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Πικρή ζωή

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«Όχι, εγώ θέλω παλιομοδίτικη κηδεία, το έχω γράψει και στη διαθήκη μου, πολιτική κηδεία, αλλά κατανυκτική. Δεν θέλω παπάδες, θέλω πρώην παπάδες, θέλω αυτούς που πέταξαν διά παντός τα ράσα τους κι έγιναν κομμουνιστές, μολονότι παρέμειναν παπάδες στην ψυχή. Θέλω τέσσερις τέτοιους αποσχηματισμένους και τολιατικούς παπάδες και θέλω και δυο μαύρα άλογα με λοφίο στο κεφάλι, δύο λογοτεχνικούς κριτικούς στη θέση του αμαξά και στους τέσσερις τροχούς της άμαξας θέλω, με τη σειρά αυτή, έναν ιστορικό, έναν τεχνοκριτικό, ένα στέλεχος εκδοτικού οίκου κι έναν συντάκτη της τρίτης σελίδας.»
(Απόσπασμα από το βιβλίο)

Μυθιστόρημα αυτοβιογραφικό, η Πικρή ζωή διαδραματίζεται στο Μιλάνο του "οικονομικού θαύματος". Ο πρωταγωνιστής της ιστορίας μεταβαίνει εκεί προκειμένου να εκδικηθεί για τον θάνατο δεκάδων εργατών στα ορυχεία της γενέτειράς του. Από τη μικρή επαρχιακή του πόλη βρίσκεται ξαφνικά στο Μιλάνο της προόδου και της εκβιομηχάνισης, στο Μιλάνο των καμπαρέ και των φουτουριστών ζωγράφων. Σαν κινούμενη άμμος που ρουφάει όποιον την πλησιάσει, έτσι καταβροχθίζει κι εκείνον, κάνοντάς τον ούτε λίγο ούτε πολύ να λησμονήσει τον πρωταρχικό του στόχο. Για να επιβιώσει, εργάζεται αρχικά σε ένα πολιτιστικό περιοδικό, ώσπου καταφεύγει στο ελεύθερο επάγγελμα και βιοπορίζεται μεταφράζοντας αγγλόφωνους συγγραφείς. Η αγωνία που τον κατατρώει καθημερινά είναι μια και μόνη: θα καταφέρνει άραγε να μεταφράζει σε καθημερινή βάση είκοσι σελίδες, προκειμένου να μπορεί να βγάζει τα προς το ζην ο ίδιος, η σύντροφός του στο Μιλάνο, αλλά και η σύζυγός του και το παιδί τους πίσω στον τόπο του;
(Απόσπασμα από το επίμετρο της μεταφράστριας)

270 pages, Paperback

First published January 1, 1962

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About the author

Luciano Bianciardi

78 books40 followers
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971) è stato uno scrittore, giornalista, traduttore, bibliotecario, attivista e critico televisivo italiano.
Contribuì significativamente al fermento culturale italiano nel dopoguerra, collaborando attivamente con varie case editrici, riviste e quotidiani. La sua opera narrativa è caratterizzata da punte di ribellione verso l'establishment culturale, a cui peraltro apparteneva, e da un'attenta analisi dei costumi sociali nell'Italia del boom economico, tanto che alla finzione narrativa si mescolano spesso brani saggistici che sfociano sovente nella sociologia. Legato per formazione e per scelta a tematiche classiste e libertarie, avrebbe dato all'impegno letterario il senso di un diretto engagement civile, concependo l'attività culturale come strumento di denuncia e di presa di coscienza, ma anche come intervento direttamente e immediatamente militante.

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Profile Image for Orsodimondo.
2,463 reviews2,434 followers
June 15, 2022
IL BOOM CHE FA BUM

description
L’indimenticabile Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli nel film omonimo del 1964, diretto da Carlo Lizzani.

Siamo a fine anni Cinquanta durante il cosiddetto boom economico.
Il romanzo, pubblicato nel 1962, è ampiamente autobiografico: vi si narra di un intellettuale di provincia (Grosseto) che lascia moglie e figlioletto per andare a vivere a Milano in cerca di un lavoro migliore: in realtà col segreto intento di far saltare in aria un grattacielo, quello della compagnia che per incuria e scarsa sicurezza sul lavoro ha causato l’incidente della miniera di Ribolla (1954, quarantatre minatori morti).
Ma il gesto anarchico viene posposto, ritardato, non arriva: forse perché il protagonista, oltre che fare esplodere il sistema, vuole anche esserne riconosciuto, accettato, accolto?

Il torracchione, come il narratore protagonista chiama il grattacielo, diventa il simbolo del potere che si annida a Milano, città di affari economia soldi: deve saltare in aria con la giusta combinazione di aria e metano, proprio com’è avvenuto per lo scoppio del grisù in miniera.
La grande città è un mostro dalle mille braccia che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge gli ideali, trasforma in apatici e rassegnati:
Bastano pochi mesi perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra venti anni tutta l’Italia si ridurrà come Milano.

description
Il cameo di Enzo Jannacci.

Bianciardi-Bardamu lancia invettive contro la società del miracolo economico il cui unico scopo è generare bisogni superflui, per rendere l’uomo schiavo d’inutili desideri che non riuscirà a soddisfare, proprio come in un classico girone infernale, per diventare produttori e consumatori e contare solo in quanto tali, irretiti dal miraggio del benessere, in realtà stritolati dall’inumanità dei ritmi e dei rapporti.

E se poi fosse soltanto una questione politica, io saprei il da fare. Se si trattasse soltanto di aprire un vuoto politico, dirigenziale, in Italia, con pochi mezzi ci riuscirei. Mi basta da un massimo di duecento a un minimo di cinque specialisti preparati e volenterosi, e un mese di tempo, poi in Italia ci sarebbe il vuoto. E nemmeno con troppe perdite: diciamo una trentina, e nessuno dei nostri. Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto in Italia. Ma il guaio è dopo, perché in quel vuoto si ficcherebbero automaticamente altri specialisti della dirigenza.

E fin qui siamo in presenza di un gran bel romanzo.
Quello che lo rende speciale è la scrittura di Bianciardi che riesce a fare più capriole linguistiche anche nello stesso rigo, più scoppi e fuochi d'artificio: dialettismi lombardi e toscani, parole straniere ironicamente adattate all’italiano, termini tecnici, lessico colloquiale e anche lessico gergale, neologismi d’autore…
Come se l’anarchia che pulsa nelle vene del protagonista si trasferisse alla scrittura, alle parole.
Ironia, comicità (ma non grottesco come nel non riuscito film omonimo) parodia, euforia, burla che coinvolge tutti, il Partito e l’Avanguardia e gli stessi personaggi.

description

Pagine indimenticabili: la partenza degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano; la differenza tra dané e grana; il lavoro di traduttore con le correzioni della capoufficio; le segretariette, come agiscono e come parlano: l’amore fisico, una rivoluzione che lascia svuotati; i tragitti in tram…

La chiamano nebbia, se la coccolano, te la mostrano, se ne gloriano, come di un prodotto locale. E prodotto locale è. Solo non è nebbia…. È semmai fumigazione rabbiosa, una flatulenza di uomini, di motori, di camini, di sudori, è puzzo di piedi, polverone sollevato dal taccheggiare delle segretarie, delle puttane, dei rappresentanti, dei grafici, del PRM, delle stenodattilo, è fiato di denti guasti, di stomachi ulcerati, di budella intasate, di sfinteri stitici, è fetore di ascelle deodorate, di sorche sfitte, di bischeri disoccupati.

description
Profile Image for Roberto.
627 reviews1 follower
January 25, 2018

Caro amico ti scrivo

Assistetti tempo fa al discorso che il direttore del personale della società per cui lavoro tenne a una trentina di ragazzi impettiti che erano risultati idonei all'assunzione.

"Dopo che vi avremo addestrato a dovere, vi porteremo in un cantiere in qualche sperduta parte del mondo dove dovrete lavorare duramente per tutta la vostra giornata. Alla sera o alla domenica vi chiederete cosa fare, ma visto che vi troverete magari a tre o quattrocento chilometri di distanza dal primo paese che si possa chiamare tale, non andrete da nessuna parte e per qualche mese non farete altro che lavorare. Ma poi tornerete a casa e avrete un sacco di soldi in più. E vi comprerete una moto, una bella Ducati ultimo modello, o un'automobile, una bella BMW. Ma per mantenerle ripartirete di nuovo, dedicando altri mesi al lavoro in un ambiente duro e senza svaghi. E al ritorno acquisterete una bella casa, che vi obbligherà a lavorare ancora per ripagarla. Poi chissà, vi sposerete. E per mantenere anche moglie e figli andrete ancora via lontano. Ma a furia di star lontani voi e vostra moglie vi farete delle vite parallele e prima o poi divorzierete. E partirete di nuovo; al ritorno una fiammante Porsche vi aspetterà davanti alla vostra bella casa solitaria durante i pochissimi giorni che trascorrete a casa. In attesa di ripartire per mantenerla"

Il discorso fu per me dirompente e mi stupì molto in quanto assolutamente non motivante per dei ragazzi in assunzione. Una vita così vale la pena di essere vissuta, pensai? Ma guardandomi intorno non vidi nessuna esitazione negli occhi dei ragazzi presenti. Tutti decisi, tutti motivati, tutti pronti a costruire con passione una vera e propria vita di merda.

