Disdetta. Avevo letto Mondo alla rovescia di Christopher Priest (1974) e mi aveva entusiasmata. Questo suo romanzo, più recente (1998), parla di cose interessantissime: la percezione della realtà, il confine ambiguo tra reale e virtuale; l’empatia, l’elaborazione del lutto, i traumi collettivi e financo la violenza nella società dei consumi e dell’intrattenimento. Quindi, cosa non va? Per essere breve, il problema è che il libro dopo un po’ diventa una palla mostruosa.
È estenuante. C’è una continua ripetizione e sovrapposizione di situazioni e azioni; per un po’ si crede che questo abbia una funzione narrativa, che ci sia un rompicapo micidiale da risolvere. Dopo 150 pagine ci si trova con qualche dubbio, perché la storia è andata avanti del 2% e siamo sempre lì. Niente di male, se fosse un espediente raffinato per ragionare sui loop, sulla ripetizione nella nostra vita e nella realtà virtuale, nel videogioco. Il vero problema è che la scrittura non è ha nessuna vocazione letteraria o brillante. In questo libro non c’è la dimensione della lettura per amore della prosa, che può guidare un lettore attraverso le parti più pesanti di libri come 2666 di Roberto Bolaño. Questo è un romanzo scritto come uno che non ha pretese, eppure ne ha parecchie; non ultima, quella di tenere il lettore inchiodato a una vicenda impalugata nella sabbia mobile.
Un altro problema è che il romanzo sembra proporsi come la classica narrazione rompicapo. Vengono forniti elementi misteriosi e conturbanti: viene dato a intendere che certe storie raccontate forse si sono svolte in un altro modo, sono buttati lì indizi ed elementi che paiono doversi ricomporre. Poi però tutta questa roba semplicemente svanisce. Non serviva a niente. Il discorso è lo stesso di prima, e si può riassumere così: questo non è Infinite Jest. Non è un romanzo metaletterario in cui la prosa è talmente forte da rappresentare essa stessa il vero senso dell’esperienza di lettura. È un libro più modesto, con meno forza e complessità, e finisce per risultare noioso.
Le storyline si scollegano, non sembrano nemmeno pensate per esistere insieme, come se Priest avesse scritto le parti di Theresa in un altro momento e poi avesse deciso di innestarle in una struttura più grande, che però non le riesce ad assimilare con coerenza. Pure il mindfuck si perde, annacquato dalla verbosità del racconto, dell’accumularsi delle pagine. Sembra la bozza di un altro romanzo, non la versione definitiva. Ho il sospetto che la storia originale fosse una novella di un centinaio di pagine, dove Theresa vive l’esperienza delle realtà incrociate (in sostanza, la seconda metà del libro), a cui siano state aggiunte 130 pagine di altra roba senza una finalità precisa (la storia della coppia inglese), che viene completamente abbandonata a metà romanzo.
Se fosse stato scritto meglio, avrei detto che Christopher Nolan si era ispirato a questo romanzo per costruire la storia di Inception, ma non è il caso.