Platone – Eutifrone (recensione dell’edizione di Giovanni Reale per La Scuola) “Troppe note”, così diceva, nel film Amadeus, l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena a Wolfgang Amadeus Mozart. E qualcosa del genere si potrebbe dire anche per questa interessante edizione dell’Eutifrone di Platone (il dialogo su cosa sia santo e cosa non lo sia), fatta da Giovanni Reale nel 2013. Le note di Reale sono infatti numerose, fitte, spesso puntuali fino all’eccesso: accompagnano il testo quasi riga per riga, chiariscono riferimenti storici e filologici, anticipano snodi concettuali. Il risultato è duplice. Da un lato, la fluidità del dialogo ne risente: la conversazione socratica, che dovrebbe scorrere con naturalezza e tensione dialettica, viene continuamente rallentata. Dall’altro lato, proprio questa densità esegetica permette una lettura straordinariamente consapevole. Reale, ad esempio, ricostruisce con precisione il contesto dell’accusa: Meleto – rappresentante dei poeti – non muove una causa privata, ma un’accusa pubblica contro Socrate, colpevole di non riconoscere gli dèi della città e di corrompere i giovani (in consonanza, ci fa notare Reale, con quanto riferisce anche Senofonte nei Memorabili). Meleto non capisce – o non vuole capire – che il cosiddetto “demone” socratico non è affatto una nuova divinità, ma un segno interiore: l’accusa di empietà appare già, come capisce con chiarezza lo stesso tradizionalissimo Eutifrone, si rivela fin dall’inizio come una calunnia assurda. Il punto più convincente dell’interpretazione di Reale è quello che vede in Eutifrone non semplicemente un ingenuo, ma come il rappresentante di una mentalità diffusa. È il tipico ateniese, legato a una religione tradizionale, che assume senza metterla radicalmente in questione. Per questo non può accedere alla concezione più alta della divinità che Socrate, indirettamente, propone: una divinità non arbitraria, ma intrinsecamente legata al bene. Ed è qui che le note di Reale diventano davvero preziose. Egli suggerisce che il dialogo conduce il lettore fino alla soglia di una soluzione che non viene esplicitata. Il santo non è semplicemente ciò che è amato dagli dèi: al contrario, è ciò che è intrinsecamente tale da essere amato. E, nella parte finale, emerge una possibile definizione implicita: il santo come collaborazione degli uomini con gli dèi per la realizzazione del bene. Eutifrone non può vedere questo esito, perché dovrebbe abbandonare la sua concezione religiosa tradizionale; ma il lettore, guidato dall’andamento dialettico del dialogo, è ormai in grado di intravederlo. In questo senso, le frequenti interruzioni di Reale – le sue “troppe note” – finiscono per avere una funzione maieutica: non tanto spiegano il testo, quanto aiutano a completarlo interiormente. Passando al dialogo, conviene seguirne da vicino l’articolazione, che è rigorosa e progressiva. Il prologo pone immediatamente il problema: che cos’è il santo? L’incontro tra Socrate ed Eutifrone avviene davanti al tribunale, in una situazione paradossale. Socrate è accusato di empietà; Eutifrone, invece, si presenta come esperto di religione al punto da accusare suo padre di omicidio. L’ironia socratica emerge subito, soprattutto quando Socrate finge di voler diventare discepolo di Eutifrone per difendersi meglio dall’accusa. Ma dietro l’ironia c’è una richiesta estremamente seria: una definizione universale del santo, qualcosa che sia identico a sé stesso in tutti i casi. Il primo tentativo di definizione è esemplare nella sua insufficienza: il santo sarebbe ciò che Eutifrone sta facendo, cioè perseguire l’ingiustizia. L’esempio di Zeus che punisce Crono viene portato come giustificazione. Ma Socrate rifiuta: non ha chiesto un esempio, bensì l’essenza del santo. Il secondo tentativo introduce una definizione generale: il santo è ciò che è caro agli dèi. Qui Socrate inserisce una critica decisiva alla religione tradizionale: se gli dèi sono in disaccordo tra