Infanzie 'favolose', ragazze 'deliziose', ville sepolte fra gli alberi, parchi, piscine, tennis, biblioteche, vigne in collina... Cacce, boschi, cantine sociali, partite a carte, lezioni d'inglese... Piste da ballo, lirica del Novecento, alberghi di sfollati, studi d'avvocato, licei bombardati, desolate vie provinciali negli anni più bui della guerra e del dopoguerra, crocicchi illuminati dalla luna, nonne con soldi, cavalli, spiagge, film con Greta Garbo, corse in automobile... Studi universitari fatti male, trasalimenti sessuali confusi, droghine fatte in casa... Fanciulline scatenate o svampite, ragazzini pensierosi e giovani scemini che incontrano il primo amore insieme al primo dolore... Dignitose parsimonie... È uno sconfinato patrimonio d'affetti sentimentali e ridicoli accumulati o sperperati fra le ultime estati lunghe in campagna e le prime vacanze brevi al mare...
Lo scrittore e saggista Alberto Arbasino nasce a Voghera il giorno 22 gennaio 1930. Laureatosi in Giurisprudenza, si specializza poi in Diritto internazionale all'Università di Milano. L'esordio come scrittore avviene nel 1957: il suo editor è Italo Calvino. I primi racconti di Arbasino sono inizialmente pubblicati su riviste, poi saranno raccolti ne "Le piccole vacanze" e "L'anonimo lombardo".
Grande estimatore di Carlo Emilio Gadda, Arbasino ne analizza la scrittura in varie opere: ne "L'ingegnere e i poeti: Colloquio con C. E. Gadda" (1963), ne "I nipotini dell'ingegnere 1960: anche in Sessanta posizioni" (1971), e nel saggio "Genius Loci" (1977).
Scrive anche reportage Da Parigi e Londra per il settimanale "Il Mondo", poi raccolti nei libri "Parigi, o cara" e "Lettere da Londra". Ha collaborato anche per i quotidiani "Il Giorno" e "Corriere della sera"
Arbasino cominciò da qui, Le piccole vacanze è uscito nel 1957 ed è la sua prima opera pubblicata. Vent’anni dopo, anch’io ho cominciato da qui: Le piccole vacanze è stato la mia prima lettura di questo autore che per me rappresentò una rivoluzione. Dopo, sono seguite un’altra ventina circa di suoi libri, più tutti i pezzi su La Repubblica, dalla nascita e per anni a seguire.
Una Mille Miglia dell’epoca.
Sembrava epoche avanti a tutti, diverso e sperimentale, spiazzante e scioccante, un linguaggio scoppiettante, un ritmo frenetico, una millemiglia in spider, riferimenti continui a tutti i campi, alti e bassi (highbrow e lowbrow mi ha spiegato), ironia a palate, risate assicurate, niente patetico niente retorica nessuna lacrima, poca psicologia più sociologia, poca introspezione molto comportamento, procedendo per accumulo e la sensazione di essere sempre sulle montagne russe.
Totalmente fuori dal coro, mi ha trasmesso l’amore per Gadda (e Flaubert, Proust, Joyce, Kafka, Woolf, Forster, Musil, tanti altri ancora, e Certi romanzi e certa letteratura): sembrava irriverente, ma di cultura, tutta e tanta, si è sempre nutrito e ha sempre trasmesso.
Stefania Sandrelli in “La bella di Lodi” film di Mario Missiroli del 1963, sceneggiato dallo stesso Missiroli insieme ad Alberto Arbasino, tratto da un racconto dello stesso Arbasino pubblicato su ‘Il Mondo’ nel 1960, poi trasformato in romanzo e pubblicato da Einaudi nel 1972.
Quell’Italia immobile, già pronta al boom senza essersi ancora scrollata di dosso il ventennio: ma i suoi personaggi sfrenati vivevano un’altra dimensione, si muovevano, viaggiavano, si agitavano, conoscevano incontravano, guardavano…
Il tema dell’omosessualità, affrontato come se fosse ovvio e accettato, nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta…
…Aprirsi in tutte le direzioni, spalancarsi a ogni possibilità proliferando selvaggiamente, procedendo per accumulo, disporsi a tutti i significati probabili, senza chiudersi nessuna strada, inglobando i materiali più eterogenei… il journal, il bloc-notes, i quaderni, le cartoline, i pacchetti di sigarette con dietro segnato un appunto… divorando quintali di madeleines... [da 'Fratelli d'Italia']
Un bellissimo libro, alta cultura. Difficile perché sono una capra. Quando mi costringo a leggere qualcosa di un livello alto un mi trovo disorientato. Colpa mia, il mio vocabolario è limitato. Non sono letture scorrevoli, di piacere ma letture per imparare, per conoscere.
