Prima di essere stroncato dalla tubercolosi, Stephen Crane ha scritto un romanzo su di un giovane femminiello marchettaro; quel bigotto megalomane di Henry James, però, ha preso il manoscritto e l’ha buttato nel caminetto. E’ questa, su per giù, la polpa del romanzo di Edmund White, Hotel de Dream ( Playground, Roma 2008, euro 15).
Bello, succulento, intrigante, ma una domanda lo accompagna: chi diavolo è Stephen Crane? Se masticate un po’ di letteratura americana, dovreste esservi già ritrovati con questo fastidioso ossicino incastrato fra i denti, anche se a dire il vero non avete mai approfondito più di tanto. acciamo un passo indietro e, stuzzicadenti alla mano, togliamoci questa benedetta scheggia d’endocarpo dagli incisivi. Stephen Crane nasce in New Jersey nel 1871, quattordicesimo figlio di un ministro metodista. Da giovane fa il giornalista per il New York Tribute, che lo spedisce un po’ dappertutto, dai sobborghi malfamati della grande mela alle trincee di Cuba, infiammata in quel periodo dalla guerra fra spagnoli e americani. Nel 1895 scrive un romanzo sulla guerra civile americana, Il segno rosso del coraggio, che riscuote un successo planetario; l’opera segna la rottura di Crane con il naturalismo, e il suo approdo ad un impressionismo rivoluzionario. Calunniato dalla stampa americana, nel 1897 è costretto a riparare in Inghilterra, dove riceve l’acclamazione dei grandi letterati. Muore in Germania il 5 giugno del 1900.Sciorinata la scheda biografica, vediamo di riassumere: un giornalista americano impavido e mordace, che si fa scrittore e stupisce il mondo con le sue rocambolesche storie d’avventura; vi ricorda mica niente? Già, proprio così: Hernest Hemingway: la somiglianza è netta, e non solo dal punto di vista biografico.
Lo stile puntiforme, incisivo, dalla forte carica pittorica, è un debito che il premio Nobel contrae proprio dal nostro Crane che, con il suo pirotecnico impressionismo, scardinò le normali strutture del romanzo, amalgamando sapientemente la cruda realtà ad allucinanti folgorazioni visive ( leggiamo nell’enciclopedia americana: “sia il realismo che il simbolismo, i due filoni principali del romanzo moderno, hanno i loro inizi americani nell'opera di Crane”). Crane scrive in totale cinque romanzi; più un presunto sesto volume, appena abbozzato ed intitolato Fiori d’asfalto, che sarebbe poi quello gettato alle fiamme da Henry James. Ed è proprio da questa ipotesi sul libro incompiuto, da questo mistero di luci e ombre, che nasce il romanzo di Edmund White. L’autore ammette di aver dedotto la vicenda da una dichiarazione di James Gibbons Huneker, amico newyorkese di Crane: “Una sera di aprile o di maggio 1894 incontrai Crane sulla Broadway. Sulla Union Square ci si avvicinò un ragazzino che chiedeva l’elemosina. Arrivammo alla Everett House, e notammo che il ragazzo era truccato. Era molto bello, come un angelo di Rosetti, ma Crane ne fu disgustato. Poi si incuriosì. Lo fece parlare. Quello aveva la sifilide, ovviamente e voleva dei soldi per farsi curare. Cavò un bel po’ di informazioni dal ragazzo e si mise a scrivere un romanzo su un giovane prostituto. Forse la miglior prosa che Crane abbia mai scritto. Che io sappia, non lo completò mai. Lo voleva chiamare ‘Fiori d’asfalto ’”.
White ha arraffato le parole di Huneker e ci ha ricamato sopra la storia di un giovanissimo Gitone newyorkese, costretto a prostituirsi per soldi. Un borghesotto se ne innamora, e ne fa il suo amasio, ma un mafioso siciliano, ingelosito, decide di sottrarglielo con la forza, proprio come fa Ascilto con Encolpio. Questa, in sintesi, la trama del romanzo segreto. Nel calderone predisposto da White, oltre all’enigma “Fiori d’asfalto”, è finita anche la vita dello stesso Crane, immortalato nei suoi ultimi tragici istanti. Assistito dall’amante Cora (ex - tenutaria di un bordello cubano, l’Hotel de Dream, appunto), lo Stephen Crane del romanzo è impegnato in un duello mortale con la malattia, in una corsa contro i granelli di sabbia della clessidra, contro istanti sempre più brevi e dolorosi, per il compimento finale dell’opera.
La tubercolosi imperversa, inondando di sangue i polmoni dello scrittore: il romanzo deve essere completato prima che l’inevitabile si compia, prima che il morbo mandi in scatafascio l’organismo, infliggendo il colpo di grazia. “Si sentiva come Tristano nell’ultimo atto dell’opera impossibile di Wagner. Egli è ferito, desidera morire e quasi muore, se non che il disgraziato filtro d’amore che gli scorre nelle vene continua a tenerlo sveglio, riempiendolo di desiderio”. Il filtro d’amore che scorre nelle vene del nostro Crane è quello del narratore per gli uomini e le loro burrascose vicende, il suo desiderio quello di ultimare il lavoro, e andarsene senza lasciare nulla in sospeso. Come Orwell alle Ebridi, che scrive il suo 1984 con la tisi alle calcagna, Crane stringe l’anima coi denti e si immola in nome della sua storia. Egli è una partoriente che non si lascia vincere dall’emorragia fintanto che il bambino non è venuto alla luce.
Le fitte di dolore e la febbre dilatano a dismisura il tempo della sua lotta, ostacolando la corsa del maratoneta verso il traguardo; ma ecco che un angelo salvifico, in questo caso l’amata Cora, soccorre il moribondo, l’uomo sfiancato e finito, e lo traghetta fino alla meta, come il giudice che sorregge Dorando Pietri e lo aiuta a tagliare il nastro della vittoria. E’ qui che l’eroismo dello scrittore si fa simbolo, che il suo dramma si compie; ed egli infine muore, con un ultima esalazione che è allo stess o tempo la frase conclusiva di Fiori d’asfalto; o almeno lo è nelle dimensione fittizia del romanzo. Mi piace pensare, tuttavia, che la morte del vero Crane sia stata altrettanto gloriosa, impavida e combattiva – una morte sul campo! – di quella del suo alterego di inchiostro. Sono un romantico: che posso farci?