"Palepoli" è un manga che si compone di brevi vignette autonome, senza un filo narrativo comune.
Il titolo si traduce letteralmente con "antica città" dal greco "Παλαιόπολη", un termine che fonde "palaios " (παλαιός), che significa "antico", con "polis " (πόλις), che sta per "città".
Questa scelta riflette la natura atemporale e universale delle fugaci storie qui raccontate.
Ne consegue un volume intenzionalmente disturbante e provocatorio - zeppo di riferimenti al mondo dei manga, della religione, dell'arte e del cinema - che mette in discussione le convenzioni e, sebbene possa apparire frammentaria, mostra al lettore un quadro inedito della classe media giapponese offrendo, pertanto, una prospettiva visionaria senza precedenti, anche se dispersiva.
La dimensione sperimentale domina e, malgrado alcune tavole siano pregnanti, altre si rivelano davvero difficili da interpretare.
Usumaru Furuya fa dell'ermetismo il suo stendardo, tuttavia, per i miei gusti, questo approccio è troppo marcato.
Nonostante la mia familiarità con le opere precedenti del celebre mangaka (quali "Lo squalificato", "Happiness", "Tokyo Magnitude 8"), a causa della sua indecifrabilità questa lettura non ha soddisfatto in pieno le mie aspettative.