Storia di un parvenu
In una lettera a Salvatore Paolo Verdura del 1878 Giovanni Verga annuncia che il protagonista del secondo romanzo del Ciclo dei Vinti sarà «un rappresentante della vita di provincia», Gesualdo Motta: un “mastro”, ovvero un operaio, che inizia lavorando da bambino in una cava e grazie al proprio duro lavoro diventa “don”, titolo destinato, nel Sud Italia, a persone di livello sociale elevato. Gesualdo accumula tanto denaro da surclassare le vecchie famiglie aristocratiche del paese e riesce a sposare la nobile spiantata Bianca Trao. Insomma, diventa un parvenu. La sua scalata sociale, però, non gli procurerà altro che una serie infinita di «bocconi amari», insoddisfazione, senso di vuoto, solitudine, mancanza di autentici rapporti umani. L’intero paese finisce con il detestarlo, tanto i più umili, invidiosi del suo denaro e della sua posizione, quanto i nobili, che lo guardano dall’alto in basso, costretti a fare buon viso a cattivo gioco perché è molto più ricco di loro, e non accettano l’ascesa della classe borghese da lui incarnata. Ascesa che prende avvio proprio con l’incendio del vecchio e malridotto palazzotto della famiglia Trao, evento che simboleggia la decadenza di un’intera classe sociale.
Mentre I Malavoglia è un romanzo corale, con protagonista un paese intero, qui c’è un’unica figura centrale, Gesualdo, ai cui pensieri abbiamo costantemente accesso attraverso l’uso del discorso indiretto libero. L’autore, inoltre, ricorre ancora alla tecnica dell’impersonalità, già sfruttata nel romanzo precedente, che prevede una sorta di spostamento della voce del narratore allo stesso livello dei personaggi. La voce narrante, dunque, parla e pensa come se fosse uno di loro. Nei Malavoglia tale spostamento si configura come una regressione, dal momento che i personaggi appartengono a un contesto sociale e culturale molto basso. Nel Mastro-don Gesualdo si descrive un ambiente borghese e aristocratico, dunque il livello del narratore si innalza e viene a coincidere con quello di Verga stesso. La conseguenza principale di questo innalzamento è che non si verificano più le deformazioni e gli effetti stranianti tipici dei Malavoglia, che sono il frutto della prospettiva “bassa” adottata dal narratore.
Il narratore del Gesualdo, tuttavia, non è affatto di parte. È anzi estremamente lucido, critico, sarcastico nel mettere in rilievo le meschinità e le bassezze dei personaggi e proprio con Gesualdo e il suo amore quasi patologico per l’accumulo della “roba”, ovvero il denaro e le terre, si mostra a dir poco spietato. Nei Malavoglia è presente una contrapposizione tra due poli, valori positivi e valori negativi, rappresentati da personaggi diversi. Qui tale contrapposizione si sposta all’interno del protagonista, determinando una lacerazione che è la causa del suo sostanziale fallimento e della sua eterna infelicità: Gesualdo conserva valori autentici, che però sono troppo deboli di fronte alla logica dell’interesse e dell’utile (perfino il matrimonio diventa “un negozio”, un affare); logica che finisce con il prevalere, ma si scontra continuamente con gli impulsi positivi del personaggio. Oggi potremmo dire che questo aspro conflitto interiore impedisce a Gesualdo di diventare un uomo “risolto”, in pace con sé stesso.
Nel Gesualdo, in verità, i personaggi positivi scompaiono del tutto. Rispetto al romanzo precedente del ciclo, il mondo del Gesualdo è molto più complesso e stratificato e va dai contadini alla nobiltà palermitana, passando per la piccola e media borghesia. Di conseguenza Verga adotta una regia narrativa più articolata, un ricco intreccio polifonico di voci, linguaggi e punti di vista, nonostante il focus resti ben saldo sul protagonista. Questo variegato panorama sociale appare però immerso nella desolazione umana più profonda. Verga celebra le virtù di Gesualdo e il suo slancio quasi eroico verso l’alto, la sua energia, l’intelligenza, la dura fatica di chi si fa da sé, lottando contro tutto e tutti, ma condanna la passione dominante per la “roba”, causa della perdita di umanità e di una vera e propria alienazione, come già accaduto a Mazzarò. Spesso la “roba” è utilizzata per indicare il sangue che scorre nelle vene o i rapporti di parentela.
L’universo dei sentimenti trova voce solo nei tre personaggi femminili principali, esempio perfetto della ricca stratificazione sociale presente nel testo: Diodata, un’umile contadina, Bianca, appartenente alla piccola nobiltà provinciale, Isabella, che sposa il duca di Leyra ed entra nell’alta aristocrazia, manifestano un’istanza di sentimenti autentici che è però schiacciata dalla logica del guadagno e certi scoppi d’ira di Gesualdo nei loro confronti derivano proprio, forse, dalla consapevolezza del torto fatto ai sentimenti.
La storia stessa non è altro che lotta incessante per la vita. Mentre nei Malavoglia la storia nazionale è così lontana da essere poco più che uno sfondo nebuloso, pur con i suoi effetti nefasti, nel Gesualdo la trama è intessuta di eventi storici di rilievo: non solo l’avvento della classe borghese e la decadenza della nobiltà, ma anche i moti carbonari, l’epidemia di colera del 1837, la rivoluzione del 1848. Gesualdo aderisce ai moti carbonari, ma per interesse personale, per contribuire a rovesciare il vecchio sistema feudale che lo osteggia e lo respinge. Nel ’48, invece, Gesualdo ha ormai cambiato fronte, è dalla parte dei ricchi e difende con le unghie e con i denti i propri averi dagli ideali libertari e democratici. Tali valori, in realtà, non sono che una copertura della lotta costante per il possesso e l’affermazione individuale. Mazzacurati, nella sua splendida prefazione all’edizione Einaudi, definisce il Gesualdo «un’epopea antirisorgimentale», che svela l’altra faccia della medaglia dietro l’ipocrisia del progresso, della libertà, dell’uguaglianza, della lotta ai tiranni, i principi alla base del Risorgimento. La sconfitta di questi valori si accompagna alla sconfitta personale di Gesualdo, incapace perfino di comunicare con la moglie e con Isabella, che è una Trao dalla testa ai piedi e forse non è neppure davvero sua figlia, ma il frutto di una relazione precedente alle nozze tra Bianca e suo cugino. Gesualdo muore da solo nel gelido, immenso, estraneo palazzo del genero a Palermo, avvolto da lenzuola della batista più fine, schiacciato da un destino che ha costruito con le sue stesse mani. Sull’ultima pagina cala un gelido senso di ineluttabilità che conferisce alla storia del parvenu il sapore acre e solenne di una tragedia greca.