mio avviso mancanti per rappresentare vissuti veramente plurali.
"La mia contraddizione è che ci si può sentire inquieti tutta la vita, mai del tutto appagati, e provare comunque una disperata nostalgia del presente, una possessività feroce nei confronti del proprio tempo, di una vita che davvero non è niente di che, è abbastanza marginale, forse ridicola, ma io l'ho voluta proprio così, in ogni sua parte, e quanto ho brigato per aver-la. Il tempo, questa è la cosa cruciale. Il mio grande amore."
“Ripenso al modo che aveva di guardare suo figlio e a tutto l’amore che c’era nei suoi occhi: tutto quell’amore che lui, forse, avrebbe voluto ricevere da suo padre e che, invece, non aveva mai ricevuto. Ma é questo ciò di cui un figlio ha bisogno? Oppure, amando un figlio come si sarebbe voluto essere amati si dà ciò che non si ha a chi non lo vuole, come spiega Jaques Lacan, che crocifigge l’amore? E forse ha ragione lui, è inevitabile, soprattutto l’amore per i figli, che è sempre fratturato, è sempre egoista, è sempre quello che serve ad aggiustare le proprie storie e le proprie miserie.”
Michela Marzano
Stupendi anche gli interventi di Marco Franzoso e Gianluca Nicoletti.
Poco incisivo Pensavo fosse un libro in cui la scelta di non avere figli venisse argomentata con lucidità, attraverso prose scritte da donne che questa decisione hanno preso con consapevolezza e dignità. Mi sono trovata di fronte all'ennesimo tentativo di giustificarsi, quasi a chiedere perdono al mondo di una presa di posizione che è del tutto personale e che non prevede- o almeno non dovrebbe - l'assoluzione da parte di chicchessia. Avevo seguito con interesse il dibattito generato dall'articolo dell'autrice a mezzo La Stampa, ma questo libro non mi ha convinta e mi è sembrato molto più reazionario di altri testi scritti 50 anni fa.
Iniziato bene, poi é diventato troppo frammentato e ho smesso di leggere dopo due scritti di uomini… letteralmente ogni volta è “io” “io e mio padre” “io e mio figlio”, ma ce la fate a decentrarvi per una volta? Ho skippato l’ultimo quarto, magari è finito bene, boh. Poi dopo le dichiarazioni dell’autrice su francesca albanese mi è scaduta proprio. No wonder nessuno legge più sti giornali se i giornalisti non sanno scrivere un libro decente.
"Dovremmo rivendicare, tutt*, il tempo per pensare" Libro audio ascoltato che letta mi ha fatto due grandi doni: - non sentirmi sola nel pensare che la società del futuro dovrà essere tarata su nuovi modelli di convivenza e nuove percezioni dell'individuo. - che il relativismo etico, checché ne dicesse Ratzi, buonanima, è una cosa bellissima. #ifiglichenonvoglio
Pur essendo d’accordo in linea di principio con le premesse dello scritto, cioè che ogni donna deve essere libera di decidere di non avere figli (non per motivi di salute, non per motivi economici, semplicemente non averne), quasi tutti i racconti contenuti sembrano una diversa declinazione dell’antico adagio latino “Excusatio non petita, accusatio manifesta”
Nonostante con molti interventi non fossi d’accordo, non approvassi il linguaggio, non condividessi la prospettiva etica o morale, penso che questo sia un libro che va letto. Uno spaccato di attualità necessario per capire da dove veniamo e dove stiamo andando e dove qualcuno vorrebbe dirottarci.
Alcuni passaggi di rivendicazione al diritto di non essere madre sono molto belli. Su altre dichiarazioni avrei molto da ridire; in primis non capisco perchè bisogna parlare delle madri e delle loro difficoltà per dichiarare di non volerlo diventare. In più ci sono parecchie affermazioni sulla pratica della maternità che proprio non condivido.
Puntuale, preciso, sagace. Una moltitudine di punti di vista su un tema che divide opinioni e persone. Grazie, si sentiva veramente la mancanza di un libro così.
Molto interessante pieno di spunti da condividere Non mi è bastato leggere su Kindle… da comperare Diversi punti di vista fuori dagli schemi su un argomento che mi ha sempre toccato da vicino
Un progetto che ho visto nascere e seguito sulle pagine de “La stampa”, con potenziale dirompente e anticonformista, moderno e consapevole. Il filo conduttore è un articolo di commento, un po’ troppo personale, di Simonetta Sciandivasci, in cui l’autrice spiegava i motivi per cui ha scelto e sceglie di non avere figli e voleva suscitare dibattito sull’argomento, in un mondo in cui le prospettive sono cambiate e non più banalmente univoche. Questo libro è la raccolta degli interventi pubblicati su La Stampa nei giorni e nelle settimane successive, prevalentemente a cura di filosofi, sociologi, scrittrici. La struttura del libro è sempre la stessa e l’autrice non riesce a farsi da parte, volendo rimanere filo rosso di giunzione fra gli scritti delle altre autrici e scrivendo quindi lunghi cappelli introduttivi (a volte più lunghi dell’intervento stesso), in alcuni casi fumosi e inutili, spesso enigmatici. Allo stesso modo, diversi interventi mi sembrano inconcludenti, poco pratici, tutti basati sull’opinione personale, in alcuni casi cerchiobottisti e poco audaci, quasi mai netti e coraggiosi. Sono inoltre molto brevi, come prevede lo span di attenzione nella lettura di un articolo di giornale/sito internet ai giorni nostri. Quindi ci troviamo di fronte a sfumate opinioni di circa due facciate che portano poco all’argomento, non stanno quasi per nulla nei fatti e nelle statistiche, e riducono infine l’argomento centrale, in alcuni tratti, a una chiacchiera fra amiche. Mi pare una splendida occasione che sia stata però mancata clamorosamente, e trovo pigro il lavoro che è stato fatto nella costruzione del libro: l’argomento sarebbe stato da smontare e rimontare completamente, invece di pubblicare semplicemente gli interventi con una piccola introduzione per ciascuno. Anche i tempi lampo della pubblicazione fanno intuire che è mancata ricerca ed elaborazione del progetto, motivo per il quale la splendida occasione mancata rimane un testo che non consiglio di inserire nella propria biblioteca.
Non è sicuramente la raccolta di saggi della vita, non offre spunti di riflessione molto profondi. Mi è capitato in passato di esporre le stesse riflessioni pungenti in alcune conversazioni e sono stata presa per una cinica, banale, "hai 30 anni, sei giovane, prima o poi anche tu cambierai idea", "ma come fai a dire certe cose, anche tu vorrai dei figli". L'ho apprezzato perchè rientrando in quel 5% menzionato a inzio libro (no spoiler!) mette per iscritto i miei pensieri riguardo al tema della maternità. Ovvio che la gente parla e giudica senza sapere, ma mi sono sentita compresa e meno sola.