Alcuni racconti sono anche carini, ma � terribilmente snob. Le ragazze sono belle solo se sofisticate ed eleganti, ma forse questi racconti vanno contestualizzati. Sono scritti bene, a volte paiono esercizi di stile, d'altra parte si tratta di estati di ragazzi bene della met� anni '50. La fotografia di un'epoca.
Sette racconti tutti diversi fra loro per tematiche e tecniche narrative... anche a distanza di anni una vera boccata fresca, "estiva". Bellissimo libro.
La provincia lombarda protagonista di questi racconti a sfondo autobiografico ambientati tra gli ultimi anni di guerra, il primo dopoguerra e gli inizi degli anni del boom. Nel suo esordio letterario Arbasino non si adegua al neorealismo che all’epoca andava per la maggiore e ne prende nettamente le distanze. Già gli anni della guerra sono visti con occhi diversi dal solito, con le cannonate sullo sfondo e in primo piano la vita dei ricchi sfollati nelle ville in campagna, impegnata a ricreare un minimo di vita mondana in attesa del ritorno in città. Il primo dopoguerra a Voghera (città natale dello scrittore), le ragazze eternamente da marito e quelle più sbarazzine che si concedono, i pettegolezzi, il “tutti sanno di tutti”, una borghesia benestante e chiusa attenta al soldo, a volte anche troppo e dall’altra parte la possibilità di fare affari, di arricchirsi per chi invece osa rischiare. E poi la narrazione più autobiografica degli anni di studio prima medicina, poi giurisprudenza tra Pavia e Milano, pendolari in treno o in camere d’affitto, grandi amicizie e amori giovanili e passeggeri. Le vacanze, quella a Cannes con una vecchia amica, una grandeur da torpedone con sistemazione simil ostello oppure a Forte dei Marmi a trovare la ragazza da sposare (forse) per poi correre dietro a una e poi a un’altra ancora o il progettare un improbabile Capodanno a Roma in quattro su una seicento, mentre si scorrazza per Milano o ancora un viaggio in comitiva a Barcellona dove si consuma un amore omossessuale tra un pigmalione venticinquenne e un giovincello già smaliziato (e raccontato nonostante gli anni con estrema disinvoltura). il risultato è scoppiettante, frenetico e graffiante: una cascata di parole e di inventiva per scoperchiare e scherzare di vizi e virtù della provincia più provinciale; nulla di nuovo a dire il vero tranne, ed è il suo pregio, il modo di raccontarlo e il punto di vista da attento ed ironico osservatore senza tante remore e peli sulla lingua, ne risente a tratti la linearità della trama ma ne guadagna il piacere della lettura. Uno scrittore da riscoprire. Quattro stelle.
Se dovessi trovare una sola parola per descrivere questa raccolta di racconti direi probabilmente autenticità. I sette racconti che compongono Le piccole vacanze sono, infatti, tutti diversi da loro, per stile, per forme narrativa, passando dal diario ad altre forme diverse di narrazione in prosa, ma mantengono l'unicità di linguaggio sempre schietto e colloquiale, bene legato ai protagonisti, autentico nel prosieguo del racconto. Il libro mi è piaciuto molto, si svolge a volte solo per immagini, altre per dialoghi, in alcuni casi con lievi flussi di pensiero ma sicuramente riesce a trasportare il lettore nel mondo alto borghese del secondo dopoguerra, nelle sue abitudini, nelle sue piccole vacanze.
Avevo sempre voluto leggere Arbasino, non ricordo nemmeno perché, se per un suggerimento, se per averlo trovato citato, se per curiosità nei confronti dei suoi titoli. Ho cominciato da questa raccolta di racconti, che mi ha davvero soddisfatto. Non tutti i racconti sono allo stesso livello, il piacere nei primi non l'ho ritrovato intatto negli ultimi, ma pazienza, magari è stata anche colpa mia e delle circostanze della lettura. Mi pare, quella di Arbasino, una scrittura raffinata e colta, ma dotata anche di una certa audacia, di un certo movimento rapido. Nei primi racconti, quelli che più ho apprezzato (in particolare "I blue jeans...", "Giorgio contro Luciano" e "Povere mete"), mi son ritrovato innamorato e poi angosciato e poi perso nella poesia della bella scrittura, che mi ha più volte commosso: rimpianto per la giovinezza, o testimonianza della sua fine, o ancora disillusa constatazione sono temi ricorrenti e toccanti. L'uso della punteggiatura mi riporta allo scambio vero di parole, in cui si dicono -si elencano- cose, osservazioni, circostanze in un continuum dove le virgole non hanno dimora (la scrittura è una convenzione, no? A volte si sente la mancanza di qualche segno, per migliorare la lettura, ma l'effetto è piacevole). Bene, Arbasino.
La scrittura è totalmente trasportante, durante la lettura ci si ritrova nei luoghi aridi e afosi in cui sono ambientate le storie. Personalmente i singoli racconti non rimangono molto impressi, il libro vive di paesaggi e non mi accorgo neanche di quando si passa da un racconto ad un altro.