Il discorso mi fece pensare alla illogicità del nostro sistema di vita, che ci vede sempre alla ricerca di qualcosa che non abbiamo. Corriamo in continuazione senza sapere dove e senza sapere il perché.

Non ho potuto non ricordare questo aneddoto leggendo "La vita agra" di Luciano Bianciardi. E' vero, Bianciardi qui parla della metropoli nel dopoguerra, ma i temi trattati sono i medesimi. Correre, correre, correre per arrivare a cosa?

"Io non capisco tanta gente che sgobba per farsi la casa bella nella città dove lavora, e quando se l'è fatta sgobba ancora per comprarsi l'automobile e andare via dalla casa bella."

La costruzione di bisogni è il fulcro della nostra società, che, basata su squilibri, riesce a sopravvivere solo se dinamicamente in movimento. E Bianciardi è lucido nella sua previsione del futuro

"Sembra che tutti ci credano, a quest'altro miracolo balordo. È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l'occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l'età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d'Italia. Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera."

Ma se da una parte Bianciardi è grande ad aprire la mente e a spingerci a riflettere su quel "pilota automatico" che inseriamo quotidianamente senza che ci sia chiara la rotta impostata, meno gradevole e logico per me è il Bianciardi uomo, che visto che non riesce a primeggiare nella metropoli si limita a deriderne i ritmi (e ci sta), le persone che ci abitano (e ci sta di meno), le donne (e non ci sta affatto, approccio proprio sessista), l'accento della parlata (che facciamo, ironizziamo sui dialetti? Chi si salva?), il clima (ed è ridicolo, come dire piove governo ladro).
Quello che non fa Bianciardi, purtroppo, è offrire alternative. Si limita a sognare. Peccato che questo sognare, che mi ha ricordato molto la canzone "Caro amico ti scrivo" di Lucio Dalla, non porti proprio a nulla.

Per Bianciardi il libro fu il racconto di una "grossa pisciata in prima persona sulla avventura milanese, sul miracolo economico, sulla diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d'oggi". Purtroppo esser critici è estremamente facile, esser costruttivi molto meno.

Un libro in ogni caso interessante, scritto benissimo e che sono stato felicissimo di leggere.
Profile Image for lorinbocol.
266 reviews435 followers
October 17, 2017
ci sono opere capaci di far interagire benissimo il sublime e il prosaico. l'alto e il basso, la riflessione e lo slancio, ambedue e viceversa. in questo romanzo come del resto nella vita, bianciardi scelse come attori gli ideali e gli impeti spericolati da una parte, e la tentazione del televisore comprato a rate dall'altra. la rabbia per la strage in un paesino minerario della toscana, e la quotidianità in cui si impantana il riscatto nei confronti dei padroni del vapore.
LB fu emigrato di caratura dalla maremma nella milano del grande boom. qui fu tra i pionieri della feltrinelli - salvo venirne poi licenziato per scarso rendimento - e qui rimase definitivamente nonostante le contraddizioni, la sofferenza, il sentirsi plaudito dal sistema che nel suo romanzo aveva irriso senza timore (di questo e altro pagherà un prezzo umano molto alto, tra crisi e alcolismo, fino alla morte a 49 anni).
la stessa mescolanza di alto e basso è applicabile anche alla sua lingua, e alla scrittura. le padroneggia come un meccanico che sa esattamente dove mettere le mani: stringe il bullone di un impasto dialettale, prova la carburazione di una burla, registra un inserto altisonante. e così accanto a distinzioni da proletariato consapevole come quelle tra la grana, cioè i soldi che si prendono, e il danè, ossia quelli che si pagano, piazza in punta di fioretto un virtuosismo come la via adelantemi di cui discorre nel primo capitolo.
tre a uno che più o meno tutti i milanesi leggendo si chiedano dove sia, e si rispondano che non c'è. bianciardi sta inventando, io almeno l'ho pensata così, anche se il dettaglio stona perché per il resto parla proprio di brera com’è: la biblioteca braidense, la pelota basca di via palermo (riposi in pace, una prece, ndr) o quel bar delle antille che poi sarebbe il giamaica. strano che si inventi una via adelantemi che a brera (e altrove) proprio non si è mai sentita.
se però ti dice bene, per botta di fortuna o per ottimi trascorsi ginnasiali (a mia madre per cortesia confermate la seconda), ecco riemergere che in greco antico àdeloi anthèmioi significa fiori oscuri, ovvero la strada che incrocia via brera a due passi dall'osservatorio. non è una scoperta che ti cambia la vita, però luciano mi hai fatto molto molto sorridere.
Profile Image for piperitapitta.
1,051 reviews469 followers
January 12, 2019
Storia di un impiegato

Sarà che ieri è stato quel giorno di vent'anni fa di cui tutti parlano, ma io non ho fatto che pensare a questa canzone* da quando ho iniziato a leggerlo.

https://youtu.be/JgdYTM1zujQ

«Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché questo puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conosci restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi»

*E anche a questa
«Anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti»

(arriva presto il commento)
Profile Image for Malacorda.
603 reviews289 followers
August 9, 2017
Pirotecnico come il García Marquez de "L'autunno del patriarca" ma con più punteggiatura, caleidoscopico come Eco ne "Il pendolo di Foucault" ma con più ironia. Dietro un tono scanzonato e una parvenza che hanno tutta l'aria di un divertissement, una cosa che lui stesso definisce "fare il verso a Querouaques", Bianciardi ha la stessa densità di un muro di mattoni pieni e mi fa un po' l'effetto di essere andata a sbatterci contro a 60 km/h: denso di temi, di lungimiranza, di vita reale, di ironia, di storia, di cultura e citazioni, di economia e società, di vita bohémienne… e ancora: la mercificazione della vita e dei desideri dell'uomo; l'alienazione come diretta conseguenza del capitalismo; la rassegnazione di una vita all'interno di questi ingranaggi; l'ipocondria; il settore terziario o "quartario" che somiglia sempre di più alla politica; la vita negli uffici italiani con capi, capetti e segretarie, dove "il metodo di successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere"; l'inquinamento; i supermercati e gli acquisti a rate; i venditori porta a porta; i medici che "sono sempre stregoni, stregoni cattolici per giunta"; ed ovviamente il celeberrimo boom economico, questo presunto miracolo italiano che in effetti del miracolo non ha proprio nulla… il tutto senza una trama vera e propria: "direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla".

Ecco chiaramente un altro libro in cui penso di aver capito meno della metà di tutto quello che c'era da capire, ma va bene anche così. Anzi, credo che il libro sia fatto apposta per questo: per ogni singolo lettore c'è una citazione che solo lui o al massimo pochi altri possono acciuffare. Ad esempio, quanti di quelli che lo hanno letto sanno dov'è Piantonia senza andare a guardare Google maps?

Di cosa parla questo libro? Per una volta il retro di copertina ha colto nel segno: la contraddizione tra il desiderio di opporsi al sistema (politico, sociale, economico) per spaccare tutto, e il desiderio/bisogno di essere accettati dagli altri e dal sistema stesso: fare vita di sezione (del partito), fare vita di quartiere, entrare "in un certo giro" per migliorare la posizione lavorativa. E' uno stretto legame tra due situazioni opposte: per spaccare il sistema devi farne parte, e per farne parte devi accettare le sue regole e meccanismi, adeguarti sempre un po' fino a diventare una delle tante formichine che lo compongono e lo sostengono. Questa dicotomia è attualissima, forse ancor più oggi che negli anni '60 quando il libro è stato scritto. Ulteriore conferma, nel caso ce ne fosse bisogno, che non abbiamo fatto nessun passo avanti.

Non vado oltre le quattro stelle perché, al di là della feroce ironia, mi è sembrato di leggere un certo autocompiacimento. O forse, per esser del tutto sincera, non arrivo a cinque stelle perché ci sono tantissime, troppe somiglianze tra i pensieri qui esposti dall'autore e le cose che io sempre dico o a volte penso senza permettermi di dirle ad alta voce. A partire dalle sciocchezze e le manie ( l'odio per gli inutili cantieri nelle strade, il fastidio di avere gente per casa) per finire con gli argomenti di sostanza (il ritrovarsi a decantare i meriti di una decrescita felice, salvo poi dover ammettere che prima di questo odiato progresso eravamo un branco di cavernicoli pidocchiosi). E insomma, si sa che vedersi messi davanti a uno specchio non è mai bellissimo. Ma profondamente costruttivo.
Profile Image for marco renzi.
299 reviews100 followers
November 7, 2024
Che sia cartaceo o audio, poco cambia: il capolavoro resta.
Certo, sconsiglierei vivamente di avvicinarsi a questo romanzo, come invero a qualsiasi altro titolo, senza passare dal testo vero e proprio; a meno che non vi siano impedimenti di forza maggiore. Perché, ecco, la lettura è solo quell'esperienza lì, non ci sono altre argomentazioni o altre storielle che tengano; tuttavia, provare ad ascoltare una persona che lo legge in modo tutto sommato giusto, in questo caso l'ottimo Alessandro Benvenuti, sul quale ero al principio scettico (qui si va su ragionamenti segaioli da toscani, e quindi nulla di concernente la stima nei suoi confronti: non posso non averne di chi ha girato "Benvenuti in casa Gori"), dopo aver già goduto del romanzo, magari più di una volta, come è avvenuto a me con "La vita agra", può essere interessante, specie quando ti rendi conto di ricordare nitidamente dei passaggi, mentre altri riemergono dalla memoria e ne escono valorizzati.
Insomma, se si vuole una ulteriore conferma della bontà di un libro, può essere un passaggio capace di sedimentare un testo nel cervello, magari offrendoci, perché no, nuovi risvolti interpretativi.

