John Roskelley (1948 Oregon) è stato uno degli alpinisti di punta degli Stati Uniti. Piolet d’Or alla carriera nel 2014, è stato anche purtroppo il padre di Jess, anch’egli alpinista e morto travolto da una slavina insieme a Hans Joerg Auer e David Lama nel 2019. John Roskelley è più noto (specialmente/soprattutto) tra i suoi connazionali per il suo carattere che per le imprese che ha portato a termine, che annoverano la prima ascensione americana sul Nanda Devi e il Dhaulagiri (sempre per vie nuove) nonché la prima ascensione in assoluto della Great Trango Tower insieme a Ron Kauk (ma cito solo una parte di quello che ha fatto). Scrittore eccellente (potrebbe andare a Hollywood a scrivere sceneggiature talmente è bravo a scolpire l’essenza di una persona con pochi cenni ed è dotato di un formidabile sense of humour) non racconta però in maniera veramente interessante di sé, scivolando così inevitabilmente nell’ombra dei tanti bravi alpinisti che però, in mancanza di segni distintivi più espliciti, non ci si riesce veramente a ricordare. Contemporaneo di Jim Bridwell&Co. anche John frequenta Camp4 e ci dà l’unico resoconto di quel posto che non canta le stesse strofe degli altri e che fa di quelle poche pagine di questo suo libro un documento prezioso – ma troppo limitato. Ci racconta di come non solo i ragazzi della Valley fossero molto attraenti, ma di come anche le ragazze lo fossero e soprattutto di come fossero molto disponibili e disinibite: lui le guarda con grande desiderio, ma da buon conservatore dell’Idaho (uno stato in cui i capelli lunghi li portano solo le donne, spiega) ha il terrore di beccarsi la sifilide o quanto meno le piattole, perché, racconta anche, il tanfo che emanavano tutti questi semidei, che per diversi motivi si potevano lavare poco, era notevole. Ma John non si limita ad osservare queste ragazze bellissime, spesso sdraiate a prendere il sole nude, mentre aspettavano che i loro uomini scendessero dalla parete, guarda anche questi astanti di Camp4, che ad eccezione di quelli che hanno fatto storia, non erano poi tutto ‘sto gran che da nessun punto di vista. Eppure tutti attirano molto la sua attenzione perché John capisce (e la dichiara) la distanza che li separa e che è costituita dal coraggio di fare il salto verso un nuovo modo di vivere – che piacerebbe molto anche a lui, ma non ne ha il coraggio. Non condivide tante cose, di questi climbers borderline (non condivide una certa vacuità in effetti molto spinta in tanti di loro) ma il senso di libertà e di perseguire una vita felice, questo gli piace molto. Anche se conservatore (profondamente contrario alla presenza delle donne in spedizione, per esempio) non esita ad aiutare qualche “sbandato” di Camp4 sotto gli attacchi a sorpresa dei rangers (che lo spingono a chiedersi, persino a lui! – se fosse veramente l’America quella, cosa che mi fa capire che si deve essere trattato di cariche veramente aggressive) che magari non riusciva a correre perché un po’ troppo fatto; anche se conservatore, ha il coraggio di dichiarare, guardando Ron Kauk in spedizione con lui alle Trango Towers, come avrebbe voluto essere come lui, avere il suo fascino da indiano e scalare come un ragno sulle pareti più difficili. Ma poi capisce e accetta senza problemi, che anche se sono diversi, lui è comunque John Roskelley e che ha il suo fottutissimo valore. Un libro che sembra scritto da Lucky Luke e molto godibile per quello che riguarda lo stile, ma che non riesce veramente a catturare l’attenzione e soprattutto la memoria del lettore da una parte perché non ha compiuto grandi imprese a sufficienza e dall’altra perché non è poi sufficientemente introspettivo, unico modo per rendere le sue imprese uniche e indimenticabili. Peccato perché secondo me è una persona che ha da dire di più di quello che ha scritto.
Stories Off The Wall is a collection of essays by noted American climber John Roskelly. It forms something of his climbing biography, taking the reader from his days as a novice and perhaps somewhat foolhardy climber to his later years as a wiser and more mature climber. The stories are interesting, well chosen, and provide a vivid picture of Roskelly as a driven and risk taking climber. Curiously, the book omits any mention of Roskelly's 1978 summit of K2 as part of the first successful American expedition. Also barely mentioned are Roskelly's wife and children. Is this a coincidence, are is this a case where what's missing casts as big a shadow as what's there?
Really short short books in one, each telling the story of an expedition to the Himalaya. More humerous than his Nanda Devi account but overall the same tone of unvarnished truth, giving the reader insight into what it's really like.