loro – come raccontano i poeti e raffigurano i templi – allora la stessa cosa può essere amata da alcuni e odiata da altri. Il risultato è contraddittorio: la stessa azione risulterebbe insieme santa e non santa. In questo passaggio emerge anche un’osservazione importante: gli uomini (e, se esistono dissensi tra loro, anche gli dèi) non litigano sui numeri o sulle quantità, perché queste si risolvono con il calcolo; litigano invece su ciò che è giusto e ingiusto, bello e brutto, buono e cattivo. Proprio per questo la definizione di Eutifrone non regge. Il terzo tentativo cerca di correggere il problema: il santo è ciò che tutti gli dèi amano. Ma qui si apre la questione centrale del dialogo, quella formulata da Socrate a 9e-10d: il santo è amato dagli dèi perché è santo, oppure è santo perché è amato dagli dèi? Socrate, infatti, distingue tra ciò che è in quanto subisce un’azione (ciò che è portato, visto, amato) e la causa per cui lo è. Ciò che è amato è tale perché qualcuno lo ama; ma ciò non significa che la sua natura dipenda da questo. Applicando questa distinzione al caso del santo, si giunge alla conclusione decisiva: in quanto è santo, viene amato, e non, invece, in quanto viene amato, per questo è santo. Da qui deriva una conseguenza fondamentale: il “caro agli dèi” e il “santo” non coincidono. Il primo è una proprietà accidentale (il fatto di essere amato), il secondo riguarda l’essenza. Questa distinzione avrà una lunga fortuna nella storia del pensiero, fino a riemergere, in un contesto completamente diverso, nella critica di Jeremy Bentham al principio teologico come fondamento autonomo della morale. Ed è una distinzione decisiva: se il bene dipende dal volere divino, esso è arbitrario; se invece è riconosciuto dagli dèi perché è bene, allora possiede una struttura propria e deve essere indagato razionalmente. Il dialogo prosegue con un quarto tentativo: il santo come parte della giustizia, precisamente quella che riguarda il servizio agli dèi. Socrate accetta che il santo sia una specie del giusto (il giusto è più ampio, il santo ne è una parte), ma mette in crisi l’idea di “servizio”. Gli dèi non possono ricevere beneficio dagli uomini; dunque, il servizio non può essere utilitaristico. Si arriva così all’ultima formulazione: il santo come sistema di preghiere e sacrifici, cioè come uno scambio tra uomini e dèi. Ma questa concezione viene smascherata come un vero e proprio do ut des, una forma di “mercatura” religiosa. E qui il bersaglio polemico di Platone si allarga: non è solo Eutifrone a essere criticato, ma l’intera religione tradizionale ateniese. Il dialogo, aporetico, si chiude senza una definizione positiva. Eutifrone si sottrae alla discussione; Socrate rimane senza risposta. Ma, come osserva Reale, questa mancanza è intenzionale. Una definizione esplicita sarebbe contraria allo spirito socratico: la verità non può essere semplicemente trasmessa dall’esterno, deve nascere nell’interiorità di chi comprende il movimento del ragionamento. In questo senso, l’Eutifrone è un dialogo profondamente ironico e, insieme, drammatico. L’ironia colpisce Eutifrone – incapace di essere il maestro che pretende di essere – ma anche, in filigrana, gli ateniesi stessi. E nella figura di Eutifrone che accusa il padre si può intravedere, come in uno specchio anticipato, la città che si prepara – con catastrofiche conseguenze – ad accusare Socrate. Reale insiste nella sua interpretazione sul punto decisivo: il santo può essere inteso come la collaborazione degli uomini con gli dèi nella realizzazione del bene, e il dialogo ci porta alle soglie di questa conclusione. Credo anch’io che questo sia il senso del dialogo di Platone, e in questo l’interpretazione di Reale è chiara e utile. Certo si potrebbe dire che il suo esito finale è poco maieutico (non permette al lettore di arrivarci da solo). Ma i millenni sono passati, e le esigenze di noi lettori sono cambiate. O almeno, certo oggi noi supponiamo che sia così.