Io su Bianciardi ho scritto in giro parecchie cose; a suo tempo, anche una parte di una tesi di laurea che preferirei dimenticare, e invece, ahimè, ricordo perfino quella. Ci sarebbe poi un articolo uscito su una ex-rivista un tempo nota come Il Mucchio Selvaggio, che non so che fine abbia fatto: dovrei andare a ricercarne la copia: ma chi si ricorda dov'è, a distanza di quasi dieci anni?
Rimane, se non erro, una cosina che scrissi per l'appunto proprio un decennio fa, e che a rileggerla ora di sicuro farà ridere, in modo assai diverso da come fa amaramente ridere Lucianone nella sua massima opera; ma sarà rimasta lì da qualche parte, e quello è più o meno quanto penso ancora su questo gigante, celebrato a fasi sin troppo alterne, della nostra letteratura. Non so se adesso riscriverei meglio il tutto; forse sì: ma in fondo, chi se ne frega.
Profile Image for Dagio_maya .
1,109 reviews350 followers
May 25, 2022
Mi sono specchiata in queste pagine di vita scomoda, sofferta.
Ero prossima alla nascita quando Bianciardi scrisse questo libro, eppure, a distanza di così tanto tempo, ho vissuto gli stessi disagi....
...quelli della pecora nera che non vuole cambiare in mezzo ad un gregge di un bianco accecante...
Profile Image for Grazia.
507 reviews218 followers
October 28, 2017
"Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima."

L'altro giorno in office, nel mezzo del fermento lavorativo, il mio compagno di banco, coevo, piemontese, ex sindaco di un paesino delle Langhe, persona di gran spirito ed ironia, entrato in azienda da poco, riceve una telefonata che da subito si intuisce essere particolare.

"Scusi, questo numero era prima assegnato ad un collega che purtroppo è defunto"
[...]
"No guardi, io non conosco i familiari del defunto..."
[...]
"Sinceramente il defunto proprio non lo conoscevo neanche della macchina in leasing quindi proprio non so cosa dire"
[...]
"Le ripeto, no, non conosco neanche un familiare del defunto..."

A questo punto io ero con le lacrime agli occhi dal ridere, tutti i colleghi ascoltavano questa conversazione surreale ridendo come pazzi, non comprendendo come il nostro simpatico socio, stoico e serissimo, continuasse a sostenere l'assurdo dialogo senza riuscire a sganciarsi dall'insistente personaggio all'altro capo del filo.
Orbene.
Cattivo gusto dell'azienda che ridistribuisce numeri di defunti a parte, mi son chiesta come il mio compagno di banco riuscisse ad essere così paziente, così gentile e non procedesse risoluto con una risposta secca, ma inevitabile, dicendo semplicemente che non poteva fare nulla per aiutare un perfetto sconosciuto, scocciatore telefonico, che avanzava richieste cui si sarebbe potuto tranquillamente sottrarre.
Ecco. Bianciardi mi pare un po' come il simpatico collega. In balia delle controparti, in balia dei venditori, in balia della moglie, dei mezzi, delle segretariette secche, in balia di una città che gli dà da vivere ma che non gli piace vivere.
Lui si oppone, ma di fatto l'opposizione rimane solo formale. Critica, ma non si sottrae. Subisce.
È acuto Bianciardi e pure visionario. Scrive pure dannatamente bene. Interessanti le sue intuizioni legate all'evoluzione di una società completamente sbilanciata verso il consumo di persone e cose. Evoluzione di una società che spersonalizza uomini e donne facendone perdere le connotazioni distintive, che fa "insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera."

Ma santo cielo, la vita del narratore era poi così agra? Tradurre 5 ore al giorno, evitare le beghe aziendali e le segretariette, stare a casa con la sua amata Anna scambiandosi effusioni alla bisogna, e avere, a parte i dané, come unica preoccupazione la resa della traduzione di "plopped", fa così schifo?
E che gli avranno fatto mai queste "dattilografette secche" per avercela così tanto con loro? Il mondo non può essere abitato solo da donne grasse e perpetuamente gravide, come pare auspicare Bianciardi, e nel caso io personalmente mi dissocerei da quel sogno.

E quella Milano così fuligginosa e grigia? "Succede a volte che in città arrivi il vento, un vento senza odore e senza nome, perché nessuno si dà la pena di fiutarlo e di chiamarlo in qualche modo. Arriva non sai da dove, anzi da ogni parte, ti ripesca a tutti i cantoni, non ti dà agio di appoventarti. Arriva e spazza via la cupola fuligginosa, e per qualche ora ti sembra di esserti messo gli occhiali, il disegno delle case si fa netto, i lumi a sera brillanti, vedi persino le stelle, e il Monte Rosa dal terrazzino. Due, tre volte all'anno vedi il cielo longobardo, così bello quando è bello"

Ecco, forse la vita e le cose, bisogna anche un po' cercare di guardarle con quelli occhiali lì, quelli che ti fanno vedere il cielo longobardo così bello e il Monte Rosa.
Profile Image for Siti.
407 reviews170 followers
November 1, 2024
Solo al decimo capitolo, sul finire della narrazione, prendo contatto con l'opera e ne respiro gli umori e inizio ad apprezzarla; avviene quando l'autore scopre il suo intento, quando, abbandonata la cronistoria del suo vivere quotidiano, fa trionfare l'ironia e tutto ciò che finora ha descritto della sua misera vita cittadina diventa il contraltare per proporre un ideale di vita alternativa. Poche pagine serrate, meravigliose, divertenti e tristemente note: lì c'è tutta la miseria della nostra vita attuale, nulla è cambiato, anzi, si è realizzato all'inverosimile ciò che Bianciardi quasi profetizzava nel '61. Il consumismo si è fatto sfrenato, la qualità della vita si è abbassata ulteriormente, viviamo alla ricerca di inutili bisogni da soddisfare, spendiamo il nostro tempo a inseguire delle chimere che non soddisfano affatto che il mercato e la sua incessante sovrapproduzione. E il mondo si è fatto di plastica e l'aria è irrespirabile e l'uomo si è isolato: vive la sua vita agra. A leggere di quella dell'autore inizialmente si può provare noia, distacco emotivo e generazionale. Che ci fa un provinciale a Milano? E perché coltiva sogni anarchici, addirittura atti terroristici, da bombarolo puro? Perché non è rimasto con Mara e con la sua figlioletta in Toscana? Che ci va a fare in una città alienante come Milano? Chi glielo fa fare di ammazzarsi di lavoro? Poi lentamente trova la sua dimensione, una situazione però di pura sopravvivenza che spegne ogni ardore e la vita sfuma e l'uomo si perde e la vita va …
Triste, malinconico, in bilico tra il rifiuto e la ricerca di approvazione e di riconoscimento. Una vita schiacciata, un intelletto sprecato. É bene leggerlo per cercare di intuire quanto siamo tristemente omologati, ingenui e perfino felici.
Profile Image for Danilo Scardamaglio.
117 reviews10 followers
August 16, 2025
Quanto c'è di vero nel boom economico postbellico e nelle narrazioni che ne sono succedute? E se davvero il boom economico ha apportato un effettivo miglioramento alle condizioni di vita, cosa ha distrutto, al contrario, nella sua concretizzazione storica?
Bianciardi parla di tutto ciò ne La vita agra, originalissima narrazione in forma di romanzo semi autobiografico e in prima persona, in cui prevale sì la storia personale del protagonista, ma intrecciata spesso a considerazioni di stampo generale, riflessioni di natura puramente saggistica e metaletteraria. In questo sostrato eterogeneo di generi letterari, s'impianta quello che è forse l'elemento più originale del romanzo, ossia il ritmo: spesso indiavolato, frenetico, irrequieto, e poi quando necessario dolce, addormentato: è un ritmo scandito dalle vicende biografiche del protagonista, dalla rabbia e dalla necessità di sfogo verso il grigiore di Milano, verso la deumanizzante società neocapitalistica, di stampo quasi fantozziano, che essa ingloba e difende strenuamente, alla vita intima e al sereno ripiegamento che rappresenta invece la relazione adultera con Anna.
In effetti, nonostante gli iniziali propositi sovversivi ed incendiari del protagonista, l'unica forma di autodifesa a questa diffusa deumanizzazione sembra chiudersi ad ogni influsso esteriore, rifiutando ogni contatto, ogni possibile relazione con il mondo. Ed è così che anche la narrazione spesso si richiude su un impiccoloborghesimento ossessivo, sfiancante, svilente, in cui, anche se passivamente, il nostro protagonista sembra ricevere l'influsso individualistico di Milano, in cui il lavoro diventa unica dimensione esistenziale possibile.
Per quanto abbia apprezzato la critica corrosiva e feroce (e ancora di più nella sua subdola ironia) nei confronti di una società sempre più volta alla distruzione di ogni valore che non sia quello della produzione, letterariamente non sono riuscito ad apprezzare pienamente il testo per le continue oscillazioni di stile e ritmo, spesso troppo repentine ed ingiustificate, nonostante sia un amante della confusione e della distruzione in letteratura. E poi avrei voluto che Bianciardi avesse spinto ancora di più il suo coltello nel cuore di un'Italia che, ramificandosi, è diventata nucleo di quel cancro che viviamo oggi.
Profile Image for paper0r0ss0.
652 reviews57 followers
August 20, 2021
"... e' la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare." Cosi' Bianciardi descrive "La Vita Agra". Straordinario libro di inizio anni '60 che delinea un' Italia alle prese con quello che e' passato alla storia come Boom Economico. L'io narrante, un intellettuale di provincia trasferitosi nella metropoli del nord, non e' minimamente in grado di gestire questo furioso cambiamento. Vive la cosiddetta modernita' come una profonda alienazione da quelli che sono i ritmi e le abitudini che renderebbero la vita quotidiana degna di essere vissuta. Solo una potente vena satirico-grottesca riesce a rappresentare in maniera ammirevole l'arroganza dei nuovi padroni, lo straniamento dei nuovi arrivati in citta', l'ostinata febbre di prepotenza di chiunque abbia la possibilita' di esercitare il sia pur minimo potere, fosse anche il bigliettaio di un tram. Sbarcare il lunario, mettere insieme il pranzo con la cena, risulta un'impresa tragicomica e titanica se ci si azzarda a mettersi controvento, a rifiutare anche solo un dettame della legge dei nuovi tempi. La freschezza e l'attualita' di questo libro di piu' di quarant'anni sono stupefacenti. Valga d'esempio, la divertente e al tempo stesso amara descrizione dei primi supermercati, i bottegoni, e degli allucinati e allucinanti compratori. Sarebbe curioso sapere cosa avrebbe detto Bianciardi dell'odierna societa' di consumo!
Profile Image for Cosimo.
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October 5, 2015
Le scarpe hegeliane

