Alcuni libri, per me, sono diversi. Uno di questi è Necropoli. Si apre il libro e si inizia a scivolare, prima lentamente, poi la corsa accelera e subito dopo le unghie che graffiano la terra non riescono a fermare l'inesorabile precipitare. Fino a quando tra te e il baratro non c'è più nulla.
Alcuni libri sono una porta sull'abisso dell'animo umano, sulle sue nefandezze, sulla sua immensità.
Descrivere cosa è stato il concentrazionismo è una battaglia persa, lo stesso Pahor continuamente ci avverte sull'impossibilità di comprendere, sulla parzialità che si ha dalle testimonianze, ma allo stesso tempo sull'importanza della Memoria.
Da un campo di concentramento non si torna, mai. Questa è una delle verità che emerge. Tra un ex deportato e il resto del mondo rimane sempre una sorta di cuscinetto, di vuoto fatto di quell'esperienza. Tutti gli altri sono al di là.
Pahor è conscio che quel vuoto non è possibile percorrerlo, inevitabilmente ci si perde, smarrisce, ci si allontana da ciò che è stato, quindi, ci prende per mano, usa un trucco per “assicurare” il lettore come farebbe una guida alpina.
Attraverso una visita guidata al campo di Natzweiler-Struhof, mentre la guida racconta in modo asettico, ma sopportabile, ciò che avveniva in quel posto, l'autore, tornato nel luogo della sua prigionia ormai vecchio, apre continue finestre sui suoi ricordi, che poi sono l'abisso di cui si diceva. Quando quel raccontare ci rende soli, sporchi, malati, annientati, torna la voce della guida del campo e ci rassicura, ci riporta alla nostra realtà, ci da una boccata di aria salubre.
Così il lettore ha il tempo di metabolizzare l'immenso carico di sensazioni che si ritrova sulle spalle, di togliere la divisa zebrata che si ritrova addosso.
Colpisce il senso di colpa che opprime l'autore, il suo sentirsi ingiustamente fortunato per aver avuto un esperienza meno cruda, meno dura di tanti altri, per quello che non è stato in grado di fare, per essere sopravvissuto. Danno un peso sul cuore le suppliche rivolte alle anime di chi non è tornato a casa, la preghiera per uno sguardo, il perdono chiesto per un colpa che non si ha.
“In questo momento vorrei dire qualcosa ai miei ex compagni, ma ho la sensazione che tutto ciò che riuscirei a dire sarebbe insincero. Io sono vivo, perciò anche i miei sentimenti più schietti sono in una certa misura impuri”.
Pahor ci racconta la crudeltà, l'insensibilità che avvolge tutto, la normalità per la morte ma anche per l'omicidio che come una valanga inarrestabile diventa genocidio. Ci racconta la fame che anestetizza dal compiere qualsiasi bassezza, ma ci racconta anche di gesti di grande generosità, di pietà, solidarietà, di un amore per l'altro che, davvero, non si pensava potessero avere residenza in questa storia.
Personalmente ciò che più mi ha colpito è il rammarico per tutto ciò che all'autore non è stato possibile fare, rammarico per un pezzo di pane mangiato, per uno sguardo mancato, una carezza non data, la colpa per una vita che sfugge tra le dita e forse si poteva prolungare.
Io ho cercato di descrivere l'abisso, ho fallito, era previsto.