La notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1910 Lev Nikolàevic Tolstoj è risvegliato da un fruscio nel suo la moglie Sofia sta curiosando ancora una volta tra le sue carte. Stanco di una vita coniugale reciprocamente tormentata e di una famiglia inquinata da sospetti, gelosie e rivalità, all'età di ottantadue anni, decide di fuggire nottetempo, accompagnato dalla figlia Sasa e dal medico Makovickij. Alberto Cavallari ha ricostruito in questo racconto di straordinaria intensità i giorni della fuga di uno dei massimi scrittori occidentali ("una fuga dalla morte, una fuga - rivolta, una fuga - libertà") dalla tenuta di Jasnaja Poljana alla sperduta stazione di Astàpovo, dove Tolstoj morì il 7 novembre, sotto i riflettori del mondo intero.
Un piccolo saggio dove viene narrata della fuga di Tolstoj e la controversa natura del matrimonio con Sof’ja. Ho apprezzato che l’autore abbia preso la questione con stacco ed abbia esposto i fatti con professionalità. Ha un problema, è troppo corto.
Non sapevo che i problemi coniugali di Tolstoj fossero così gravi, e leggendo questo libretto mi è dispiaciuto per lui e per l'ansia che lo ha accompagnato negli ultimi giorni. Trovo che la fuga sia ben raccontata, senza scadere nel sentimentalismo, e facendo una cronaca onesta.
La notte tra il 27 e il 28 ottobre 1910, un vecchio di 82 anni fugge dalla casa in cui era nato, cresciuto e invecchiato. Si era coricato intorno alle 11,30 dopo aver trascorso una giornata "normale", se normale si può considerare tutto quello che nell'ultimo burrascoso periodo, stava capitando a Lev Tolstoj: una lunga cavalcata in compagnia del suo medico personale che lo accompagnava ovunque, Dusàn Makovickij, poi la cena, la lettura di un manoscritto, un'ennesima lettera alla moglie, infine il letto e il sonno.
Quando alle tre di notte Tolstoj si sveglia avverte la presenza della moglie Sof'ja nel suo studio e subito un profondo senso di rivolta per quel continuo controllo lo prende. E la decisione di andarsene, di fuggire, si fa irrefrenabile: un'ultima lettera alla moglie di cui affida la consegna alla figlia. Preparato rapidamente il bagalio, invita dottore e figlia ad accompagnarlo. Alle sei di mattina si allontana da quella casa che, al di là di alcuni periodi trascorsi altrove, era stata il suo riferimento per 82 anni.
Là era successo tutto ciò che di importante aveva vissuto anche se mai nessuna casa avrebbe saputo contenere e rappresentare il suo mondo, le sue utopie. E proprio queste, ad esempio la scelta di lasciare all'umanità tutti i proventi delle opere da lui scritte dopo il 1881, avevano creato un dissidio gravissimo con la moglie.
La sua fuga così avrà un andamento incerto, non è chiaro neppure a lui dove voglia andare. Un treno e poi un altro, sale sul treno per Gorbacevo, il viaggio è lungo e prolungato è il silenzio dello scrittore. Il racconto di Cavallari poi si volge su ciò che in quelle stesse ore stava succedendo nella vecchia casa abbandonata dallo scrittore, quando Sof'ja si risveglia e scopre l'assenza del marito. Disperazione e sconcerto, ecco i sentimenti che spingono la donna quasi al suicidio e al tentativo, inutile, di rintracciare il marito. Tolstoj intanto prosegue la sua fuga: il senso di libertà che prova è già una conquista. Così, in viaggio, passa la giornata.
Un calesse, un traghetto, e infine (dopo 17 ore di viaggio) un po' di riposo e le note di viaggio che, nonostante la stanchezza, vuole scrivere. La seconda giornata di fuga inizia in modo sereno, progetti su quello che vorrà intraprendere, scelte pratiche... ma ecco la lettera della figlia recapitatagli da un messo di sua fiducia cambia totalmente l'umore di Tolstoj che sente necessario che la sua fuga prosegua. Raggiunge il convento di monache della sorella a Samordino e a lei finalmente apre il suo cuore e racconta tutto il suo disagio per quanto di ossessivo c'era nel comportamento della moglie.
Terzo giorno di fuga, trascorso nella ricerca (fruttuosa) di un alloggio proprio a Samordino, fino al pomeriggio quando arriva la figlia Sasa portando notizie e lettere degli altri figli. Racconta che l'inseguimento da parte della madre prosegue senza tregua, così la sera Tolstoj scrive una lunga lettera alla moglie cercando di dissuaderla. Si ritira infine nella sua stanza, ma alle tre del mattino del 31 ottobre, chiama a raccolta gli altri, e decide di partire, "lucido, energico, autorevole". Ancora una volta carrozza e treno: inizia il lungo viaggio verso sud, vera meta della sua fuga, e appare finalmente sereno .
Una stazione, un altro treno, ma uno strano freddo si impossessa di lui, gli altri solo dopo molto si accorgono del suo malessere e del suo sempre più grave stato di salute. Tutti cercano di convincerlo a scendere dal treno, ma lui rifuta fino a che, ormai sfinito lo fanno scendere dal treno e lo ricoverano in una stanza dell'abitazione del capostazione di Astàpovo. Sei giorni d'agonia in quella stanzetta e infine la morte il 7 novembre circondato dai figli e dalle autorità e più volte in quei giorni di agonia ripetè: "Andrò in qualche posto, che nessuno me lo impedisca, lasciatemi in pace". Si conclude così la sua fuga, fuga dal dolore e dalla morte, fuga dalle catene della vita e dall'angoscia dello sparire dalla vita.
Resta il grande interrogativo: perchè lo fece? Pensò forse quanto fossero vere le parole che un giorno aveva detto del matrimonio, della famiglia, probabilmente intendendo tutta la vita: "Questa pietra al collo con cui si deve nuotare, e che insegna a nuotare con una pietra al collo".