“Vi canterò l'indifferenza, la disubbidienza, l'amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle”.

Il romanzo di Bianciardi, che fu traduttore, giornalista, insegnante, bibliotecario, fondatore e collaboratore di Feltrinelli, è scritto in una lingua corposa e deformata, intarsiata e vitalizzata, composta in un pastiche di dialetto espressivo e gergo contaminato, piena di oltraggi e deviazioni, variazioni di codice, onomatopee e neologismi. Dismagare, scapeare, spigare, sbandonare: esempi di un collage, una ibridazione mimetica e musicale che corrisponde alla geografia emotiva e esistenziale che descrive e disegna. In un contesto di denuncia civile e aspra protesta, La vita agra racconta una utopia in negativo, una Milano di disillusione e sfiducia, il disagio di una generazione di fronte alle conseguenze del miracolo economico con l'alienazione e la separatezza, la solitudine e la rassegnazione: nelle parole dell'autore, «la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare». Il monologo intimo e universale dell'autore maremmano rappresenta il destino che accomuna gli esseri umani di fronte alla disumanizzazione del progresso, quella disintegrazione delusa e vana che fa corrispondere le persone, nello stile di vita e nelle relazioni, a larve, ectoplasmi, automi, gusci: quel senso di annullamento e sparizione che porta alla perdita di empatia e solidarietà e all'autodistruzione. Bianciardi si sente sempre una controfigura e inventa qui una voce anarchica e radicale, una spontaneità sarcastica che smaschera il reale, uno stile impuro e popolare che non vuole omologarsi, che si oppone con passione e coscienza a un sistema di regole fondato su disuguaglianze e ingiustizie, su un prepotente primato del profitto sulla sensibilità e la vitalità. Surreale presagio della storia successiva, questo racconto canta la resistenza naturale del desiderio e l'intensa genuinità della ribellione, in un panorama decadente e malinconico dove lentamente, nel silenzio, dietro la farsa si intuisce la tragedia individuale e collettiva, gli esiti nefasti della rabbia e dell'ira, in un nichilismo da cupio dissolvi: quel disadattamento distruttivo che condurrà l'autore nonostante il successo all'isolamento e alla morte, quel teatro di conflitti irrisolti che di lì a poco segneranno fatalmente la storia del Paese.

“Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?”.
Profile Image for Alessia Scurati.
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July 14, 2018
Proverò a riscrivere tutta la vita non dico lo stesso libro, ma la stessa pagina, scavando come un tarlo scava una zampa tavolino.

Un romanzo che si apre alla Biblioteca Braidense, per me, ha già vinto.
Un romanzo così, poi.
Cosa potrei dire?
Una lingua perfetta, lucida, limpida, precisa, letteraria e colta e popolare insieme. Un vero piacere leggere. Anzi: che nostalgia! Non se ne leggono più di romanzi con un italiano così, siamo sintonizzati su una lingua molto più standard, che però ha perso il colore.
Poi, Milano è bellissima.

Infine -e lo so, avrei dovuto incominciare da qui-, il romanzo.
La passione e il disincanto, verso le proprie convinzioni, verso il proprio talento, verso l’amore.
Ci credete? Io, che pure mi occupo do scrittura e intellettualismi nella vita, mi sono ritrovata nella vicenda di uno scrittore messa in piedi qualche decennio fa. Che non sia cambiato niente, in fondo?

Cinque stelle di profondo gaudio e ammirazione - e sono poche. Stupendo. Vero.

Datemi i tempi, datemi i mezzi, e io toccherò tutta la tastiera - bianchi e neri - della sensibilità contemporanea. Vi canterò l’indifferenza, la disubbidienza, l’amor coniugale, il conformismo, la sonnolenza, lo spleen, la noia e il rompimento di palle. Et dietro poteranno seguire fanterie assai, illese. Ma tu, moro, mi stai a sentire?
Profile Image for Pavel Nedelcu.
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June 29, 2024
LA MILANO IMMUTATA

Da poco (un paio d’anni) mi sono avvicinato alla città di Milano per lavoro. Sono quindi stato sorpreso dall’attualità di questo romanzo sulla Milano degli anni 50. Siamo soltanto all’inizio del boom economico italiano, ma Bianciardi è riuscito a vedere già moltissimi dei problemi futuri alla base di una società basata sul capitale, sulla produttività, sul fare soldi a discapito del benessere psicologico dei lavoratori.

Il primo problema è l’alienazione, che ho ritrovato pari pari a quella odierna, nonostante al giorno d’oggi i fattori siano variati e agiscano molto più sottilmente. Poi, la città come architettura elastica, rumorosa, in continua espansione e modifica, un laboratorio che fa paura a Bianciardi, al suo narratore in prima persona che proviene dal Sud, dove tutto è lento, umano, sensato.

Essere Bianciardi all’epoca del boom economico voleva probabilmente dire essere considerati pazzi (la sua letteratura fu infatti perlopiù ignorata per tutto il Novecento), perché il boom industriale ed economico di quegli anni abbagliava tutti con la sua promessa di ricchezza, benessere, progresso.

Bianciardi però aveva la capacità di guardare in profondità, di analizzare un fenomeno sociale nel suo complesso. Da buon filologo (deliziose le pagine sull’etimologia di alcune parole ed espressioni) sapeva che un cambiamento formale implica un’intera catena di cambiamenti radicali, e che ciò che si vede in superficie potrebbe essere falso rispetto alla radice di un iceberg dove si nascondono moltissime insidie.

Critico, divertente, profondo, questo romanzo andrebbe davvero riscoperto e ricollocato tra le opere di punta del Novecento.
Profile Image for Sandra.
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December 4, 2014

La puzza della modernità



Mi è capitato un fatto strano durante la lettura: sentivo un puzzo terribile, un odore pestilenziale si alzava tra le righe, eppure il libro era nuovo, appena acquistato.
Avete presente quell’odore aspro e dolciastro insieme del gas che si respira quando si apre il coperchio del contenitore dei rifiuti per buttarci dentro il sacchetto della spazzatura e ci si trova sotto gli occhi un mucchio di spazzatura intorno al quale volano a frotte mosche e moscerini, magari tra sacchetti aperti in cui cani e gatti randagi sguazzano alla ricerca di qualche scarto da rubare? Quello, più o meno, ho sentito e mi sono figurata nel corso della lettura.
La società del miracolo economico di cui Luciano Bianciardi parla in questo romanzo saggio del 1962 puzza allo stesso modo, ed in essa le persone si aggirano come i nugoli di mosche e moscerini che svolazzano tra l’immondizia, avvolte nella nebbia dei gas di scarico delle auto, tra gli assordanti rumori provenienti dalle strade, sedotte a tal punto dal miraggio del benessere che si fonda sul possesso di DENARO da trasformarsi, in una vera e propria mutazione antropologica, in monadi isolate indifferenti a qualsiasi stimolo o rapporto esterno che non sia quello di lavorare (quale unico mezzo per affermarsi come “consumatori”).
La trama non è importante perché la struttura è singolare, si potrebbe leggere il libro anche a pezzi, in quanto è formato da brevi saggi sociologici che approfondiscono la tematica di fondo, la trasformazione della società contadina in civiltà industriale, intercalati dalla narrazione delle vicende quotidiane di un giovane intellettuale di provincia che si trasferisce a vivere a Milano. E’ stata questa caratteristica che più mi ha colpito nell’opera, inizialmente in modo non positivo perché l’ho trovato dispersivo e pieno di digressioni ( mi ha fatto pensare a uno scrittore che ho letto da poco, J. Barth ); in seguito, andando avanti, mi sono abituata e soprattutto ho apprezzato l’estrema attualità della problematica affrontata, che fa di Luciano Bianciardi un amaro profeta del mondo che viviamo.
Profile Image for Daniele.
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February 21, 2023
Caro Luciano, quanto l'hai sofferta questa vita agra, questo doversi conformare alla massa, dover abbandonare i propri ideali e sogni per guadagnarsi la pagnotta e portare avanti questa vita materiale.
Bianciardi lo adoro, ma mi immalinconisce.

Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù.

L'amicizia di due uomini è più forte di una preghiera, si, ma quando compare Anna e sorride nel sole, allora già in quell'amicizia qualcosa si è incrinata, perché io sono di Anna e Carlone sente che già nel pensiero io lo tradisco, perché un amico vero non sarà mai di una donna, una donna è sporca e insudicia persino le preghiere e Carlone sa che domani Anna sarà più forte di lui. Cupo ci segue giù per la strada e io so che per lui questo raro sole di domenica non brilla più, che in testa gli si è aperto un buco di buio, e così come a rinforzo chiama Ettorino, chiama un altro, perché il pugno di uomini amici sia più forte di quest'altra forza ora intervenuta, Anna è bella e tutti sappiamo che è mia, soltanto mia.

È per questo che il viso dell'agonizzante ci si mostra sempre così terreo e stravolto: sta lottando, non contro la morte ma contro la vita, perché pensa e si arrabatta di trovare i soldi per pagare il prossimo. Poi, appena morto, lo vedete distendersi, riposare, e sorridere ironico. Ora - così par che dica - arrivederci a tutti e sotto voialtri, io stavolta vado in pensione sul serio. Pagateli voi, i conti, e non i vostri soltanto, ma anche i miei, per la cassa, il trasporto, la buca al cimitero. E sorride.

Io non gliel'ho mai detto, ma secondo me è sbagliato far venire gente per casa, è una fatica imprevista e improduttiva, che nessuno ti compensa.
Profile Image for Gattalucy.
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October 21, 2017
Lungimiranti le previsioni di Bianciardi. Una lingua spumeggiante.
L’analisi del miracolo economico un capolavoro.
Mirabili certe caratterizzazioni, non dei personaggi, ma delle ossessioni dei milanesi, visti come antesignani di quel pregresso economico che sicuramente ci stritolerà. Quel correre non tanto per combinare ma per “far polvere, per tafanarsi gli uni con gli altri”.
La verità è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici: gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera, e riesce, non so come, a dare l’impressione, fallace, di star lavorando.
Meravigliose le segretariette secche, le immagini dei treni del sonno coi pendolari che nemmeno si riescono a vedere, profetiche le visioni del bisogno di produrre per diventare consumatori di bisogni superflui, e esilaranti le nevrosi che obbligano a fare i danè che sono quelli che si spendono, diversi da la grana che è quella che si guadagna. La fatica, dopo tanto correre di qua e di là per arrivare a malapena a ricavare un magro guadagno a fine mese, anche di ricevere la sera qualcuno per cui poi doversi impegnare in una conversazione piena di arguzie e moti spiritosi, altrimenti non sarebbe un invito per il dopocena. E così gli ideali anarchici, con questa vita agra, vanno a farsi benedire.

Detto da una milanese emigrata altrove, ci ho visto molti difetti che spesso chiamiamo virtù, che pensiamo ci rendano migliori perché più capaci, più produttivi, più furbi del resto d’Italia più indolente, più lento, ma a volte più umano, quando, come ha anticipato Bianciardi, non siamo riusciti a far diventare tutti gli italiani come noi.
Libro bellissimo. Lo consiglierò a mia figlia che, ora a Milano per studio, tutti quei difetti me li sciorina ogni fine settimana al suo rientro.
Profile Image for Inertiatic85.
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September 24, 2025
Un romanzo travolgente e lucidissimo, e ancora oggi di un’attualità disarmante. Luciano Bianciardi ha saputo cogliere, con una precisione quasi profetica, l’anima della nuova società italiana che stava nascendo all’inizio degli anni ’60: la corsa al progresso, l’omologazione, l’abbandono delle radici, il mito dell’industria e della modernità come nuove religioni collettive.
Quello che colpisce è la straordinaria capacità dell’autore di raccontare il mutamento non solo economico, ma soprattutto umano e sociale. La vita agra non è soltanto il romanzo di un uomo in cerca di senso, ma è il ritratto di un Paese intero che stava lasciandosi alle spalle il dopoguerra per gettarsi a capofitto nel “miracolo economico”. Bianciardi lo racconta con ironia corrosiva (quanti sorrisi...), con rabbia, con malinconia, e al tempo stesso con un’intelligenza che scava sotto la superficie delle cose.
Leggendolo oggi si ha la sensazione di avere tra le mani un testo che ha anticipato i tempi: la precarietà emotiva, l’alienazione nel lavoro, la perdita di identità culturale… tutto ciò che dagli anni ’60 in poi avrebbe segnato la vita sociale italiana, Bianciardi lo aveva già visto, lo aveva già raccontato.
Un classico assoluto, che non solo fotografa un’epoca, ma ci aiuta a comprendere la nostra.
Profile Image for Andrea Iginio Cirillo.
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March 15, 2021
"[...] lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta, e la forza che ho mi basta appena per non farmi mangiare dalle formiche, e se riesco a campare, credi pure che la vita è agra, lassù."

Quanto scrive bene Bianciardi. Mea culpa per aver lasciato vegetare per mesi in libreria questa piccola perla. Questa specie di memoir, con tratti romanzeschi e tratti reali, che va oltre il neorealismo (come spiega il dottor Fernaspe) e si avvicina al realismo. Non c'è la freddezza verista e non c'è quello che Calvino definirebbe "mare dell'oggettività", bensì un gomitolo di esperienze, sensazioni, che Bianciardi filtra attraverso il suo io, coinvolgendoci a trecentosessanta gradi nel suo pezzo d'esistenza.

Tra le sue origini (e la miniera, da cui tutto parte), propositi anarchici, la vita agra di Milano, l'amore per Anna nonostante abbia moglie e figli giù al paese, i lavori per mantenersi e la povertà. E le condizioni di chi a stento arriva a fine mese, ma non fotografate a mo' di denuncia, bensì descritte con pessimismo e malinconia, ma anche con fierezza e dignità. È dura, la vita, e confrontata con quella dei "mori" (non come Otello, ci precisa l'autore, ma perché scuri d'animo), ossia i padroni, è tutto un arrancare per non perdersi nella fuliggine di una città che ha molto di quella di Marcovaldo, ma non è per nulla edulcorata dal calviniano gusto per la fiaba. La lotta è per la sopravvivenza, e Bianciardi può solo perdersi in edenici e utopistici sogni di un amore libero e di un'umanità sciolta dalle redini del progresso e del capitalismo che l'asfissiano.

Una parte di vita, insomma, enormemente soggettivizzata, una realtà filtrata al massimo attraverso le sensazioni del personaggio che dice io, a cui ci affezioniamo fin dalla prima pagina. E una scrittura geniale, genuina, che alterna elevato e profano non facendoli stridere mai. E molta, molta autocritica. Il che non è scontato tra gli intellettuali con la puzza sotto il naso, dei quali Bianciardi non fa parte neanche per sbaglio. Colto fino al midollo, riesce ad adattarsi a ogni situazione, pur essendo inadatto a quella vita frenetica e occidentale che ormai ha preso piede totalmente ai tempi nostri e che in queste pagine viene già predetta (vedi l'elemento sessuale nella pubblicità, il nascere di bisogni superflui, l'aumentare la media di ogni cosa elevando la mediocrità).

Ritratto - un quadro espressionista per i colori vividi, forse, anche se profondamente reale - di un' epoca che non è mai tramontata, questo libro è da leggere quasi d'un fiato, e quando lo chiudi sai che ti ha lasciato un groviglio di sensazioni (e quanti spunti di riflessione; che meraviglia quella letteratura che scatena domande!), tanto che pare che quella vita agra l'abbia fatta anche tu. E che, nonostante questo, tu, come chi scrive, sia stato quella volta felice.
Quanto scrive bene Bianciardi!
Profile Image for Marcello S.
647 reviews290 followers
December 13, 2022
Libro disordinato e pieno di memorabilità, all’incrocio tra fatica esistenziale, manifesto della rivoluzione interiore e parodia della società conformista e neocapitalista da boom economico. Ha un crescendo al limite del visionario in cui il protagonista teorizza l’avvento di un neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, prima del quale dovrà solo difendersi e sopravvivere. È un condensato di rabbia e disillusione; fa anche molto ridere, con diversi momenti esilaranti.
Citarlo nella stessa frase con Svevo, Gadda e Berto non fa una piega.
Oltre il culto.

