«Volevo recuperare i turbamenti, gli equilibri e gli squilibri di una civiltà di contadini. I quali vivevano la ricchezza d'una esistenza in cui vedevano delle deità liberatrici dovunque: nel vento, nella pioggia, nel gemmare dei mandorli, nei cieli stellati» disse, molti anni fa, Bonaviri del suo capolavoro d'esordio, Il sarto della stradalunga, del 1954: il sarto era suo padre, e il romanzo raccontava di fabbri, vasai, di artigiani e contadini e la loro panteistica fusione con la materia animata che li sostentava. E con la sua prosa visionaria, il romanzo si discostava dal solco dominante del neorealismo. Come un circolo che si completa, quando il suo passato è già quasi tutto scomparso dal ricordo diretto di qualcuno, Bonaviri ritorna con un fiato di intensità rimodulato dal tempo, sui luoghi e suoi quadri de Il Sarto della stradalunga: al suo mondo paesano. Se «la vita è una grande nuvola di nebbia», se c'è un nulla che inghiotte e che stringe dappertutto - ed è così certo per la memoria - l'unico balsamo è quello di strapparle, vita e memorie, al tempo: proiettarle in una meno violabile dimensione, qual è il mondo magico e materialistico di Bonaviri. Dove la magia dei bambini protagonisti - lui, i suoi fratelli e sorelle - va d'accordo col naturalismo ciclico e immortale dei loro adulti contadini, capaci ancora di comporre una laude per violino sul morire dei capretti che sgozzano, e dei papaveri recisi sul solco dei campi arati. E si può citare per questo mondo quel che un grande antropologo diceva delle culture antiche, che a differenza delle moderne la loro dimensione non è la storia ma il cosmo. Ed è lo stesso per i figli del sarto della stradalunga, che vissero nel vicolo blu: abitano il cosmo.
Giuseppe Bonaviri (Mineo, 11 luglio 1924 – Frosinone, 21 marzo 2009) è stato uno scrittore e poeta italiano. Giuseppe Bonaviri, nato a Mineo l'11 luglio 1924, è il primo dei cinque figli di don Nanè, sarto, e di donna Giuseppina Casaccio, casalinga. Frequenta le scuole a Mineo e la sua passione poetica, come afferma lo stesso Bonaviri, viene alimentata dall'atmosfera magica che aleggiava intorno ad una pietra, detta della poesia, che si trovava presso Camuti (altopiano famoso per il suo villaggio preistorico). Intorno alla pietra, fino alla fine del 1850, prima dell’Unità d'Italia, si riunivano numerosi poeti provenienti da ogni parte della Sicilia, per gareggiare scrivendo e recitando versi. Dopo aver conseguito nel 1949 la laurea in medicina presso l'Università di Catania, svolge il servizio di leva come sottotenente medico a Casale Monferrato. Qui scrive il suo primo romanzo, Il sarto della stradalunga, che è anche quello a cui Bonaviri è più legato.[2]. Il romanzo ottiene grande approvazione da parte di Elio Vittorini e viene pubblicato nel 1954 da Einaudi nella nuova collana "I gettoni". Trasferitosi a Frosinone, lavora come medico cardiologo, cercando di conciliare la sua attività professionale con la scrittura. Scrive numerosi romanzi nei quali rappresenta il piccolo mondo di Mineo, sempre attento a cogliere la dimensione magica e arcaica della natura: Il fiume di pietra nel 1964, Notti sull'altura nel 1971, L'enorme tempo nel 1976, Novelle saracene nel 1980, L'incominciamento nel 1983, È un rosseggiar di peschi e d'albicocchi nel 1986, Ghigò nel 1990, Il vicolo blu nel 2003. Ha anche pubblicato raccolte di poesie: Il dire celeste nel 1976, O corpo sospiroso nel 1982, L'asprura nel 1986, I cavalli lunari nel 2004. Nel 2006 ha pubblicato Autobiografia in do minore. Nel 2007 si è raccontato nel documentario Bonaviri ritratto di Massimiliano Perrotta. Nel 1998 gli studiosi Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà hanno pubblicato Bonaviri inedito, biografia dello scrittore con ricca appendice di inediti bonaviriani tra i quali il romanzo giovanile La ragazza di Casalmonferrato. È stato sposato con Raffaella Osario, originaria di Marcianise, da cui ebbe due figli, Giuseppina ed Emanuele
(Questo è il mio primo libro di Giuseppe Bonaviri e ne sono già innamorata, ho scoperto questo autore per caso in biblioteca e adesso voglio leggere tutto).
Bonaviri riesce a condurre il lettore in un autentico viaggio nel tempo, riportandolo indietro di quasi un secolo, tra i vicoli di un mondo destinato a non esistere più. Ogni frase ha la forza di una poesia, ogni ambientazione si apre come un piccolo teatro. Gli odori, i colori; tutto vibra realmente in chi legge queste pagine.
Profumi, colori, suoni si addensano in questa regressione verso un’epoca di un passato agreste, intriso di fragranze di frantoi, uve pestate, formaggi caprini ed erbe ai bordi delle case e dei pozzi. Non è oramai comune e ovvio avere tra le mani un libro scritto con una prosa così ben costruita, in particolare se paragonato ad autori odierni come Alajmo, che dovrebbe andare a zappare piuttosto che scrivere! La scrittura di Bonaviri è un medium che trasporta odori, sapori, immagini di un passato siciliano non molto lontano, in una Mineo che riecheggia l’influenza di Luigi Capuana e che ci trasporta fin dentro le atmosfere notturne nelle tombe rupestri di Camuti a raccogliere babbaluci al chiaro di luna. I racconti della memoria, il telaio, i gechi ai muri, le chiacchierate nel cortile con i vicini nelle notti d’estate, i ballatoi, i muli e le galline all’entrata delle case e i lunghi percorsi nei boschi, i dettagli delle piante nostrane, attraverso la scrittura dell’autore è realmente possibile sentire i sassi sui sentieri montani, una introspezione a immersione dentro un quadro di una Sicilia orientale di qualche anno fa’. Primo libro che leggo di Bonaviri e ho già comprato L’enorme tempo e Notti sull’altura.