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Grande circo invalido

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Il racconto onirico di una Roma che diventa un grande circo, della vita che si trasforma in un tendone colorato in cui tutto può (ancora) accadere. Sgangherati sono i protagosti di questo libro come sgangherata è anche la scuola da cui partono per cercare fortuna come... ladri di Gesù bambino! Ruggero, Mariano e Rocco sono il professore, un suo allievo e un bidello: tre esistenze che vivono al limite, vivono il limite, sopravvivono al limite.

124 pages, Paperback

First published January 1, 1993

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Marco Lodoli

56 books16 followers

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Profile Image for Orsodimondo.
2,467 reviews2,441 followers
August 31, 2025
CONTINUIAMO COSÌ, FACCIAMOCI DEL MALE



Un professore, Ruggero, uno studente, Mariano, un bidello, Rocco, sono i tre protagonisti maschili. Quello femminile è Sara, che incrocia i percorsi di tutti e tre, in momenti diversi e per motivi diversi.
I tre sono accomunati dalla scuola privata dove uno insegna, il bidello lavora, e Mariano, che ha già trent’anni, sta cercando di recuperare vari anni in uno solo.

E sono anche accomunati da uno spirito comune di ribellione, un desiderio comune di anarchia, e un progetto comune: far saltare il mondo, rappresentato dal cancello della loro scuola, con una bomba - che si procurano da un neofascista, di notte, dandosi appuntamento in una piazza deserta: come dire, eccoci, siamo qui, siamo noi quelli della bomba.



E quindi, ribellione sì, anarchia sì, la bomba pure: ma anche un po’ d’infantilismo, che probabilmente per qualcuno è innocenza.
E infatti più che in un’esplosione, ribellione e anarchia finiscono con l’esprimersi nel pisciare nei drink di un locale per scambisti: nessun botto, dunque, solo cocktail alterati.

Lei, Sara, intanto se ne è andata. In Messico, in India… E quindi ci viene regalato anche l’altro mito dell’epoca, il viaggio in luoghi più esotici dei caseggiati romani.

Il grande circo invalido sono questi tre, ma anche un vero circo strampalato che si esibisce in provincia.



Lodoli credo punti a ispirarsi al Pasolini dei ragazzi di vita – aggiunge qualche elemento più pop. Ma a me ricorda soprattutto Pascoli, con la sua aspirazione aulica, la voglia di far poesia con l’ajetto, se non è la cavallina storna che non ritorna, è qualcosa di altrettanto forzatamente pseudo lirico.
È lo stesso carattere che ritrovo anche nei suoi interventi su La Repubblica, che sono frequenti (per me troppo frequenti), il cui intento è ottimo, ma si traduce in un tono più vecchio che antico. Quello che di solito fa scappare non solo i giovani.

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