[79/100]


Frasario ridotto all’osso/

@ Quella mia con Anna era una storia piccolo-borghese e forse anche dannunziana, identica a milioni e milioni di piccole storie di adulterio e concubinaggio, che potevano andare bene in una società ottocentesca, quando ancora contavano qualcosa gli spasimi sentimentali di una borghesia in formazione, ma oggi, per carità, con le lotte per la terra e i grandi scioperi industriali e le elezioni sindacali alla Fiat, cosa poteva contare Anna?
@ Io, lo giuro, non ho paura della morte, ma l'agonia sì, mi fa paura, specialmente quando dura anni, e ti mozza il lavoro, e tu stai male, avresti bisogno di riposarti e di guarire, e invece continuano a tafanarti i padroni di casa, i letturisti della luce, Mara con la comunione e le palline del bimbo, le tasse, i rappresentanti di commercio, i datori di lavoro, i medici, i farmacisti, le cambiali, gli esattori dell'abbigliamento. L'agonia continua fino a che a tutti costoro sembri che ci sia il modo di levarti di corpo qualcosa ancora, e fino a che tu abbia la forza di continuare. Poi lasciano che tu muoia.
@ Tu parli con gli altri, almeno, voleva dirmi, hai degli amici, anche se non li vuoi né li cerchi. E io, che in trent'anni ho cercato soprattutto di stare col prossimo, invece muoio solo.
@ Con trenta omicidi ben pianificati io ti prometto che farei il vuoto, in Italia.
@ Potrei lavarmi la faccia, lo so, ma intanto a me pare un'ipocrisia, penso che un uomo o si lava tutto, da capo a piedi, o tanto vale che esca così.
@ La cura è efficace se punisce il peccato, cioè se è lunga, costosa, dolorosa e fastidiosa. Il purgatorio moderno è fatto di purghe, di iniezioni, di interventi chirurgici.
@ Secondo me è sbagliato far venire gente per casa, è una fatica imprevista e improduttiva, che nessuno ti compensa.
@ Dalle otto fino all'ora di cena resto ozioso, mi annoio, avrei magari voglia di tirare avanti con la traduzione, ma lo evito, perché so che la super-fatica dopo le venti pagine si somma geometricamente e poi non è facile smaltirla.
@ Viaggiare secondo me non serve a nulla, ai giorni nostri, non ci impari proprio niente.
Profile Image for Carloesse.
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September 25, 2017
La scrittura è sopraffina. Elegante, scorrevole, impreziosita da forme e vocaboli (spesso toscaneggianti) che il nostro uso quotidiano (e anche la nostra narrativa) va facendo cadere impoverendosi e imbarbarendosi con crescente rapidità.
Anche il tema del libro, che si cala nella Milano degli anni a cavallo tra i ’50 e i primi ’60 del secolo scorso descrivendo l’altra faccia di quelli che furono definiti gli anni del boom, quella più amara, del prezzo che fu pagato per la conquista di quel progresso aprendoci gli occhi sulle storture sulle quali veniva costruito, è di nuovo oggi (specialmente oggi) straordinariamente attuale.
Tutto molto bello. Tuttavia non riesco a considerarlo un capolavoro. E’ come se un sottile velo di polvere si sia depositato su quelle pagine e non ci sia modo di spazzarlo via.
E poi come il protagonista-narratore che alla fine si perde nel suo tentativo di sopravvivere in questa Milano grigia, fumosa, perennemente umida, indifferente e ostile, soffocata dalla fretta e dalla morsa della grana (quella che bisognerà pur fare) e il danè (quello che bisogna sempre sborsare), nella quale era giunto per compiere un atto eroico e rivoluzionario, vendicativo in onore dei morti nel disastro della miniera toscana di Ribolla del ’54, vittime sacrificali di quella logica del profitto che ancora oggi genera martiri del lavoro, anche il lettore (almeno io) si perde un po’ in questo smarrimento di orizzonti, che domina tutta la seconda parte del libro, quella che descrive (con grande efficacia, questo certamente) la vita quotidiana, ripetitiva, strascicata e certamente “agra” del personaggio narrante, rendendo il romanzo un po’sbilanciato rispetto al suo più scoppiettante inizio.
Ma in che cosa consiste quella polvere di cui parlavo, se il centro della narrazione punta a queste verità ancora così attuali ?
Non saprei rispondere con certezza, però è la stessa che mi sembra di trovare in altri scrittori italiani della stessa epoca che pure ammiro, Fenoglio, tanto per fare un esempio. E che non trovo in Calvino, in Primo Levi, nella Ortese del Cardillo o di Toledo, nel Buzzati del Deserto dei tartari. Forse è un respiro più ampio, slegato da un tempo e da uno spazio ristretto e rinchiuso nella contemplazione di se stesso, quel vento che permette all’aria di circolare rendendo ancora attuale e vivo il libro e non solo il suo tema principale. Quello che ci permette di rileggerlo e di ritrovarlo un romanzo nuovo, un altro libro rispetto a quello che avevamo già letto dieci o venti o trent’anni prima.
Non credo che rileggerò mai La Vita agra. Credo mi abbia dato tutto quello che mi potesse dare. Forse è questo.
O forse anche no.
Profile Image for Alessia Claire.
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August 16, 2019
Bianciardi era belloccio, assomigliava a Robert De Niro, un po' più gonfio, lo sguardo altrettanto indecifrabile, più triste. Originario di Grosseto, amico di Cassola, anarchico, giornalista, traduttore (tradusse 80 libri in 10 anni, da H. Miller a Bellow, Faulkner, Huxley, Kerouac e molti altri).
'La vita agra' esce nel 1962, dopo che Bianciardi si era già misurato con altre tre opere ma questo nuovo romanzo piace tantissimo e le copie vanno a ruba. Vende 10.000 copie in un mese. E' difficile chiamarlo romanzo, è un'opera ibrida, strana, a metà tra il giornalismo d'inchiesta, l'autobiografia e la narrativa, piena di trovate linguistiche, caustica e corrosiva. Siamo nel pieno degli anni sessanta e Luciano è un intellettuale di estrema sinistra, si prende gioco dell'Italietta del boom economico, si fa beffe delle segretariette smunte e agguerrite che ancheggiano aggressive sui loro tacchuzzi -con i loro regaluzzi-vezzucci-baciuzzi-, dei padroni scattanti e aggressivi governati da brame neocapitalistiche. Racconta l'indifferenza, la corsa al profitto, l'alienazione, il grottesco che la 'crescita economica' porta con sé.
La trama è la storia della sua vita: un giovane intellettuale di Grosseto giunge a Milano con l'intento di vendicare la morte di 43 compagni minatori, morti a causa di un incidente sul lavoro. Vuole far saltare in aria il 'torracchione', il grattacielo dell'azienda che ha diretto gli scavi mettendo a rischio la vita dei suoi operai in nome del profitto economico. La serrata routine lavorativa e gli stretti ingranaggi della vita milanese, coi suoi 'grigi abitatori', spengono progressivamente i suoi ideali, facendo sprofondare tutti i sacri fremiti nelle gelide acque del calcolo capitalistico.
E' un romanzo di un'attualità sconcertante, stupendo, che fa ridere tantissimo. Ve lo consiglio.


''Mi raccomandò di tenermi fedele al testo, di consultare spesso il dizionario, di badare ai frequenti tranelli linguistici, perché in inglese eventually per esempio significa finalmente, di avere sempre sott'occhio un buon vocabolario italiano, Palazzi Panzini eccetera, di evitare le rime, ato ato, ente, ente, zione zione, così consuete nei traduttori alle prime armi, di scrivere qual senza apostrofo,tranne che nei libri gialli, nei quali si può anche mettere l'apostrofo, perché tanto il lettore bada solo alla trama.
Ma a me non dette un giallo, bensì un libro più serio, dopo che le ebbi promesso di non scordare i suoi consigli. Ricordo che comprai un giornale della sera e che ce lo involsi, per timore di sporcare la copertina, in tram, e tornai a casa tutto contento. Anna mi promise che non soltanto me l'avrebbe battuto lei, a macchina, ma anche mi avrebbe aiutato a cercare le parole nel dizionario e a rivedere la punteggiatura. Era di nuovo bello, lavorare insieme guardandoci con un sorriso ogni tanto, e il
sabato le venti cartelline del saggio erano pronte, così le portai alla signora vedova.
Fu egualmente ferma e materna, quando mi convocò per dirmi che il mio saggio di traduzione non era stato troppo soddisfacente.
"Benedetto figliolo" mi disse. "Ma perché non ha seguito i miei consigli? Le avevo detto, no?, fedeltà al testo. E guardi qua. Dove siamo, dunque?" Sfogliava le mie cartelle tutte corrette a lapis. "Sì, quel punto dove il capitano invita i suoi uomini all'assalto della trincea nemica. Le sue parole...Sì, ecco. Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. Ora guardi il testo inglese. Dice..." Adesso sfogliava il libro, e trovò la crocetta al margine.
"Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venire su ragazzi, e così bisogna tradurre. Lei mi mette l'opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l'alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l'inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone." E con la mano fece anche lei il gesto di chi alza un cappello. Mi provai a dire qualcosa, ma lei m'interruppe.
"Lo so, il risultato è lo stesso, quando uno alza il suo cappello, si scopre, ma allora bisognerebbe precisare che scoperto rimane il suo capo. Dire, non so, che i marinai scoprirono i loro capi; oppure le loro teste, ma così risulterebbe un po'... come dire?... un po' faticoso." Sorrise.
"Io lo dico sempre ai traduttori: non cercate di inventare, state sempre dietro al testo, che oltre tutto è più facile. La ciurma alzò i loro cappelli, dunque. Lei poi, vede, tende a saltare, a omettere
parolette, che invece vanno lasciate, perché hanno la loro importanza. Più avanti, per esempio, lei mi traduce: Gli strinse la mano. Ebbene, l'inglese è più preciso, e dice infatti: He shook his hand, cioè egli strinse, ma più precisamente scosse, la sua mano, o se vuole, meglio ancora, egli scosse la mano di lui." Continuava a sfogliare le mie cartelle.
"Le faccio soltanto degli esempi di correzione, vede? Ci sarebbe ben altro da aggiungere. Qui, per esempio, dove parla dell'offensiva. Lei mi ha tradotto: Cominciò l'offensiva e Patton schierò le sue divisioni. Come traduzione può anche andare, nulla di speciale ma può andare. Però, lo vede?, nello stesso rigo lei così mi mette due o accentate. Cominciò, schierò. Suona male. Meglio dire dunque: Ebbe inizio l'offensiva e Patton schierò. Ha capito?" Io ero ammutolito e feci cenno di sì, poi la
vedova sospirò e a voce più alta riprese: "Locuzioni dialettali. Lei ha questo difetto, le locuzioni dialettali, come tutti i toscani, del resto. Per esempio lei traduce: Bottega di falegname. Bottega è un toscanismo, no?"
"Veramente non mi pare," risposi, trovando non so come il coraggio. "Leopardi parla appunto del legnaiuol che veglia nella chiusa bottega... E Leopardi non era toscano."
"Be' be'" fece la vedova. "Leopardi era Leopardi. Lui poteva anche permettersi qualche locuzione dialettale." Mi sorrise ancora: "Vede, ho corretto con un più italiano laboratorio di falegname eccetera. E più avanti, non ricordo bene il punto, ma c'è di mezzo una telefonata... Sì, ecco, è qui. Lei traduce: Pronto, che succede costà? Ora lei vorrà ammettere che costà è una locuzione dialettale, usata solo in Toscana. Infatti l'inglese dice: What's going on there, e va tradotto semplicemente: Che succede là! Non le pare?"
Io ormai tacevo, e forse ero anche rosso di vergogna, sperando solo che la vedova avesse vuotato il sacco e mi permettesse di andare via. "Un'ultima cosa" continuò. "A volte lei appiattisce certi bei modi di dire inglesi. Per esempio qui. Lei dice che i mezzi da sbarco erano le mille miglia lontani dalle coste laziali. Questo suo le mille miglia è assai meno efficace che nel testo inglese, dove si parla di a hell of a distance, cioè di un inferno di distanza. Sente come è bello? I mezzi da sbarco erano a un inferno di distanza eccetera. E' molto più robusto, questo inferno di distanza, non le pare?" Capii che mi voleva congedare e mi alzai.
"La traduzione?" farfugliai sulla porta.
"Be', ha visto, no? Vuole un consiglio? Si faccia prima le ossa con qualche editore minore, poi ritorni fra qualche mese, un anno. E si ricordi i miei consigli." Quella notte non chiusi occhio, e forse anche piansi.''
Profile Image for Post Scriptum.
422 reviews120 followers
October 28, 2017
Ci sono grandi idee. Come quella di far saltare in aria il coperchione del Potere. E ci sono le mille difficoltà che la vita ti presenta. Ombre sgradevoli sempre presenti. Ombre senza volto e senza cuore. Ombre che possono scaricarti in ogni momento perché tu non sei alle dipendenze, sei libero e devi pagare. Ombre che ti negano le cure perché te mica ce l’hai l’assistenza sanitaria. Sei libero? Devi pagare. Ombre che ti costringono a ordinare mezze porzioni perché sei libero e un pasto intero te lo puoi scordare. Ombre che devi inseguire nonostante la rabbia perché sono loro che ti concedono di lavorare, di sopravvivere. Ombre che devi sopportare per non morire. Fin che ce la fai.
E poi c’è l’umanità. L’altra. Quella che incontri sul tram. Quella fatta di facce da ragioniere con i baffetti e la camicia bianca, gli occhi stanchi di sonno già alle otto del mattino. Quella fatta di facce da casalinga, facce disfatte dirette al mercato lontano perché si risparmia un po' di dané. E quella fatta di facce da “dattilografetta con le gambette secche”, la faccia smunta, “color del verme peloso che striscia sulle foglie dei platani”. L’umanità che ti è di fronte e non ti vede, che non distingui perché è tutta uguale.
L’umanità che davanti a un ubriaco morto sul marciapiede si scansa un po’ per non pestarlo.
Quel prossimo che si ricorda di te solo se devi pagare. Quel prossimo che chiede toglie e se ne va. Il prossimo che ti guarda opaco appena prendi un calcio in culo e sa soltanto pensare “meno male che non è toccato a me”. Lo stesso prossimo disposto a tutto per ottenere il miracolo promesso, prossimo disposto anche a far polvere, a calpestare il suo vicino, a “tafanarsi”. Perché i miracoli si pagano anche se nessuno te l’ha detto.
Ma i miracoli veri non si pagano, i miracoli veri “sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve”.
Allora, in un mondo di servi lo spirito libero non può far altro che dire: “Io mi oppongo”. Perché la rivoluzione comincia da dentro. Inizia quando s’impara rimanere immobili, a non collaborare, non produrre, a non crearsi bisogni nuovi, a rinunciare a quelli che si hanno.
Lo spirito libero non può che rimanere ai margini, guardare il mondo falsato dalla nebbia che scende scolorando qualsiasi abbozzo d’emozione.
Rimangono il grigiore, la rabbia, l’amarezza. Rimangono una risata dissacrante, una parola irriverente, una battuta iconoclasta. Rimane forte la voglia di sognare, di poter sognare ancora. E rimane, forse, il rimorso per non aver avuto quel poco di coraggio in più.

P.S. Negli anni Cinquanta Luciano Bianciardi, direttore della Biblioteca Chelliana di Grosseto, creò il Bibliobus, un furgone carico di libri della Biblioteca che viaggiando per la campagna grossetana raggiungeva anche i paesi più isolati.
110 reviews
September 5, 2023
L. Bianciardi è morto giovane. Avrebbe potuto lasciare al nostro paese altri libri. La sua produzione letteraria è legata a doppio filo con il lavoro di giornalista e traduttore. Ma la sua penna è davvero formidabile nella descrizione del c.d. miracolo italiano. Cosa c'è di miracoloso nel consumare quel di cui non hai bisogno. A cosa servono beni il cui acquisto è indotto dalla pubblicità e non dai gusti individuali?
L'opera è a tratti molto spassosa, per altro fa riflettere ed è assai sagace nella descrizione della grande città e della città moderna.
Formidabili le pagine in cui il protagonista e Anna cercano di iscriversi alla sezione del partito. Peggio che trovare l'uscita dal labirinto senza il filo d'Arianna.
Lettura molto istruttiva.
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Profile Image for GaiaP.
34 reviews23 followers
January 10, 2016
Immaginatevi l’anarco-primitivista John Zerzan che parla, pensa e scrive come Carlo Emilio Gadda – talvolta contaminandosi con Henry Miller, non però il Miller spaccone ed autoreferenziale noto a tutti noi, ma quello più lisergico e visionario di certe pagine del “Tropico del Capricorno”.
(Mi alzo, sfilo dalla mensola il suddetto “Tropico” e magicamente vi trovo la conferma che cercavo: “traduzione di Luciano Bianciardi, riveduta da Guido Almansi”. Il mitico “Tropico”, che a diciassette anni mi ero imposta di leggere solo e rigorosamente durante le lezioni di storia della povera prof.ssa C., in spregio all’istituzione scolastica. Spaccona e autoreferenziale anch’io, che nel pieno del mio invasamento adolescenziale, con l’uniposca vergavo sul banco la milleriana sentenza: “L’unica cosa pornografica è l’inerzia”…)

“L’unica cosa pornografica è l’inerzia”. E’ una massima che Bianciardi avrebbe sottoscritto e che questo suo romanzo, “La vita agra”, pare sottindendere ad ogni pagina. L’autore però la pronuncerebbe con un tono assai più dimesso, se non depresso, o volendo autoironico: perché se Miller poteva approdare a Parigi sapendo di rappresentare l’altra faccia dell’America, sentendosi orgogliosamente un “outsider”, il padre ed il nume tutelare della successiva beat generation, il toscano Bianciardi, intrappolato nella lingua e nella mentalità del Belpaese, non era un “outsider” (termine molto ‘cool’, che difatti non traduciamo) trapiantato a Milano, ma semmai quel che da noi si definisce uno “sfigato” (termine italianissimo, e difficilmente trasponibile in altri idiomi senza perderne la ricchezza di senso). Almeno così l’avranno giudicato i benpensanti che lo vedevano dall’esterno. E così si sarà giudicato lui stesso, se – come è probabile – non lo sfiorava nemmeno lontanamente l’idea di essere un genio assoluto.
La vena pessimista, comunque, non rende il suo romanzo meno provocatorio ed esaltante dei Tropici – anzi, Bianciardi è decisamente più incattivito e molto più politico.

In duecento paginette scarse, “La vita agra” riesce a includere: una narrazione storico-politica da brivido, che pur dedicandosi esclusivamente agli anni del boom economico non risparmia i giorni nostri; un meraviglioso capitolo di teoria e pratica della traduzione letteraria; alcune considerazioni di ordine estetico ed organizzativo sul proprio funerale; decine di spunti salaci sul tema ‘l’alienazione nel mondo della piccola e media impresa’ (più, come sottotema, la pronuncia delle vocali nella lingua delle segretarie d’azienda); la dimostrazione, nelle prime trenta pagine, che la scrittura serve a ricreare il mondo, non a descriverlo; ed infine, il magnifico manifesto del “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, contro “l’attivismo ateleologico della civiltà moderna”. Un vero capolavoro.

Consigliato a: tutti gli “sfigati”, nel significato succitato. Soprattutto se tentano di resistere all’inerzia.

Profile Image for Matina Kyriazopoulou.
318 reviews52 followers
June 21, 2024
Τον Bianciardi τον είχα ακουστά για χρόνια αλλά δεν είχα διαβάσει τίποτα δικό του μέχρι που έπεσα σε παρουσίαση της "Πικρής ζωής" του στην ΔΕΒΘ τον Μάιο του 2024. Η έκδοση έγινε το 2022 από τις Ακυβέρνητες Πολιτείες σε μετάφραση Δήμητρας Δότση, που όπως παραδέχτηκε στην εν λόγω παρουσίαση του βιβλίου την ταλαιπώρησε ψυχικά πολύ.
Η "Πικρή ζωή" δεν είναι ένα εύκολο βιβλίο. Χαρακτηρίζεται μυθιστόρημα, αλλά από τις πρώτες σελίδες του έργου αντιλαμβάνεσαι πως δεν είναι ακριβώς μυθιστόρημα αλλά ο συγγραφέας σου αφηγείται την ίδια του τη ζωή, μια ζωή γεμάτη δυσκολίες, ανησυχία, άγχη που σε φορτίζει ψυχικά -δεν το πέρασε το λούκι μόνο η μεταφράστρια, λοιπόν!
Γιατί όμως ένα τέτοιο βιβλίο που μεταδίδει τη δυσφορία, και το άγχος του ήρωα-συγγραφέα του στους αναγνώστες έγινε best seller στην Ιταλία και μεταφέρθηκε στον κινηματογράφο; Γιατί είναι ένα βιβλίο γεμάτο κοινωνικά σχόλια που δεν υπάρχει περίπτωση να μην προβληματίσει τον αναγνώστη.
Ο Bianciardi αντλώντας κυρίως από τη ζωή του γράφει σε πρώτο πρόσωπο ένα αυτοβιογραφικό έργο, την ιστορία ενός νεαρού άνδρα από την Τοσκάνη, αναρχικό που πηγαίνει στο Μιλάνο αρχικά για να ανατινάξει τα γραφεία της εταιρίας στην οποία ανήκε το ορυχείο όπου σε εργατικό ατύχημα σκοτώθηκαν 44 άνθρωποι και τελικά καταλήγει να κυνηγά αν όχι την επιτυχία, έστω την οικονομική και επαγγελματική του εξασφάλιση. Τα πράγματα βέβαια δεν είναι ρόδινα ούτε στο Μιλάνο, παρά την οικονομική άνθηση και τις αλλεπάλληλες αλλαγές και προόδους που βελτιώνουν την ζωή στην Ιταλία και μετέτρεψαν τη χώρα σε μια βιομηχανική δύναμη. Γνωρίζεται με μια πανέμορφη αναρχική, την Άννα και συζούν παρότι κάθε μήνα στέλνει χρήματα στη σύζυγο και τον μικρό του γιο που άφησε πίσω.
Ο Bianciardi περιγράφει με μεγάλη ζωντάνια τη ζωή στην πόλη, την καθημερινότητα με τα προβλήματα στη δουλειά, με την έλλειψη χρημάτων και ιατρικής ασφάλισης, με τις κοινωνικές και οικονομικές ανισότητες, με τον φόβο πως ανά πάσα στιγμή θα σου γίνει έξωση, με τους εντατικούς ρυθμούς εργασίας (ο ήρωας του εργάζεται ως μεταφραστής), με τις δύσκολες σχέσεις με τους γείτονες και τους εργοδότες, τους επιθετικούς τραπεζικούς, πωλητές, ασφαλιστές και κάθε είδους "εισβολείς" και μας κάνει σχεδόν να γευτούμε την πικρή γεύση της ζωής του.
Profile Image for Cristiana Casagrande.
113 reviews10 followers
September 9, 2025
NELL'ATTESA CHE CIÒ AVVENGA, E MENTRE VADO ELABORANDO LE LINEE TEORICHE DI QUESTO MIO NEOCRISTIANESIMO A SFONDO DISATTIVISTICO E COPULATORIO, IO DEBBO DIFENDERMI E SOPRAVVIVERE
Profile Image for Patryx.
459 reviews152 followers
October 21, 2016
Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un'ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.

La vita agra è racconta delle difficoltà dell'autore ad inserirsi nelle logiche spersonalizzanti e spudoratamente competitive delle realtà aziendali e, più in generale, delle grandi città, dove l'unica cosa che conta è la soddisfazione dei bisogni artificiali indotti dal consumismo e dalla manipolazione dell'opinione pubblica.
Il romanzo anticipa molti temi (il progressivo distacco degli intellettuali dalla vita delle persone comuni, il disagio sociale che porterà agli anni di piombo, la massificazione della cultura, il lavoro atipico e la mancanza di garanzie sociali, l'eccesso di credito al consumo) al punto che mentre leggevo pensavo: "Si, si, ma questo lo so già; certo, è descritto molto bene ma non è nulla di nuovo." Un libro così attuale da sembrare scontato.
Invece era tutto nuovo nel 1962 (anno di pubblicazione del libro) e l'effetto deve essere stato notevole, al punto che in breve tempo La vita agra diventa un best seller e ispira, nel 1964, anche un film diretto da Carlo Lizzani.
La scrittura di Bianciardi è corrosiva: in maniera impietosa descrive la vita in azienda con le sue piccole lotte di potere che fanno vittime innocenti (oggi diremmo mobbing), le sortite al supermercato della famiglia cittadina, il falso benessere che deriva dal soddisfacimento di bisogni indotti. Interi paragrafi richiamano alla memoria Fantozzi e tutto il suo universo di personaggi mediocri, ridicoli ma sorprendentemente verosimili.
Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.
A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
Profile Image for Ubik 2.0.
1,075 reviews295 followers
October 20, 2013
Vita agra di un anarchico

Fin dal suo emblematico incipit "La vita agra" mi è sembrato caratterizzarsi per un'impronta anche strutturalmente anarchica, nel deliberato rifiuto di ogni gerarchia all'interno di una narrazione che prende più volte direzioni apparentemente non governate da alcuna bussola (nel senso di un inquadramento narrativo consolidato e rispettoso dei canoni tradizionali del romanzo), al punto di spiazzare il lettore, sorprenderlo, talora infastidirlo, tal'altra divertirlo e, alla fine e inaspettatamente, commuoverlo.

Anarchico così come appare per molti versi il personaggio narrante e come forse è l'autore stesso, anche se dalle informazioni apprese in corso di lettura, credo di avere colto che la collocazione ideologica di Bianciardi risulti incerta e tutt'altro che univoca.

Comunque sia, gli ultimi capitoli di "La vita agra" che nella parte centrale mi aveva un po' insoddisfatto per il prevalere di un tono insistentemente satirico e ostentatamente beffardo, gettano invece una luce retrospettiva malinconica e dolorosa al percorso di un idealista sconfitto e di un sogno sgretolato e consumato dall'avvolgente nebbia fuligginosa che non lascia scampo all'energia vitale di chi resiste e non vorrebbe uniformarsi al grigio circostante.

E' per questo che anche la commozione rientra fra i sentimenti che l'autore, consapevole o meno, finisce per suscitare all'interno di un racconto, o meglio di un monologo, che in meno di 200 pagine riesce ad affrontare una sconcertante moltitudine di temi e soprattutto ad usare una quantità di toni e di registri che a volte lasciano nei nervi del lettore una sensazione stridente e dissonante, ma che nell'insieme dell' opera conseguono un risultato superiore alla somma delle sue componenti.
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